Tra la terra e il cielo

"...Sono venuta in contatto con Francesca cabrini una decina di anni fa, durante una ricerca sulla religiosità femminile contemporanea, e subito ne sono stata affascinata... Si capisce bene come Francesca cabrini abbia ispirato molte biografie: la sua è stata una vita dinamica, divertente..."
Lucetta Scaraffia - Francesca Cabrini. Tra la terra e il cielo

 

 

Introduzione

Il genere biografico costringe lo scrittore a un rapporto molto ravvicinato con l’oggetto della propria indagine, a una vicinanza strettissima con l’essere umano di cui si occupa, e di solito l’impulso di scriverla nasce da una simpatia, una curiosità, una qualche affinità. Quando il personaggio biografato è una santa, come in questo caso, l’esperienza si arricchisce di un aspetto ulteriore, diventa un percorso spirituale. La vita di un santo costituisce, infatti, un modello esemplare di vita cristiana, ed è ricca di insegnamenti diretti – parole e scritti – e indiretti, come le riflessioni suggerite da singoli episodi o dal senso complessivo di un’esistenza. È stato così anche per me, nella scrittura di questa biografia.

Sono venuta in contatto con Francesca Cabrini una decina di anni fa, durante una ricerca sulla religiosità femminile contemporanea, e subito ne sono stata affascinata. Affascinata dalla sua prima fotografia, quando giovanissima si apprestava a fondare il suo istituto di missionarie: la sua fragile figura illuminata dagli occhi penetranti e profondi, intelligenti e intensi, mi ha in un certo senso toccata personalmente. Mi ha quasi turbata, invece, la sua ultima fotografia, in cui il volto sembra trasfigurato dal peso della conoscenza e della consapevolezza, in cui gli occhi in un viso affaticato e malato sembrano guardare da un altro mondo. Tra le due foto, la singolare vita della santa, già raccontata in varie biografie, a cominciare da quella di suor Francesca Saverio De Maria, che era stata sua accompagnatrice in molti viaggi, per finire con le più recenti. Si capisce bene come Francesca Cabrini abbia ispirato molte biografie: la sua è stata una vita dinamica, divertente, imprevedibile per una religiosa, almeno rispetto all’idea che di solito ci facciamo delle suore. Mancava però ancora una biografia fondata soprattutto sui documenti noti ma anche su quelli, meno noti e conservati nell’archivio della sua congregazione, che sono stati recentemente quasi tutti pubblicati.

La più importante di queste fonti è senza dubbio la ricca corrispondenza, edita nel 2002 dalle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e che fornisce una documentazione nuova, indispensabile per restituire la sua personalità viva e pungente, al di là di qualche interpretazione un po’ troppo agiografica. A questo si aggiunge il materiale d’archivio, inedito e che comprende la storia della fondazione di tutti gli istituti scritta dalle suore, anno per anno, con molti accenni finora non conosciuti sulla fondatrice, sempre al cuore di ogni iniziativa.

Ma un modo per conoscere madre Cabrini è stato per me anche la frequentazione e l’amicizia con le suore del suo istituto, che sono vere continuatrici del suo spirito e che mi hanno insegnato a capire la particolare atmosfera che Francesca creava nelle sue case. L’armonia profonda e allegra che sanno irradiare, infatti, mi ha spesso aiutata ad affrontare la vita e mi ha ricaricata di energia e di entusiasmo per il mio lavoro.

La lettura delle lettere mi ha convinta che era possibile scrivere una biografia nuova e che, anzi, ce n’era bisogno. Così gli anni passati a leggere i suoi scritti e a studiare alcune figure fra le superiore generali che le sono succedute, la visita a molti suoi istituti nel mondo, sono confluiti in questo libro. Che è la storia di una maestrina lombarda dell’Ottocento, che attraversa ventotto volte l’oceano Atlantico, che alla sua morte lascia sessantasette istituti in tre continenti, che riesce a formare spiritualmente un esercito di suore che sapranno continuare e ingrandire la sua opera. Una donna dalla fede tradizionalissima e insieme innamorata della modernità, che pratica l’umiltà e l’obbedienza ma che è capace d’investire ingenti capitali in opere gigantesche fidando solo nelle proprie forze (e naturalmente nell’appoggio del Sacro Cuore: Omnia possum in eo qui me confortat, «Tutto posso in colui che mi conforta», è il suo motto).

Una donna minata dalla malaria e dalla tisi, afflitta sempre da una salute molto precaria, che è capace di affrontare strapazzi terribili – come la traversata delle Ande – senza batter ciglio. Come per altri santi, non si capisce se sia la santità a prolungare la sua vita messa in pericolo dalla malattia, oppure se sia il fuoco d’amore che la brucia a farla ammalare.

Una donna dolcissima e animata da un inesauribile amore per il prossimo, ma capace di essere dura e intransigente con chi intralcia le iniziative volute – lei ne ha la certezza – dallo Spirito santo. Una donna obbedientissima alla Chiesa e ai superiori, dai quali però riesce quasi sempre a ottenere quello che vuole. Una donna che non parla mai di emancipazione, ma che lancia uno dei programmi più rivoluzionari in questo senso, creando un modello di vita religiosa femminile nuovo e totalmente autonomo.

Una donna che ha capito che gli emigranti sono uno degli effetti più destabilizzanti della modernità, che la rode al suo interno creando masse di persone senza radici e senza identità, disposte ad aderire a tutto quello che viene loro proposto, dalle forme più radicali di secolarizzazione a quelle altrettanto radicali di integralismo religioso.

Una donna ironica, simpatica, vivace e intelligente, che può passare – in una stessa lettera – da una battuta pungente a un consiglio spirituale, da un rimprovero alla descrizione di uno spettacolo di bellezza naturale che ha incontrato nei suoi viaggi. Una donna che, come tutti i grandi capi carismatici, sa trarre il meglio dalle persone entrate in contatto con lei.

Una santa non tanto nota, almeno in Italia, ma che forse è proprio la più adatta a questo momento storico: una santa nuova, moderna e, insieme, una mistica tradizionale, che difende la Chiesa con coraggio e tenacia. Questo libro è dedicato alle suore cabriniane e, in particolare, a madre Maria Barbagallo.

Lucetta Scaraffia

Capitolo 1 - Come un'emigrante

Un paese vivace: Sant’Angelo Lodigiano
Maestrine e fondatrici

Sul piroscafo Bourgogne che il 23 marzo 1889 stava salpando da Le Havre diretto in America erano imbarcate sette giovani suore italiane o, per meglio dire, lombarde (con una emiliana e una veronese), alloggiate in tre cabine di seconda classe. Spiccava nel piccolo gruppo la superiora generale della nuova congregazione – le Missionarie del Sacro Cuore – Francesca Cabrini. Si trattava di una donna minuta e fragile dagli intensi occhi azzurri e un fare semplice ma sicuro, che contrastava con il disorientamento dipinto sul volto delle altre giovani – avevano visto il mare solo da lontano ed erano abituate a vivere in un contesto familiare – davanti alle onde e alla eterogenea folla che divideva con loro la grande nave. Prima ancora che riuscissero ad ambientarsi, erano state colte dal mal di mare, fastidiosa compagnia che non le avrebbe lasciate quasi mai fino alla loro destinazione, New York.

Le suore, inesperte della traversata e ignoranti della lingua del paese dove si stavano recando, non erano né si sentivano diverse dalle migliaia di emigranti italiani che affollavano in un caos infernale la terza classe, e come loro, al momento dell’arrivo, furono sottoposte al rigido controllo sanitario. Esse, però, si spingevano fin laggiù non per un progetto individuale, ma per aiutare proprio loro, gli emigrati italiani, a non perdere un aspetto fondamentale della propria identità, la fede cattolica. Non erano molte le religiose italiane così audaci da intraprendere un simile progetto, soprattutto senza avere già un punto di riferimento negli Stati Uniti offerto dal ramo maschile del loro istituto, ma le nuove missionarie riponevano grande fiducia nella loro superiora, che già si era rivelata, a soli trentotto anni, donna di coraggio e di grandi capacità organizzative.

Francesca Cabrini, la piccola donna risoluta che dirigeva la spedizione con tanta sicurezza, era nata il 15 luglio del 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, un paese agricolo della pianura padana abbastanza vicino a Milano, in una famiglia di agricoltori imparentata per parte di padre con Agostino Depretis, uno dei più importanti uomini politici dell’Italia unita. Anche la madre, Stella Oldini, discendeva dalla famiglia Brera di Milano, che sarebbe diventata una delle più celebri dinastie industriali lombarde. Un paese piccolo, ma vivace, in cui si respirava la spinta al progresso e all’industrializzazione ma che era segnato da una vivace contrapposizione politica tra laici e cattolici. Un paese quindi fortemente rappresentativo della situazione sociale e politica dell’Italia settentrionale, nonostante il basso livello di sviluppo economico locale che spingeva molti all’emigrazione. Francesca nacque ultima di dodici figli (solo quattro dei quali sopravvissuti), prematura e di salute così precaria che fu battezzata immediatamente. Una tenera leggenda – fedele alla tradizione che la nascita dei santi sia sempre segnalata da fenomeni prodigiosi – vuole che al momento della nascita la cascina dei Cabrini fosse stata invasa da uno stormo di candide colombe.

La famiglia di Francesca era molto religiosa, ma chi esercitò un influsso particolare su di lei fu la sorella Rosa, di quindici anni maggiore, che aveva il diploma della scuola normale ottenuto presso le suore canossiane e dirigeva una scuola elementare privata in paese, che ovviamente fu frequentata anche dalla sorellina. Rosa avrebbe scelto volentieri la vita religiosa, ma fu costretta a rinunziare per aiutare la madre ad accudire i fratellini, e in particolare la sorella Maddalena, gravemente menomata. La rinunzia, pur accettata con intenso spirito religioso, rese un po’ aspro il suo carattere e se ne accorse soprattutto la sorellina Francesca, particolarmente amata e protetta dalla mamma anche a causa della sua fragilità. Rosa fu la prima maestra e il primo direttore spirituale, molto rigido, della piccola Francesca, che l’accompagnava nelle frequenti visite in chiesa. Ella venne poi affiancata dai parroci del paese, attenti e ben disposti nei confronti di questa bambina sveglia e obbediente: in realtà, come ha ben scritto Giuseppe De Luca, Francesca non ha conosciuto veri e propri direttori spirituali, ma ha solamente seguito, fino in fondo, l’insegnamento cristiano tramandato dalla Chiesa che le era arrivato attraverso i parroci del suo paese: «Quel che le dissero i suoi poveri preti, bastava».

Gli anni dell’infanzia della futura santa non furono certo tranquilli: nata come suddita dell’impero asburgico, Francesca a nove anni fu testimone della seconda guerra d’indipendenza, che coinvolse il paese con occupazione di militari, e poi assistette al passaggio di Vittorio Emanuele II e, tre anni più tardi, di Garibaldi, accolto con entusiasmo travolgente dai suoi compaesani. Sant’Angelo appartiene alla zona della penisola che ha dato più combattenti a Garibaldi, e dove quindi si era radicata una forte corrente politica democratico-mazziniana di tendenze anticlericali, che tenne per decenni il controllo dell’amministrazione comunale. A questa contrapposizione tra municipalità e parrocchia, si aggiunse quella fra i parroci – prima Domenico Savaré, poi, per ben trentacinque anni, Bassano Dedé – che erano conservatori e fedeli al papa, e i viceparroci, spesso di simpatie democratiche e garibaldine. Scontri verbali, prediche infiammate e arresti dei sacerdoti facevano parte del panorama quotidiano di questo vivace paese di circa ottomila abitanti. La piccola Francesca ne trasse un’esperienza fondamentale: non spaventarsi mai di conflitti e discussioni, ma tenersene in disparte, concentrandosi su cose più importanti.

La sera, prima della preghiera comune, in famiglia si leggevano gli Annali della propagazione della fede, cioè la rivista nata proprio negli ultimi decenni dell’Ottocento per far conoscere l’attività delle missioni e per accendere nuove vocazioni. Erano racconti spirituali ma anche avventurosi ed eroici, che parlavano di paesi e popoli lontani aprendo un interesse di tipo esotico pure all’interno della vita religiosa. Forse i missionari sono stati gli unici eroi di cui Francesca bambina ha sentito parlare, e sui quali presto cominciò a fantasticare proponendosi di seguire il loro modello. Il suo prediletto era Francesco Saverio e le era nato un interesse particolare per la Cina, dove aveva saputo che uccidevano molte bambine appena nate: cominciò così a sognare di andare come missionaria in Cina per salvarle. Un episodio della sua vita infantile ha assunto nella tradizione la statura di un avvenimento profetico: recatasi a trovare uno zio prete, Francesca si mise a giocare «alle missionarie» abbandonando alle acque di un torrente barchette di carta ripiene di violette – le missionarie, appunto – che partivano per la Cina. Nel fervore del gioco, la bambina cadde nel ruscello correndo un grave pericolo, da cui miracolosamente si ritrovò salva, se pur inzuppata.

Francesca era una ragazzina intelligente e vivace, che aveva accolto nel profondo l’insegnamento religioso semplice ma solido e sincero datole dalla famiglia e dai parroci, insieme con tutti gli stimoli culturali che Sant’Angelo le offriva: uno sguardo all’esterno, a paesi diversi e lontani toccati dai santangiolini emigrati, i fermenti di una vocazione imprenditoriale e l’abitudine a vivere la propria appartenenza cattolica in un contesto conflittuale. Il conflitto tra cattolici e anticlericali ce l’aveva proprio in famiglia, tra il padre rigido cattolico e il cugino Agostino Depretis, mazziniano e anticlericale, che durante la vita di Francesca conobbe una continua ascesa politica che lo portò, tra il 1876 e il 1887, anno della sua morte, a ricoprire quasi continuativamente la carica di presidente del Consiglio. Con il celebre cugino Francesca ebbe pochissimi rapporti, ma molte somiglianze: egli costruì la sua carriera politica sulle capacità pratiche di buon amministratore e tenace organizzatore, arrivando dall’amministrazione delle terre di famiglia a quella dello Stato. Come la nipote, attratto dalla modernità e dai nuovi mezzi di trasporto, si impegnò per la costruzione di nuove linee ferroviarie, e non elaborò mai teoricamente un programma politico.

Ma la piccola Francesca non respirava solo l’aria di famiglia: il suo entusiasmo per le letture missionarie è condiviso da molti religiosi a lei contemporanei dal momento che, non ancora contaminate da sospetti colonialisti, le missioni sembravano aprire un nuovo periodo eroico della Chiesa cattolica. Mentre la secolarizzazione operava una vera e propria emarginazione dei cattolici nei nuovi Stati liberali – e soprattutto in Italia –, questi, grazie alle missioni, si aprivano al mondo e conquistavano nuove popolazioni alla fede. Le missioni erano una risposta positiva alle sconfitte che la Chiesa doveva ingoiare nei paesi dell’Europa occidentale in quei decenni, come la perdita del patrimonio ecclesiastico e dell’influsso sulle élites della società.

La piccola Francesca, proponendosi di emulare un modello maschile, Francesco Saverio, e di fondare un ordine di suore missionarie, dimostrava senza dubbio anche di avere colto la possibilità di giocare un ruolo importante e autonomo nella vita della Chiesa, che proprio l’ostilità dei governi liberali aveva aperto alle donne.

 

 

A partire dagli anni della Restaurazione, infatti, quando la Chiesa era riemersa dal difficile momento rivoluzionario impoverita di beni e d’influsso pubblico, le donne avevano cominciato a svolgere un ruolo nuovo e decisivo per le sorti dell’istituzione, se pure compreso e accettato con ritardi e difficoltà dalle gerarchie ecclesiastiche. Le scelte politiche dei governi liberali, tesi a espropriare le istituzioni religiose dei beni e addirittura a rendere impossibile la ricostituzione di un patrimonio ecclesiastico, avevano di fatto impedito la ricostituzione dei monasteri di clausura, gli unici, secondo la Chiesa, a consentire alle donne di intraprendere la vita religiosa. Giovani donne desiderose di dedicarsi a Dio però ce n’erano, pronte a combattere per una fede scossa dalla modernità, e capaci d’inventarsi nuovi modelli di vita religiosa, che prevedevano di affiancare alla militanza cattolica un lavoro retribuito, garantendosi così la sopravvivenza. Donne come Teresa Eustochio Verzieri, Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, Marina Videmari, con l’appoggio di un sacerdote, riuscirono a fondare nuovi istituti che affiancavano l’attività assistenziale ai poveri – scuole per le ragazze, assistenza medica, orfanotrofi – con vere e proprie prestazioni professionali.

La caratteristica fondamentale di questi nuovi istituti – che aprirono scuole femminili, asili, ospedali – era l’autonomia economica: le suore si mantenevano da sole, ed erano capaci di amministrare bene il ricavato dal proprio lavoro. Dal momento che si trattava di donne giovani e laboriose, che non percepivano stipendio e che avevano bisogno solamente di un alloggio e vitto modesti, le nuove congregazioni riuscivano molto rapidamente ad accumulare considerevoli capitali, che erano impiegati immediatamente nella fondazione di nuovi orfanotrofi, nuove scuole e nuovi ospedali.

Questa vivacità economica si spiega con il fatto che le fondatrici erano tutte originarie dell’Italia settentrionale – la maggioranza era lombarda – e quindi partecipi di quella cultura imprenditoriale che in quegli anni stava cambiando il volto di quella parte del paese; spesso provenivano da famiglie di commercianti o di piccoli imprenditori e avevano già imparato a casa come tenere un’amministrazione.

L’autonomia economica permise a questi primi istituti di affrontare la resistenza della Santa Sede, poco propensa ad accettare le innovazioni imposte da questo nuovo modello di vita religiosa: la figura della superiora generale, che viaggiava e amministrava i beni dell’istituto, l’insegnamento per i bambini maschi fino ai dieci anni e l’assistenza medica, anche notturna, estesa a uomini e partorienti. Ben prima che nella società laica – lo Stato italiano concesse, infatti, alle donne di amministrare i propri beni solo nel 1919 – le religiose cattoliche conobbero un processo di emancipazione decisivo. Molte di esse, infatti, vivevano esperienze all’avanguardia per i tempi, come viaggiare da sole, impegnarsi in vendite e acquisti, firmare contratti e progettare nuovi investimenti. Esse, inoltre, fornivano a un gran numero di suore la possibilità di una formazione professionale, sulla quale non avrebbero mai potuto contare nelle famiglie d’origine. E i parroci delle regioni settentrionali, che dovevano contrastare il crescente anticlericalismo degli uomini delle classi dirigenti, avevano imparato a rivolgersi alle donne per avere aiuto nel ricupero di una società che si stava allontanando dalla religione.

Francesca Cabrini appartiene alla seconda generazione di fondatrici, a quelle che già avevano potuto usufruire delle scuole per giovinette – sia la sorella Rosa sia lei presero il diploma di maestra grazie alla presenza nella zona di scuole fondate di recente da religiose – e che trovavano il clero, almeno quello settentrionale, disposto a vedere nelle donne le nuove protagoniste della vita religiosa.

Non stupisce quindi che l’idea di entrare in un istituto religioso già esistente – cioè quello delle Figlie del Sacro Cuore, fondato da Teresa Eustochio Verzieri, dove aveva preso il diploma di maestra – fosse il suo primo progetto. Le Figlie del Sacro Cuore, però, non l’accettarono a motivo della cattiva salute, e rifiutarono anche, qualche anno dopo, una sua seconda richiesta, e altrettanto fecero le suore canossiane. Allo stesso modo svanì di fronte alle difficoltà il progetto di aprire una scuola a Sant’Angelo insieme con la sorella Rosa. Dietro questi rifiuti probabilmente vi era anche l’influsso del suo parroco, che voleva utilizzare secondo i propri progetti questa giovane così promettente per il bene della diocesi.

Il suo vero destino si apriva quindi attraverso continue difficoltà e delusioni, che fecero di questa prima parte della sua vita una sorta di preparazione e di purificazione, prima del grande balzo verso un istituto tutto suo di missionarie.

Intorno ai vent’anni, subito dopo la partenza per l’Argentina dell’unico fratello Giovanni Battista, di due anni maggiore di lei, Francesca dovette con la sorella Rosa affrontare una crisi familiare: nel 1870, anno in cui morirono entrambi i genitori, le sorelle furono obbligate a seguire un corso di preparazione e ad affrontare un esame a Lodi per essere riconosciute maestre dallo Stato italiano. Le condizioni economiche della famiglia erano precipitate, e Francesca si impegnò subito come maestra elementare presso il comune confinante di Vidardo, mentre a Rosa rimaneva il compito di assistere la sorella Maddalena. Qui Francesca per la prima volta dimostrò la sua forza di carattere, superando l’opposizione del consiglio comunale al fatto che – contrariamente alle disposizioni ministeriali – insegnava la dottrina cristiana in classe. Non solo fece accettare la cosa al sindaco anticlericale, ma lo indusse a frequentare nuovamente la chiesa.

Le qualità di Francesca furono notate così dalle gerarchie ecclesiastiche locali e soprattutto dal parroco di Vidardo, poi trasferito a Codogno, monsignor Antonio Serrati, che si trovava con una situazione difficile da risolvere: la Casa della Provvidenza, un orfanotrofio fondato nel 1857 da una donna benestante locale, Antonia Tondini, che l’aveva dotato di trentamila lire, e che lei stessa dirigeva insieme con un’amica, Teresa Calza. Si trattava di una brutta copia delle fondazioni di suore che stavano moltiplicandosi in quel periodo: le due donne non solo non avevano alcuna seria intenzione di dedicarsi alla vita religiosa, ma erano anche incapaci di amministrare l’istituto. La Tondini, per di più, ne sperperava la rendita per rifornire di denaro un nipote un po’ scavezzacollo. La speranza del vescovo di Lodi era che Francesca gli risolvesse quella incresciosa situazione, ma si vide ben presto che non era possibile risanare un istituto nato male. Non era certo la scelta che Francesca aveva auspicato, ma accettò di andarvi per obbedire al suo parroco, don Dedé, e perché aveva capito che era l’unica occasione per prendere i voti. Le avevano detto che vi sarebbe stata per poco tempo, ma la situazione difficile si protrasse per ben sei anni.

Presi così i voti nel 1874 come «sorella della Provvidenza», ella si trovò in una istituzione in pieno disordine, costretta per di più all’obbedienza nei confronti di due pazze – Antonia Tondini e Teresa Calza – ribelli a ogni responsabilità e disciplina e indifferenti al fatto che l’istituto navigasse in un mare di debiti. Dopo quattro anni passati nelle follie della Tondini, Francesca venne eletta superiora, ma la fondatrice non le rese certo facile assolvere a questo incarico. Furono questi anni bui, in cui Francesca si trovò prigioniera di una situazione non scelta e dalla quale non sembrava possibile uscire, anni in cui alle difficoltà della vita religiosa si aggiunsero spesso quelle della salute. Intorno a lei si radunarono però spontaneamente sei o sette giovani, anch’esse desiderose di votarsi alla vita religiosa, con le quali ella iniziò a praticare un vero cammino spirituale, animandole costantemente con la sua fiducia: «Abbiate pazienza, verrà il giorno in cui andremo alle missioni».

Le lettere di questo periodo ci aiutano a capire come la giovane donna sia cresciuta e maturata attraverso le difficoltà. Lei stessa parlerà alle sue suore di un periodo in cui ancora non era maturato compiutamente il suo cammino ascetico: «In quegli anni ho pianto molto, e una Missionaria non deve piangere. Il non lagnarmi quando mi toccava soffrire, il sopportarlo con pazienza e fortezza sarebbe stato virtù (…), ma allora non conoscevo ancora il sublime pregio della croce e delle sofferenze (…), eppure queste sono il più grande tesoro che la terra possieda». La lettura delle prime lettere ci conferma come il percorso spirituale di Francesca sia stato duro e difficile, come profonda e radicale sia stata la metamorfosi che ha portato una fanciulla semplice e romanticamente religiosa – ancora insicura delle sue qualità umane e del tutto inconsapevole del destino eccezionale che l’attendeva – a divenire una religiosa forte e sicura dei suoi obiettivi e del suo modello di crescita spirituale trasmesso alle donne che la seguirono. Nelle prime lettere al parroco, don Bassano Dedé, si rivela una ragazza buona e religiosa, obbediente alla sua famiglia e attenta a compiere i suoi doveri, che affronta con animo fiducioso ma ancora trepidante per le prime difficoltà nei rapporti con il mondo: cercare di essere pagata di più per il lavoro di maestra al fine di aiutare la famiglia, e con il desiderio, per anni mortificato, di farsi religiosa, pur secondo una vocazione molto lontana da quella che realizzerà qualche anno dopo: «Vorrei essere pittrice per descriverle la pace e la tranquillità che in sé cape il mio cuore nell’essere segregata dal mondo stolto e miserabile» (14 settembre 1874).

Le lettere inviate al parroco e alle prime amiche in questi anni sono ancora piene di svolazzi romantici e sentimentali, proprio quelle esibizioni di sentimentalismo infantile che avrebbe poi bandito nei rapporti tra sé e le suore e avrebbe riprovato nei loro scritti. Trapelano ancora una certa incertezza per il suo destino, il dolore e forse anche un po’ di senso di colpa per avere lasciato sola la sorella Rosa con la sorellina malata, scegliendo per sé proprio quella via religiosa che a Rosa era stata negata dalle necessità familiari. Il legame con la famiglia è ancora forte, traspare anche dolore per la sua mancanza, e la preoccupazione per la famiglia abbandonata sta anche all’origine del suo progetto di aprire una scuola con annesso convitto per ragazze nella vicina Codogno. Per questo motivo scrive al potente cugino, Agostino Depretis, un lettera del 10 marzo 1878, in cui allude esplicitamente alle difficoltà economiche della sorella: «Ora però che Rosina mi dice aver bisogno del mio soccorso, altro miglior mezzo non saprei adoperare che questo», chiedendo l’intervento dell’uomo politico, ma senza successo.

Di fronte alle delusioni che si susseguono, i legami umani – sia con i familiari sia con le nuove amicizie o le compagne del convento, fonte di affetto ma anche di delusioni – si fanno sempre più sbiaditi, e si profila invece il suo vero destino. Ma sono stati anni bui, come scrive Francesca il 18 gennaio 1881 al vecchio parroco, il più caro confidente: «Sì, ho patito molto, padre mio, nelle circostanze passate, che ben so le sono note, ma seguendo ancora i suoi antichi suggerimenti, il patire non troppo mi pesò e ora poi mi vedo finalmente per sovrappiù il luogo di pace e di riposo».

Negli anni in cui la sua volontà era continuamente mortificata e la vita religiosa alla quale era stata costretta le sembrava così lontana da quella che si era immaginata, negli anni delle delusioni e delle umiliazioni, Francesca si era purificata delle ultime tracce di amor proprio ed era nata la religiosa capace di realizzare la volontà di Dio. Lo dimostra il nuovo stile di scrittura che caratterizza da quel momento in poi tutte le sue lettere: niente più sentimentalismi, ma affetto schietto e sincero, ironia nei rimproveri, stile scabro ed essenziale e anche il rafforzarsi di un proposito al quale non verrà meno nei decenni in cui fu a guida del suo istituto: «Non insegnerò mai alle mie figlie cosa che io stessa non abbia prima praticata».

Missionaria

In questi anni difficili era emerso con evidenza che Francesca non era fatta per seguire progetti già tracciati, per ripetere modelli già visti di religiosità femminile, anche se i sacerdoti con cui veniva in contatto non sapevano proporle altro. Ella avrebbe tratto suggerimento e insegnamento dalle esperienze già fatte, ma si sarebbe mossa in modo nuovo e autonomo per diventare missionaria, proprio come aveva fatto il suo modello Francesco Saverio, quello da cui prenderà il nome senza curarsi di volgerlo al femminile.

Innanzi tutto, dopo anni di obbedienza alle richieste – in verità discutibili – di tenere in piedi la Casa della Provvidenza che le facevano gli ecclesiastici locali, Francesca è pronta a muoversi da sola, con fiducia nelle sue intuizioni e nei suoi progetti. Dapprima guide ricercate, che tanto l’hanno contrastata, le gerarchie ecclesiastiche sono ora da lei viste solo come appoggi eventuali per realizzare lo sviluppo del nuovo istituto: mai alcuna fondatrice aveva fino a quel momento dimostrato tanta sicurezza e volontà di decidere da sola. Francesca lo dimostra subito, fin dal primo momento, quando il parroco di Codogno monsignor Serrati, d’accordo con il vescovo di Lodi, monsignor Domenico Maria Gelmini, le offrono finalmente di fondare un istituto suo per l’educazione delle ragazze e il ricovero di orfanelle. Al vescovo che le propone di fondare un istituto nuovo, offrendole un piccolo capitale iniziale (diecimila lire) Francesca risponde senza scomporsi: cercherò una casa. Non tradisce sorpresa alla notizia, sembra pronta da tempo, con un progetto ben chiaro in testa: rifiuta infatti la casa scelta da monsignor Serrati per loro, facendogli perdere la caparra già versata, per scegliere i locali di un ex convento francescano, che aveva già adocchiato e che era adiacente alla chiesa di Santa Maria delle Grazie dove spesso si recava a pregare.

La Madonna delle Grazie sarà indicata da Francesca come la vera fondatrice dell’istituto, probabilmente perché la giovane suora aveva tanto pregato proprio questa Madonna, per realizzare il suo sogno. Emerge qui per la prima volta la dimestichezza che la Cabrini ha con il mondo celeste, la sua certezza di essere ascoltata quando si rivolge ai suoi protettori e che è ben rappresentata dal suo motto: Omnia possum in eo qui me confortat. La sicurezza con la quale sceglie per le sue fondazioni i simboli devozionali, ai quali rivolge le sue preghiere in ogni occasione d’incertezza, è uno dei pochi segni visibili del suo legame mistico con Gesù, della sua conoscenza «dall’interno» del firmamento religioso.

Per Francesca i simboli religiosi non sono tutti uguali, né sono intercambiabili: benché la Madonna delle Grazie sia proclamata fondatrice, la Cabrini vuole mettere nella cappella una immagine del Sacro Cuore, e ci riesce anche se il vescovo è arrivato portando in dono una statua di Maria. La statua risulta troppo grande per la nicchia predisposta, e Francesca può sostituirla con il simbolo che ha scelto. Sarà sempre così, nel corso della sua intensa vita di fondazioni in cui sarà invariabilmente lei a preparare la cappella e a scegliere le immagini sacre. All’apparenza, sembra un attaccamento a devozioni particolari quasi ingenuo, affine a quella religiosità ottocentesca femminile che oggi quasi ci infastidisce: in realtà, rivela un profondo contatto, che non perde mai, con il principio divino e una sapienza superiore del panorama devozionale, nel quale ella vede non semplici immagini, ma simboli attivi e potenti.

Francesca diede sempre il titolo di confondatore a monsignor Serrati, che fu senza dubbio il religioso che sentì più vicino nella prima parte della sua vita. Serrati l’aveva conosciuta alla sua prima uscita «pubblica», quando faceva la maestra a Vidardo, e ne aveva apprezzato le qualità. Sarà lui, infatti, a indirizzarla prima all’Istituto della Divina Provvidenza, poi alla fondazione sua propria. Senza dubbio, egli aveva riconosciuto le qualità straordinarie della giovane maestrina, e aveva cercato di incanalarle a beneficio della Chiesa diocesana. La sua funzione fu al tempo stesso di aiuto e di spinta, ma anche di freno verso quelle che a lui sembravano, almeno in un primo momento, ambizioni e progetti esagerati. Scrive la prima biografa della Cabrini, suor Francesca Saverio De Maria: «Mi confessò la madre di avere avuto non poco a soffrire in quei primi anni sotto questo rapporto. Monsignore era timido, talvolta un poco irresoluto (…) nel timore che non si riuscisse e quindi sarebbe dovuto tornare indietro. Questo, in modo particolare, fu occasione di sofferenze per la Madre (…), venivano poi buoni momenti in cui monsignore capiva che la madre faceva tutto (…) sotto l’ispirazione di Dio e allora era tutto cuore per aiutarci». Ma nel prosieguo degli anni, mentre Serrati si rendeva conto della tempra eccezionale di Francesca e la sua diffidenza – forse anche un po’ misogina – si trasformava in ammirazione, la fondatrice comprendeva il valore e l’onestà di questo ecclesiastico che, quando era convinto di appoggiarla, lo faceva con una lealtà e una generosità che pochi avrebbero uguagliato.

Una volta fatta la scelta, tutto si svolse con grande rapidità ed efficienza: le prime sette suore – a cui fu attribuito il titolo di confondatrici – entrarono nell’edificio il 10 novembre del 1880, nel pomeriggio stesso dopo la firma dell’atto di vendita, adattandosi a una sistemazione molto modesta per preparare la cappella in vista dell’inaugurazione da parte del vescovo. Questa avvenne il 14 novembre, da quel momento considerata la data di fondazione. Le suore mancavano di tutto, addirittura della luce, e furono costrette a coricarsi cercando nel buio le loro sistemazioni con l’aiuto di madre Cabrini, che si muoveva nella nuova casa con disinvoltura, «come provveduta di un lume speciale non concesso a noi».

Il 15 novembre, con il permesso già ottenuto dalle autorità scolastiche, si aprì il collegio dove erano accolte fanciulle delle famiglie agiate del luogo. Poco tempo dopo arrivarono le orfanelle, totalmente a carico delle suore. Come nelle altre fondazioni femminili, il lavoro retribuito d’insegnanti permetteva di assolvere un ruolo assistenziale nei confronti delle più povere, ma gli inizi furono ugualmente difficili: le suore non avevano alcunché, e per sostenersi dovevano affiancare la già pesante attività quotidiana a lavori di cucito che eseguivano di notte. Nonostante la poca salute – aveva spesso la febbre –, Francesca condivideva ogni disagio con loro, le aiutava in tutto: «Con quel passo leggero, con quella sua personcina eterea – tanto era esile in quel tempo – la si vedeva, con l’agilità di uno spirito buono, passare da una parte all’altra della casa, pronta sempre e dovunque a dare aiuto e a esercitare una oculata vigilanza», scrive la sua compagna e prima biografa, suor Francesca Saverio De Maria.

Il 3 dicembre 1880 fu festeggiato con fervore l’anniversario del protettore della Cabrini, Francesco Saverio: anche se la casa di Codogno sembrava una fondazione come le altre, finalizzata all’educazione delle fanciulle lombarde, la fondatrice rilanciava il suo sogno, la missione. Proprio per non perdere di vista il suo obiettivo, la Cabrini non accettò di assorbire istituti simili già esistenti e in cattiva situazione finanziaria che erano sparsi nella regione, come le aveva proposto il vescovo Gelmini, e ribadì la sua idea missionaria nelle Regole del nuovo istituto, che si impegnò a scrivere nei mesi successivi all’apertura della prima casa. Nel giugno del 1881 il libro delle Regole era pronto, e madre Cabrini lo consegnò con una certa trepidazione al vescovo perché, accanto al nome di salesiane che lui aveva scelto per le nuove suore, compariva quello caro a Francesca di Missionarie del Sacro Cuore. Il vescovo accettò le Regole e il nuovo nome, che per un po’ fu affiancato all’originario e poi lo sostituì completamente. Ma la Cabrini fu costretta di nuovo a una battaglia per mantenere il titolo di «missionarie» – considerato poco adatto alle donne – ancora qualche anno dopo, nel 1883, quando la Congregazione dei Missionari Apostolici cercò di indurla a cambiarlo, ricorrendo a questo scopo addirittura al Sant’Uffizio. In effetti, di religiose missionarie non ne esistevano, se si esclude l’ordine delle Francescane Missionarie di Maria, fondato nel 1877 da una religiosa francese che poteva comunque contare su un legame con i francescani.

«Missionarie», agli occhi di madre Cabrini, voleva dire donne disposte a viaggiare, ad affrontare mondi sconosciuti per portare nuove anime al cristianesimo. Si trattava di un’apertura verso esperienze sconosciute, verso una vita religiosa nuova da inventare completamente, almeno per quanto riguardava le donne. Alludeva, in modo poco velato, all’apostolato, ruolo fino ad allora considerato esclusivamente maschile. Le religiose, se pure attive e autonome, fino ad allora si erano limitate a svolgere ruoli assistenziali, anche se implicitamente assimilabili all’apostolato in un mondo che si andava secolarizzando.

Significava, anche, una maggiore autonomia nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche: viaggiando si sfuggiva a un controllo diretto e pressante del clero locale, ci si poteva dedicare a un progetto proprio che, per Francesca, voleva dire essere libera di rispondere alle sollecitazioni che, attraverso gli avvenimenti, le mandava Gesù.

Con la Cabrini, il modello di fondatrice di congregazione di vita attiva arriva alla maturazione. Il suo istituto, pur nato con l’assenso della gerarchia ecclesiastica e con l’appoggio spirituale di sacerdoti, non è segnato da un rapporto privilegiato con alcun prelato: anche le sue suore si distingueranno sempre per questa forte autonomia, che riconosce come fonte di obbedienza solo il pontefice. Infatti, le Regole generali sono esplicitamente frutto esclusivo della sua ispirazione: ella si assume direttamente l’autorità di decidere quali devono essere le norme di vita per le sue suore, e se troviamo degli influssi, essi sono prevalentemente femminili, dal momento che si ritrovano importanti punti di contatto con gli scritti di Teresa Eustochio Verzieri. Ma il suo stile è decisamente moderno: al posto dei tre volumi di regole redatti dalla Verzieri, una cinquantina di pagine chiare vanno al nocciolo delle questioni e propongono regole sostanziali, concrete e sicuramente applicabili.

I primi anni di vita della congregazione, quando tutte le suore vivevano insieme con madre Cabrini a Codogno, nonostante le difficoltà e la povertà, erano ricordati come un idillio: le giovani donne si stringevano tutte accanto alla fondatrice, erano riscaldate dal suo amore e illuminate dal suo insegnamento diretto, e non conoscevano ancora il dolore del distacco da lei e dalle consorelle, che avrebbe sempre segnato successivamente la loro vita missionaria.

 

A Roma

Il nuovo istituto superò facilmente le difficoltà iniziali, e già nel 1884 si pose il problema di ingrandire la casa madre di Codogno. I superiori ecclesiastici non pensavano che dovesse ampliarsi al di fuori della diocesi, al massimo si poteva estendere alla provincia, come era accaduto per altre congregazioni analoghe, che, pur rivelandosi vitali, non avevano superato la dimensione locale, diventando un aiuto indispensabile per il vescovo. Ma anche se Francesca accetta qualche primo ampliamento locale, come dimostra la fondazione di una casa nella vicina Grumello e poi a Borghetto Lodigiano, non rinunzia mai al progetto di uscire dall’ambito ristretto della diocesi: una prima occasione la offrì proprio la superiora della casa di Grumello, che le chiese il permesso di recarsi a Milano per comperare una statua della Madonna. Francesca le rispose di andare pure, e di cercare anche una casa. Con grande sorpresa della giovane suora, la casa era lì pronta: un sacerdote di sua conoscenza le indicò un collegio già aperto, che doveva cambiare direzione, e l’accordo fu subito stilato. Nel 1884 otto sorelle andarono nella nuova sede milanese, che fu finalizzata alla preparazione di buone insegnanti per le scuole che si stavano aprendo. Francesca stava preparando le sue suore, per la sospirata missione, sia dal punto di vista professionale sia da quello spirituale: nei primi otto anni di vita dell’istituto, essa non depose mai la carica di maestra delle novizie, in modo da forgiare una prima generazione di religiose ben preparate secondo i suoi principi.

Le suore dovevano imparare a fare tutto: l’ampliamento della casa di Codogno, che doveva essere fatto in economia, fu trasformato in una occasione per imparare a fare i muratori e a dirigere lavori edili. Questo primo esperimento rischiò di fallire – le suore furono costrette a puntellare d’urgenza il nuovo fabbricato che rischiava di crollare – ma lasciò loro una competenza che sarebbe riuscita molto utile negli anni successivi e, soprattutto, la consapevolezza delle proprie possibilità. Madre Cabrini, infatti, insegnava alle suore a tenersi pronte a tutte le prove, a non fermarsi davanti a niente: molti episodi narrati dalle religiose sono centrati su richieste «impossibili» loro avanzate dalla Cabrini, che esse riuscivano a esaudire dopo essersi piegate alla totale obbedienza. Suore che dovevano imparare a suonare il violino in una notte, o a disegnare, o a parlare una lingua sconosciuta. Francesca aveva imparato a chiedere – e quasi sempre a ottenere – veri e propri miracoli.

Ma, per realizzare il suo programma di missione, bisognava andare al centro della Chiesa, a Roma, per ricevere l’approvazione della Santa Sede e per tessere contatti più importanti, che potevano aprirle le porte del mondo. Il suo desiderio di recarsi a Roma incontrò resistenze nel clero locale, che temeva di vedersi sfuggire di mano una religiosa così capace. Per aggirare la proibizione al viaggio che le era venuta dal cardinale di Milano, madre Cabrini fece leva sulla buona disposizione nei suoi confronti di monsignor Angelo Maria Meravigli Mantegazza, nobile prelato a cui era affidata la cura spirituale della casa milanese, inaugurando un metodo – già sperimentato con successo da Teresa d’Avila – che le avrebbe permesso di seguire liberamente le sue ispirazioni. Partì quindi per la capitale nel settembre del 1887, con una sola compagna, senza lettere di presentazione né raccomandazioni per aprire le porte del Vaticano, ma fiduciosa come al solito nell’aiuto celeste. Durante il viaggio vide, per la prima volta, il mare, e fu un’esperienza che la riempì di gioia e di emozione.

A Roma, dove rimase più di un mese, Francesca e la sua compagna furono affettuosamente ospitate dalle Francescane Missionarie di Maria. Il suo primo pensiero fu di fare visita all’altare di Francesco Saverio nella chiesa del Gesù, dove cominciò a costruirsi contatti con i padri gesuiti. Grazie al loro appoggio, riuscì rapidamente a essere ricevuta dal cardinale vicario Lucido Maria Parocchi, che, alle sue richieste, reagì subito negativamente: era troppo presto per un’approvazione e non era certo il caso di aprire un istituto a Roma, dove già ne abbondavano, soprattutto senza un capitale a disposizione.

Ma la tenace lombarda non aveva alcuna intenzione di demordere dal suo intento, e rimase a Roma, visitando le chiese della città e soprattutto pregando perché il cardinale «cambiasse il cuore».

Durante questo periodo, in cui Francesca comincia a scoprire la città e soprattutto a tessere i contatti necessari per realizzare i suoi progetti, si inventa uno strano modo per coprire le lunghe distanze senza pagare la carrozza: «Colle carrozzelle ho imparato il modo, mi faccio cercare dai cavallanti e allora dico che avrei bisogno ma non posso spendere e intanto risparmio sempre qualche cosa» (29 ottobre 1886). In questa difficile situazione comincia a emergere la sua straordinaria capacità di raggiungere i suoi obiettivi anche in un mondo che non conosce e che le è ostile. Non possiamo che guardare ammirati questa maestrina lombarda destreggiarsi con intelligenza e abilità fra le alte sfere ecclesiastiche, sia intuendo la solidarietà per la comune origine che può fare del cardinale Parocchi un potenziale alleato – «Quel “nostro” lo disse con grande forza, contento di essere lombardo», scrive il 22 ottobre 1887 alle suore rimaste a Codogno –, sia contrapponendosi a quegli ecclesiastici che si dimostrano infastiditi dalla sua cocciutaggine nel chiedere l’approvazione della Santa Sede per il suo istituto: «E poi, se la cosa è santa e desiderabile, perché ritirarsi?».

Non si lascia spaventare dall’impatto con l’autorità ecclesiastica e con un mondo, come quello dei palazzi del potere vaticano, con il quale non aveva la minima dimestichezza. Lo si capisce dalle sue lettere, da come descrive gli incontri con distaccata ironia: «Monsignore e padre mio», scrive il 22 ottobre 1887 a Serrati, «stamane secondo l’intelligenza andai dal Cardinal Vicario tra le 9 e le 10. Prima ebbe conferenza con altre due suore, alle quali si capisce che fece fare la confessione generale, perché le tenne tre quarti d’ora e le mandò via scamozze poverette, poi prese noi tutto allegro e contento». Francesca intuisce come comportarsi in ogni circostanza e, se con il porporato lombardo è stata schietta, ben altro comportamento tiene con monsignor Taggiasco, «uomo pieno di titoli e credo uno di quelli molto vicini al papa». Ecco come il 29 ottobre 1887 racconta l’incontro: «Vi andammo, ci accolse molto gentilmente e entrò subito a discorrere familiarmente di cento cose sue facendo vedere che è tutto lui, bravo lui, insomma lui e poi più, andai dietro al suo verso e infine mi disse di mandare a prendere il suo altare, che lui non si sente vecchio e non vuol per ora la cappella (…). Non è tanto bello l’altare ma non farà neppure brutta figura».

Dopo tre settimane di attesa, Parocchi la fa ricercare per proporle due fondazioni, una scuola per ragazze povere a Roma e un asilo infantile ad Aspro, un paese nella Sabina accanto al seminario lombardo dove egli andava a villeggiare. Aveva effettivamente cambiato cuore nei suoi confronti.

La casa di Roma si apre all’insegna del coraggio (la Cabrini si impegna a pagare un discreto affitto per tre anni senza sapere ancora quali saranno le fonti di sussistenza) e dell’economia: Francesca si fa spedire da Codogno più cose possibili – consapevole che «a Roma le cose piccole costano poco, ma le cose grosse assai. I mobili costano due terzi più che a Milano» – e riesce a ottenere dai benefattori sempre più di quanto essi in un primo momento avevano deciso di dare.

Durante quel suo primo soggiorno a Roma madre Cabrini si era fatta dei nuovi amici, che erano anche protettori potenti: il cardinale Parocchi, il padre generale dei francescani Bernardino di Portogruaro, i padri gesuiti del Gesù e il priore dei domenicani della Minerva. A Roma diede prova per la prima volta di quello straordinario fascino personale che avrebbe sempre spinto le persone ad aiutarla, colpite dalla pace e dalla sicurezza che emanavano da questa giovane donna in diretto contatto con Dio.

 

In America

La fondazione romana, assieme al suo avvicinamento alle stanze del potere vaticano, dà alla Cabrini la sensazione – poi confermata dai fatti – di un vero e proprio decollo dell’istituto. Da questo momento comincia l’insistenza presso le suore perché trovino nuove vocazioni, soprattutto di donne istruite, meglio se maestre, che sappiano le lingue e suonino il piano. Ormai è pronta a cogliere le occasioni per iniziare la vita missionaria, appena si presenteranno. E queste si presentano quasi subito, nell’incontro tra madre Cabrini e il vescovo di Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini.

Francesca aveva conosciuto il vescovo a Roma, per discutere la sua proposta di rilevare una scuola, un orfanotrofio e un piccolo ospedale fondati dalle suore benedettine a Castel San Giovanni, presso Piacenza. Le suore avevano chiesto di entrare nella sua congregazione, ma madre Cabrini lasciò cadere questa richiesta, consapevole delle difficoltà che avrebbero incontrato nell’amalgamarsi a un gruppo già organizzato e caratterizzato da una preparazione spirituale diversa. Il problema si risolse qualche tempo dopo, quando la Cabrini si assunse la gestione di queste opere, ma Scalabrini, dopo averla incontrata, concepì su di lei un altro e più ambizioso progetto, quello di mandarla a sostegno degli emigrati italiani negli Stati Uniti d’America. Il vescovo di Piacenza era una delle figure di punta dell’intransigentismo cristiano, e operava sulla linea tracciata da Leone XIII per spingere i cattolici a riportare il cristianesimo nella società, occupandosi dei problemi drammatici che la modernità apriva nel tessuto sociale. A Piacenza, nodo ferroviario, il prelato cominciò a rendersi conto di persona del numero di italiani che si stavano muovendo verso le Americhe e a occuparsi delle loro condizioni. In un opuscolo pubblicato proprio in quegli anni (L’emigrazione italiana in America), Scalabrini per primo denunziò le condizioni terribili in cui vivevano gli emigrati, e soprattutto la condizione di abbandono in cui li avevano lasciati sia il governo italiano sia la Chiesa cattolica. Molti perdevano la fede, altri si convertivano al protestantesimo, convinti da una generosa propaganda e dalle maggiori possibilità di integrazione che esso offriva. Lo dimostra il fatto che ancora cinquant’anni dopo Fiorello La Guardia – uomo politico italoamericano, che ricoprì il posto di sindaco di New York per tre legislature, fino al 1946 – era protestante.

Scalabrini si era impegnato personalmente in questa battaglia, percorrendo l’Italia per tenere conferenze su questo tema e soprattutto fondando, nel 1888, la Congregazione di San Carlo Borromeo per portare l’assistenza spirituale agli emigrati. I risultati fino a quel momento era stati modesti: due padri avevano aperto una chiesa, San Gioacchino, nel quartiere italiano di New York, e qualche altro si era recato in Sudamerica, ma il lavoro da fare era ancora immenso. Durante un viaggio negli Stati Uniti, egli scriveva: «Lo confesso, la vampa di rossore mi sale in volto, mi sento umiliato nella mia qualità di sacerdote e di italiano».

Il problema che i nostri due protagonisti si trovarono ad affrontare era lo stesso: aiutare materialmente e al tempo stesso riportare alla religione dei padri i poveri emigrati italiani di quei tempi. Di loro, un ampio documento della Congregazione di Propaganda Fide – il Rapporto sull’emigrazione italiana del novembre 1887 – diceva: «Dopo la scomparsa degli Indiani degli Stati Uniti e l’emancipazione dei neri, sono gli emigrati italiani quelli che in gran numero rappresentano i paria della grande repubblica Americana». A questo comune obiettivo erano arrivati da due percorsi diversi: Scalabrini non solo era vescovo, ma era anche uno dei più vivaci protagonisti della vita della Chiesa, impegnato in prima persona sia nei dibattiti interni alla Chiesa, come il confronto tra intransigenti e transigenti, sia nel creare nuove forme di associazionismo e di intervento culturale. Scalabrini incontra il problema dell’emigrazione italiana quando è giovane parroco nelle montagne comasche, e poi da vescovo di Piacenza, nodo ferroviario per cui passano molti di coloro che si recano ai porti per andare in America. Ma egli, soprattutto, è al corrente del problema anche dal punto di vista istituzionale: la Santa Sede, infatti, riceve rapporti dei vescovi dei paesi di immigrazione italiana, soprattutto statunitensi, che denunziano il livello grave di abbandono dei cattolici di origine italiana, in condizione di netta inferiorità rispetto alle altre componenti dell’emigrazione cattolica, gli irlandesi, i tedeschi e i francesi. Le relazioni e le corrispondenze con Roma mettono in evidenza l’assenteismo e l’indifferenza religiosa degli italiani, la mancanza di assistenza delle Chiese locali in cui i pochi preti italiani sembravano interessati solo a far denaro e si rifiutavano di imparare l’inglese. La gerarchia cattolica statunitense, di estrazione irlandese, si rifiutava infatti di occuparsi di questo gruppo disgraziato e povero di cattolici – gli altri emigrati cattolici non volevano avere accanto in chiesa gli italiani, considerati sporchi – e avrebbe voluto che il peso di questa assistenza fosse assunto direttamente da Roma. La Santa Sede invece insisteva perché la Chiesa locale si facesse carico del problema, in nome della cattolicità, ma le difficoltà erano molte.

In questa situazione difficile Scalabrini comincia a occuparsi del problema e dapprima interviene con un opuscolo su L’emigrazione italiana in America – una emigrazione ormai permanente –, che conoscerà ben cinque edizioni e in cui sottolinea la necessità di occuparsi non solo degli emigranti, cioè delle loro condizioni di partenza, ma anche degli emigrati, cioè degli italiani sul posto di emigrazione. Scalabrini segnala soprattutto l’impreparazione e l’inerzia della gerarchia americana nei loro confronti, e comincia a progettare una nuova congregazione, composta da sacerdoti votati all’assistenza agli emigrati, che però dovevano comunque essere considerati a tutti gli effetti dipendenti dalla Chiesa locale.

Ma accanto a questa attività assistenziale, il vescovo di Piacenza si interessò anche a problemi politici più vasti, come la legislazione relativa all’emigrazione, definendo con chiarezza quali fossero i compiti dello Stato in questa situazione di emergenza sociale e quali quelli della Chiesa. Egli mise a punto un progetto preciso d’intervento: l’azione dei sacerdoti doveva essere finalizzata alla conservazione dell’italianità – in primo luogo la lingua («La lingua è un mezzo arcano per conservare la fede») –, perché egli credeva che religione e patria fossero inscindibili, e che per mantenerle entrambe gli italiani dovessero trovare ovunque «la nostra chiesa e la nostra scuola».

Per affiancare il lavoro dei sacerdoti, era indispensabile avere delle suore: per questo Scalabrini aveva pensato alla Cabrini, di cui aveva subito compreso le capacità. Ovviamente, come uomo e uomo di potere, egli pensava di instaurare un rapporto di subordinazione con le missionarie, se non addirittura di fare della congregazione cabriniana il ramo femminile del suo ordine. Che tipo di rapporto si prefigurasse si può capire vedendo come venne organizzata, qualche anno dopo, la congregazione delle suore scalabriniane, per decenni prive di una progettualità propria, e alle quali non era consentito di amministrarsi autonomamente.

È quindi facilmente comprensibile come la proposta di Scalabrini, almeno all’inizio, non fosse stata presa molto sul serio da madre Cabrini, sempre molto gelosa dell’autonomia del suo istituto e che rispose in modo vago con la frase divenuta famosa: «È troppo piccolo il mondo perché dobbiamo limitarci a quel solo punto; io vorrei abbracciarlo tutto e giungere dappertutto». Ma le insistenze e le pressioni furono molte, e a queste si aggiunse anche l’intervento della stessa istituzione preposta alle missioni, la Congregazione di Propaganda Fide.

Francesca cominciò allora a occuparsi seriamente del problema, appassionandosi all’idea di aiutare i poveri emigrati. Si adoperò così a chiarire le condizioni con Scalabrini e a verificare se i rapporti con la gerarchia americana fossero stati predisposti e se là le suore fossero ben accette.

Nel dicembre del 1888 tornò a Roma per conoscere finalmente di persona il papa. L’incontro tra due personalità così forti e altrettanto infiammate dalla fede fu senza dubbio fortemente significativo per entrambi. Leone XIII si rese conto subito di avere di fronte non soltanto la fondatrice di una modesta congregazione lombarda che contava circa centocinquanta suore, ma una gran donna, e da quel momento in poi la seguì sempre con particolare affetto e attenzione. Così, per Francesca, Leone XIII fu il papa della sua vita, quello con cui condivideva la battaglia per riportare Gesù nella vita della gente, per frenare l’ondata di secolarizzazione che, nel corso dell’Ottocento, aveva fatto quasi temere, in alcuni momenti, della sopravvivenza stessa della Chiesa.

Sia Scalabrini che Leone XIII rappresentano perfettamente le tendenze più vitali della Chiesa in quella fine del secolo XIX: entrambi intransigenti, ma portati a impegnarsi, più che nella battaglia contro i nemici esterni, nella ricostruzione e nel rafforzamento della Chiesa, intervenendo attivamente nella società. È un atteggiamento che Francesca condivideva profondamente, lei che era abituata a vivere in mezzo ai conflitti politici e sociali senza dare loro importanza, sempre pronta però a intervenire per mettere il bene al posto del male. Certo, i due uomini di Chiesa erano più consapevoli intellettualmente, avendo avuto la possibilità di farsi un’idea completa della situazione del cattolicesimo nel mondo e soprattutto di capire che stava cambiando il modo stesso di essere cattolici: se prima l’identità religiosa era stabilita dalla nascita e dalla tradizione, ora in essa interveniva un elemento di appartenenza sempre più consapevole. Entrambi avevano compreso che cattolici non solamente si nasce, ma si diventa o si ridiventa. La missione che Scalabrini e Leone XIII propongono a Francesca è quindi quella di convertire non già i non cristiani, ma coloro che avevano dimenticato la loro religione nelle traversie della vita.

In questo primo incontro, madre Cabrini non chiese consiglio al papa per la scelta americana che, come aveva subito capito, avrebbe determinato la vita stessa del suo istituto. Come al solito, prima di accettare l’obbedienza, voleva esaminare bene le condizioni pratiche di questa possibilità, ed essere più sicura di avere interpretato correttamente la volontà di Dio. Per questo, mentre aspettava la lettera di conferma dell’arcivescovo di New York, Michael Augustine Corrigan, pregò intensamente per essere illuminata in proposito. La figura di intermediaria che scelse in questa occasione fu una venerabile di Codogno, la clarissa Antonia Belloni: una figura di secondo piano, ma strettamente legata al luogo di origine del suo istituto. Come se, prima di decidersi a partire, volesse essere ben sicura di avere il consenso della sua terra d’origine. Arrivò in risposta una visione della Madonna e del Sacro Cuore che le confermarono la positività della decisione, e lo stesso giorno giunse la lettera di Corrigan che sembrava risolvere i suoi dubbi, confermando che le suore erano attese.

Solo a questo punto Francesca, ricevuta di nuovo in udienza dal papa, chiese la sua approvazione, che ottenne immediatamente: «Non a Oriente, ma a Occidente». Leone XIII benedì la sua missione: «Con quella benedizione», scrisse Francesca, «andrei tranquillamente sino in capo al mondo».

Colpisce il comportamento di madre Cabrini in questo momento decisivo per la sua vita e per quella dell’istituto da lei fondato: mentre ostenta una totale obbedienza al papa, si decide a consultarlo solo quando ha già ottenuto conferme di tipo pratico e di tipo spirituale, quando cioè sapeva già che cosa doveva fare. Sembra un atteggiamento contraddittorio, ma a ben vedere rivela invece una certezza assoluta del suo contatto con Dio, che le permette di farsi obbediente esecutrice della volontà divina. Una volta certa di questo – che era sempre la priorità – sapeva che il consenso del papa sarebbe venuto da sé, e le avrebbe permesso di vivere pienamente l’obbedienza, nonché di avere il totale appoggio della Santa Sede.

Dopo circa un mese, il 16 febbraio 1889, ottenute le credenziali di Propaganda Fide, si accinse a fare i bagagli. Nello stupore generale, e soprattutto del vescovo Scalabrini, le suore si dichiararono subito pronte a partire. La solenne cerimonia di partenza fu organizzata a Codogno il 19 marzo, festa di San Giuseppe, alla presenza del vescovo di Piacenza.

Capitolo 3 - Una Santa Moderna

Una nuova teologia della riparazione


Francesca Cabrini in poco tempo non solo ha rivelato eccezionali qualità di realizzatrice e di fondatrice – alla sua morte lasciò ben 67 istituti in otto paesi – ma ha aperto una nuova strada alla religiosità femminile di tipo attivo costruendo un modello originale di rapporto fra religione cattolica e modernità. Le straordinarie capacità umane che ha manifestato nella sua vita erano fondate sulla sua intensa dimensione spirituale, e sulla sua capacità di far crescere accanto a sé ottime collaboratrici alle quali affidare, in grande autonomia, la gestione degli istituti.

Come altre religiose nate nell’Ottocento, anche Francesca Cabrini aveva una particolare devozione per il Sacro Cuore di Gesù, e intorno a questo simbolo aveva incentrato la sua vita spirituale e quella dell’istituto da lei fondato. Si tratta di una devozione che aveva conosciuto una continua diffusione per tutto l’Ottocento, e continuerà ad affermarsi anche nel Novecento, sostenuta da iniziative pontificie: la proclamazione della festa del Sacro Cuore come universale nel 1856, a cui segue, nel 1864, la beatificazione della principale promotrice di questo culto, Margherita Maria Alacoque (poi canonizzata nel 1920), la consacrazione dell’intero genere umano al Sacro Cuore da parte di Leone XIII nel 1899, e la creazione di nuove istituzioni dedicate a questa devozione, una tendenza che tocca l’apice proprio nel settore delle congregazioni.

L’immagine di Gesù sofferente e ardente d’amore per un’umanità ingrata è presente nella Chiesa fin dai tempi più antichi, e il desiderio di condividere il suo dolore stava all’origine della spinta penitenziale che caratterizzò tutti i riformatori di ordini religiosi. Ma il vero e proprio culto liturgico del Sacro Cuore nasce in Francia, nella seconda metà del Seicento, in un primo tempo ad opera di Giovanni Eudes, poi soprattutto per effetto delle visioni di una giovane mistica visitandina, Margherita Maria Alacoque.

È proprio quest’ultima a dare alla devozione la caratteristica sacrificale che la contraddistinguerà in età contemporanea e che, grazie alla sua semplicità – si tratta infatti di un simbolo elementare che tocca i sentimenti, facilmente accessibile anche agli umili – era destinata a suscitare il più forte movimento spirituale conosciuto dalla Chiesa. Le modalità di riparazione alle ferite del Sacro Cuore, secondo le parole pronunciate da Gesù nelle ultime visioni, sono esposte con una precisione giuridica che rivelano nella mistica francese la figlia di un notaio: ella è infatti nominata da Gesù erede del suo cuore, e come tale deve impegnarsi a diffonderne la devozione. In particolare, Gesù richiede una festa per onorare il suo cuore e un’«ammenda onorevole» per le offese subite, rifacendosi a una formula giuridica precisa presente nella tradizione francese che prevede la riparazione di una offesa tramite un rituale simbolico.

La rivoluzione francese, che rende più drammatico il rapporto fra cristianità e società laica, contribuisce all’esasperazione delle forme più «vittimali» della devozione, diffusa con fervore dagli ordini religiosi più ostili alla modernizzazione, i gesuiti e i redentoristi di Alfonso de’ Liguori. Ma è con la secolarizzazione dell’età contemporanea che la devozione al Sacro Cuore si definisce come sentimento interiore per eccellenza, benché – scrive il teologo Karl Rahner – «quest’amore sembri inutile».

Una devozione di lotta contro il dilagante ateismo, quindi, ma anche una riparazione dei dolori che l’umanità ha inflitto, e sta infliggendo, al cuore di Gesù. Al tempo stesso, quindi, una devozione per combattere una società che – specialmente nelle sue componenti più prestigiose, scienza e politica – sembrava sempre più allontanarsi dalla tradizione cristiana, e un modo per riparare ai suoi guasti.

La devozione assume anche valenze politiche, come progetto di ricostruzione di un ordine cristiano voluto da Dio, e cioè l’affermazione della «regalità sociale di Cristo».

Questa nuova interpretazione – che liberava la proposta politica dal sistema di governo in atto, considerandola realizzabile anche con regimi di tipo liberale e repubblicano – si fondava su una lettura meno pessimistica dell’operare della provvidenza nella storia: se era vero che si stavano vivendo «tempi ultimi» in cui la società abbracciava l’ateismo e si contrapponeva alla Chiesa, il futuro offriva la possibilità di una riparazione, cioè l’avvento di una società orientata secondo i principi cristiani dettati dal papa. La devozione al Sacro Cuore offriva così una via di riscatto dalla situazione d’inferiorità e umiliazione in cui si trovava la Chiesa nell’Ottocento.

Si può ben comprendere quindi come questa ferma rivendicazione della supremazia ecclesiastica sulla vita collettiva ottenesse l’appoggio dei pontefici, che ne appoggiarono fermamente il culto. Se l’unica risposta possibile alla montante secolarizzazione delle masse moderne era la realizzazione del regno sociale di Cristo, la devozione al Sacro Cuore era molto di più che una devozione individuale volta alla riparazione ed espiazione, e anzi costituiva un vero e proprio programma politico, come dimostra la costruzione a Parigi della basilica del Sacro Cuore sulla collina di Montmartre, proprio dov’erano avvenute molte esecuzioni al tempo della Comune nel 1871.

A questa interpretazione maschile della devozione al Sacro Cuore – rappresentata in primo luogo dai gesuiti e più tardi da padre Agostino Gemelli, e accolta dai pontefici, soprattutto Pio IX e Leone XIII – che si diffonderà soprattutto fra le donne, si può contrapporre una diversa interpretazione, quasi esclusivamente femminile, non formalizzata in scritti, ma solo praticata nella vita quotidiana.

La via femminile al Sacro Cuore, che si può far discendere direttamente dalle visioni di Margherita Maria Alacoque, si realizza con due modalità profondamente differenti: prima quella mistica e poi – parallelamente allo sviluppo di questa – la via dell’azione.

Nell’Ottocento si assiste infatti a una profonda trasformazione della mistica femminile, e a una sua scissione dall’esperienza visionaria. Su influenza della religiosità «riparatrice» legata al culto del Sacro Cuore, le mistiche offrono se stesse per la riparazione delle offese che il mondo infligge a Gesù. In questa prospettiva, le sofferenze vengono richieste e ricercate come omaggio sacrificale, e – nonostante la resistenza dell’istituzione ecclesiastica su questo punto – spesso vengono autoinflitte. Sono molte, ad esempio, le mistiche che nell’Ottocento muoiono giovani di tubercolosi offrendosi a Dio come olocausto riparatore. Si tratta di un processo che vede il modello femminile scivolare verso una sempre maggiore passività dolorosa: da «sposa di Cristo» la mistica diviene «ostia sacrificale» vivente che non ha più nulla da comunicare al mondo, come le grandi mistiche e profetesse dell’età medievale e moderna.

Il modello della riparazione attraverso l’azione nasce esclusivamente in ambito femminile e, pur non venendo mai formalizzato in scritti, è all’origine della spiritualità che anima le fondatrici più consapevoli di congregazioni. Invece del sacrificio redentore, realizzato con la ricerca della sofferenza, esse propongono di riscattare con il proprio lavoro il bene dal male, individuando in questo il compito dell’uomo nella storia a imitazione di Gesù.

Anche se una parte di questo atteggiamento nuovo nasce dalle circostanze storiche – dalla necessità cioè di darsi un compito di utilità sociale per poter sopravvivere come istituzione religiosa alle leggi di soppressione dei beni ecclesiastici emanate dagli Stati laici – le fondatrici di vita attiva dell’Ottocento vanno al di là di un semplice adattamento ai tempi, ma arrivano a proporre l’azione nel mondo come scelta autonoma e consapevole.

Teresa Eustochio Verzieri – fondatrice della congregazione presso la quale Francesca aveva studiato – scrive sottolineando gli aspetti positivi della devozione al Sacro Cuore: «Il Cuore adorabile di Gesù Cristo è la sede di tutte le virtù, l’unione di tutte le grazie, la sorgente della soavità e della dolcezza. (…) Dovete imparare da lui la mitezza e l’umiltà, dovete ardere della sua carità medesima (…) abbandonatevi in questo oceano d’amore e di carità; se è possibile, non ne uscite mai più; finché non siate penetrate dal fuoco di amore di cui questo Cuore è infiammato». Ma è soprattutto la Cabrini che – pur non avendo scritto nulla a proposito di questa sua speciale interpretazione della devozione al Sacro Cuore (e sappiamo che volutamente si è sempre tenuta fuori dagli aspetti teorici della questione) – ha dato nella sua corrispondenza con le suore e nelle costituzioni a loro destinate delle indicazioni illuminanti in proposito, che possono costituire una sorta di teoria dell’azione come riparazione.

Anch’essa è passata attraverso una esperienza di devozione classica, sacrificale, nel periodo più difficile della sua vita, quando non poteva vivere in libertà la missione per cui si sentiva chiamata: «Come voi mi ispirate, Signore mio, e come già da gran tempo me lo chiedete, ecco che a voi mi offro in oggi e per tutto il tempo di mia esistenza come vittima in unione alla vostra pesante agonia nell’orto a pro’ di tutti i poveri e vagabondi di ogni ora in tutto il mondo onde ottengano di spirare nelle vostre amorosissime braccia contriti e compunti dei loro peccati».

Dietro la vita attiva di Francesca scorre un profondo percorso mistico, costellato d’immagini simboliche legate alla devozione al Sacro Cuore come riparazione, in totale adesione alla cultura del suo tempo, rimasto a lungo nascosto per volontà della stessa fondatrice. Percorso testimoniato dal motto che la Cabrini ha scelto per la sua congregazione: Ad Maiorem Gloriam Sanctissimi Cordis Jesus (A. M. G. SS. C. J., «a maggior gloria del santissimo Cuore di Gesù»).

Nella sua vita, come s’intravvede da frasi scritte qua e là alle suore e nei suoi appunti, vediamo comunque con chiarezza affermarsi una diversa concezione della riparazione: «oggi – scrive durante un viaggio – è tempo che l’amore non stia nascosto, ma diventi operoso, vivo e vero». E ancora: «quanto dunque devo essere grata a quel Cuore dell’amatissimo Gesù e come ogni peso mi deve parer leggero, ogni pena soave quando trattasi di procurargli un po’ di gloria conforme l’Istituto vera terra di promissione»; e infine più chiaramente: «Col voto di carità soddisfi anche il desiderio che senti di soffrire per amore del tuo Gesù, poiché il voto di carità ci fa essere, in modo del tutto speciale, unite in interessi col Cuore amabilissimo di Gesù, il quale farà di noi tutto quello che vorrà per la conversione dei peccatori e per gli altri interessi della sua gloria».

Questa scelta di agire all’interno della società, per mettere il bene al posto del male, costituisce quindi un’interpretazione operosa e ottimistica della necessità di riparazione che sta all’origine della devozione al Cuore di Gesù: non più sangue e dolore per espiare il sangue e il dolore del Sacro Cuore, ma azioni positive, concrete e visibili, per iniziare un processo positivo contro il male nel mondo.

Questa trasformazione del concetto di sacrificio – che nella sua versione femminile era stato fino a questo momento interpretato solo come offerta di sé, ma non della propria attività e del proprio lavoro – segna senza dubbio un passo fondamentale nella trasformazione del ruolo femminile all’interno del cattolicesimo. Le religiose si confrontano con il mondo, diventano improvvisamente visibili, come dimostra il fatto che ne parlano anche i giornali laici, stupiti da tanta capacità d’azione da parte di donne, e per di più religiose.

Già Teresa Eustochio Verzieri – che per certi versi, come abbiamo visto, possiamo considerare, almeno nella prima fase della sua vita, modello della Cabrini – nel Libro dei doveri scritto per le sue religiose ricorre agli aggettivi «sodo» e «forte» per definire l’atteggiamento che le suore devono tenere, contribuendo così a creare un’immagine di religiosa poco incline ai sentimentalismi e ai deliqui pseudomistici spesso collegati alla devozione sacrificale. La Verzieri si esprime infatti con schiettezza contro questi atteggiamenti, e rivaluta invece un atteggiamento attivo: «ma altre volte dobbiamo essere molto attive e investigare noi la volontà divina, e trovare il modo di compierla come vuol essere adempita, e faticare e soffrire finché essa abbia avuto l’intero e perfetto compimento»; e anche: «vi vorrei, mie carissime, franche e sciolte e, all’uopo, risolute più che dubitose», mentre, al contrario, vengono rimproverate «alcune, piccole di cuore e di spirito fiacco, che temono sempre». Teresa mette pure in guardia dalla tendenza alle malattie immaginarie, scambiate per patimenti in riparazione del Sacro Cuore.

L’impegno attivo nelle opere di pietà viene proposto risolutamente come momento di riparazione, al posto delle mortificazioni del corpo e dell’obbedienza portata ai suoi estremi limiti, nel paragrafo della sua opera dedicato alle opere di carità. Ma anche in questa offerta di sé sono nascosti i pericoli del narcisismo: la Verzieri avverte del pericolo di «caricarsi di troppe pratiche, o di pratiche soverchiamente pesanti, che non già dallo Spirito Santo vengono suggerite, ma da proprio spirito e dall’amor proprio».

Questa impostazione viene rafforzata nelle Regole generali scritte da madre Cabrini per la sua congregazione. La scelta dell’impegno attivo e assistenziale è sempre più netta e mette senza remore allo stesso livello gli impegni spirituali con quelli assistenziali: «s’impieghino dunque le Sorelle in vantaggio dei prossimi per la gloria di Dio e in qualunque parte del mondo sotto la direzione dell’obbedienza (....) La maggiore gloria di Dio esigerà tante volte che si distacchino dagli amplessi di Lui per operare in suo onore; in tal caso le Sorelle devono essere disposte e pronte a lasciare Dio per Dio in servizio del prossimo. Non temano di perdere con ciò del loro vantaggio spirituale; se veramente saranno animate dallo spirito di Dio, vi faranno dei grandissimi guadagni. Ogni Sorella si consideri specialmente destinata, oltre a far bene all’anima propria, anche a beneficare i suoi simili, e lo faccia non solo pregando e offerendosi per la conversione dei peccatori, per la prosperità dell’istituto e delle missioni cattoliche, ma occupandosi negli atti di carità ogni volta l’obbedienza glielo imporrà e servendo volentieri le Sorelle occupate in aiuto dei prossimi».

Francesca Cabrini non pone limiti alle iniziative che si possono intraprendere per fare del bene, come ribadisce ancora più esplicitamente in una lettera circolare: «L’Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù cerca la salvezza del prossimo con tutti i mezzi che la carità e lo zelo possono suggerire».

Dalle parole della fondatrice trapela il desiderio di dedicarsi completamente all’evangelizzazione, ma questa via diretta è ancora preclusa alle religiose che sostituiscono il desiderio di questo impegno apostolico con l’assistenzialismo, con l’aiuto ai sofferenti e con l’insegnamento, donando la loro attività di servizio.

Questa fase di prevalenza del modello dell’azione – che si fonda su una interpretazione nuova della teologia della riparazione – costituisce un momento di transizione molto significativo nella trasformazione della vita religiosa femminile: anche se non vengono ancora riconosciute come capaci di apostolato, le suore ottengono però dei riconoscimenti di tipo più terreno, ma altrettanto importanti, delle loro capacità di lavoro, di amministrazione e di organizzazione. Insomma, le donne cominciano a uscire da uno stato di «infanzia prolungata» a cui le costringeva la sfiducia nelle loro capacità serpeggiante nelle disposizioni tridentine, dalle quali traspariva non solo la ferma convinzione che la vita religiosa femminile si dovesse svolgere al riparo delle tentazioni che potevano nascere dai contatti con il mondo, ma anche al di fuori d’impegni di tipo pratico e di forme concrete di autogoverno.

Questa scelta «attiva» era in profonda sintonia con il clima culturale del tempo. Nella cultura occidentale dell’età moderna, infatti, è entrata in crisi l’enorme superiorità che tradizionalmente veniva attribuita alla contemplazione rispetto a qualsiasi genere di attività, non esclusa l’azione: si compiva invece una glorificazione, anche teoretica, del lavoro. Ogni occupazione doveva provare la sua utilità per la società in senso lato, e poiché la vita religiosa di tipo contemplativo appariva in discussione in seguito a questa moderna glorificazione del lavoro, anche i religiosi furono costretti (o si trovarono) a desiderare di essere annoverati tra la popolazione attiva. In una cultura nella quale il pensiero veniva subordinato all’azione la contemplazione stessa stava perdendo significato.

Nel modello cabriniano, la contemplazione, gelosamente nascosta agli occhi del mondo, doveva servire a realizzare le buone opere: si tratta di un rovesciamento perfetto del pensiero tradizionale, che vedeva nell’azione il requisito necessario alla realizzazione della contemplazione. Scrive in proposito Hannah Arendt: «il rovesciamento dell’età moderna non è consistito quindi in una elevazione del fare al rango della contemplazione, come se a un certo punto il fare, attingendo lo stato più alto di cui l’essere umano è capace, fosse diventato il significato finale per cui la contemplazione doveva essere praticata, proprio come, fino allora, tutte le attività della vita activa erano state giudicate secondo il grado in cui rendevano possibile la vita contemplativa. Il rovesciamento riguardò il pensiero, che da allora fu subordinato all’azione come era stato ancilla theologiae, subordinato alla contemplazione della verità dell’essere nella filosofia antica. La contemplazione stessa divenne del tutto priva di significato».

Questo rovesciamento poteva funzionare solo se la congregazione era diretta da una persona profondamente radicata nella vita contemplativa, altrimenti rimaneva soltanto la realizzazione di opere buone, utile ma destinata all’inaridimento spirituale se non continuamente alimentata da una dimensione religiosa più profonda. Rispetto al modello tradizionale della vita religiosa femminile, tutta finalizzata alla contemplazione, il nuovo modello di vita religiosa era infatti più dinamico e ricco, ma più esposto all’esaurimento della sua energia spirituale interna. Proprio per combattere questo pericolo madre Cabrini aveva organizzato la vita delle religiose con un rigore e una severità che si rifacevano a un modello conventuale. Orari fissi per le preghiere e la meditazione, uguali in tutti i paesi in cui si trovavano gli istituti e sugli stessi testi, dovevano garantire una solida base spirituale.

Nei confronti di una società che dava un segno positivo al lavoro, in qualunque forma e con qualunque scopo esso si presentasse, l’attività delle religiose testimoniava però una importante differenza: per loro il lavoro aveva senso solo se fatto per gli altri, se costituiva una donazione della propria opera.

Questa svolta delle religiose per la vita attiva è stata molto importante anche perché ha permesso loro di creare la condizione per il ricordo, cioè per la storia: per la prima volta, la storia delle istituzioni femminili entrava a far parte, a pieno titolo, della storia della Chiesa e delle società in cui si trovavano ad agire.

Francesca opera quindi una reinterpretazione della devozione del Sacro Cuore, e in particolare della riparazione al dolore di Gesù, in senso moderno e attivo, se pure radicato in una profonda dimensione spirituale. Per lei – e in questo sta la sua novità rispetto alle fondatrici precedenti – il Sacro Cuore non è tanto una devozione, né solo un programma di missione (mettere il bene al posto del male), ma uno strumento di meditazione, una via mistica alla santità. Meditando sul Cuore di Gesù, Francesca scopre che esso offre un vero spazio protettivo in cui può rinchiudersi e, una volta entrata, trovarvi riparo e forza: «Il buon Gesù vi benedica – scrive il 5 novembre 1898 alle suore da Manchester – e vi chiuda nel suo bel Cuore».

Il Sacro Cuore diventa così per lei una sorta di luogo mistico, di cella monastica mobile, nella quale ritirarsi per attingere la forza e il coraggio che le sono indispensabili per superare i limiti umani, la salute cagionevole, la paura di esperienze nuove, il senso d’inadeguatezza. È una esperienza bene espressa nel motto che si è scelta: Omnia possum in eo qui me confortat. Più che di un motto si tratta infatti della sintesi della sua esperienza mistica, una via che conosce tanto bene da poterla insegnare alle suore. Per entrare in questa cella mentale – e lo insegna con chiarezza nei suoi scritti – bisogna innanzi tutto, esercitando l’umiltà e l’obbedienza, deporre il proprio io, i desideri e i progetti personali, che sono solo un ostacolo alla realizzazione della provvidenza divina.

Grazie a questo tipo di meditazione, Francesca riesce a mantenere il contatto con Gesù anche durante i viaggi e le peripezie, perché è come se la sua anima stesse sempre là, nella cella riparata del Sacro Cuore. Se la mistica è tradizionalmente praticata in dimensioni riparate, fuori del mondo, Francesca riesce a tramutare il movimento, il trambusto di viaggi e partenze, in meditazione: è questo senza dubbio il suo contributo più moderno alla storia della mistica cristiana. Questa dimensione mistica, basata tradizionalmente sul distacco, le permette di affrontare la dimensione dell’utile senza esaurire in questo il senso profondo della vita religiosa.

Da qui madre Cabrini attingeva la sicurezza delle sue decisioni e l’energia per attuarle. Una energia straordinaria, inspiegabile in una donna fragile e logorata dalla malattia. Il fuoco dell’amore divino si espandeva attraverso di lei, dandole quella luce carismatica che attirava quanti avevano la sorte d’incontrarla e che le permetteva, spesso, di superare ostacoli in apparenza insormontabili.

Le affinità di Francesca con il simbolo del cuore, la sua forza d’identificazione con questo centro spirituale, si manifestavano poi in molti suoi modi di essere: ella possedeva una particolare «intelligenza del cuore», con la quale viene designato abitualmente l’atto di conoscere e amare simultaneamente per mezzo dell’atto d’immaginare. Sapeva pensare e agire insieme perché era profondamente identificata nella fede.

Proprio per questo il suo pensiero non si manifestava come pensiero nelle forme discorsive o scritte, ma s’irradiava nell’agire come il sole sul mondo. Questa forza le veniva dal suo porsi nel cuore di Gesù, in modo da far coincidere la volontà di Dio con la propria.

In questo modo intensamente cristocentrico vedeva il mondo, veniva attirata in ogni forma in cui si accendeva la bellezza, nella quale vedeva la presenza di Dio come Mosè l’aveva vista nel roveto ardente. La sua attenzione era sempre sensibile ad ogni forma di teofania, di rivelazione del divino.

Nella sua opera di assistenza, è sempre stato centrale il concetto di accoglienza: innanzi tutto delle aspiranti suore, poi dei diseredati, delle giovani, dei malati. E accogliere significa prendere a cuore.

Il suo modo di porsi nei confronti di una società secolarizzata che umiliava la Chiesa e il sentire religioso era decisamente coraggioso: «Noi siamo diventati vili, codardi e tante volte per un riguardo o per l’altro, taciamo neghittosi, ci lasciamo prendere dal rispetto umano e lasciamo di mostrarci veri seguaci di Gesù Cristo in faccia al pubblico. Si sente deridere la virtù e si tace, si sente conculcare la verità e si tace, ma perché si tace? perché siamo vili. Oh! Abbiamo bisogno di rinnovellare la nostra fede, di riscaldare i nostri cuori ai sublimi principi di nostra santa religione, abbiam bisogno di informarci allo spirito di Gesù Cristo, di animarci, nella vera carità del suo Divin Cuore, a grande slancio nel pubblicare sempre la verità. Non temiamo di offendere le persone che ci avvicinano, né di esser loro importuni nel parlare della verità della fede. No, se sapremo informarci alla carità di Cristo, mansueta e benigna, ma ad un tempo forte ed energica, nessuno sarà da noi offeso, verrà piuttosto conquiso» (settembre 1891).


Femminismo cristiano


Niente di più lontano, quindi, nell’esperienza di Francesca Cabrini, dall’idea ottocentesca della donna come figura eternamente infantile, naturalmente sottomessa, che sembra pervadere l’immagine della suora ancora ai nostri giorni. In quel momento storico, infatti, le religiose di vita attiva godevano di un livello di emancipazione di fatto non ancora riconosciuto alle laiche dei paesi europei: basti pensare che solo nel 1919 fu riconosciuta alle donne italiane la capacità giuridica di gestire il proprio patrimonio, mentre le fondatrici e le superiore delle congregazioni di vita attiva amministravano, già dai primi decenni dell’Ottocento, organizzazioni di assistenza anche di dimensioni internazionali. Francesca comincia a pensare ad una nuova congregazione molto presto, e fin da subito la concepisce «missionaria», in un momento in cui non esisteva quasi nessuna congregazione femminile autonoma con un’attività di tipo missionario. Missionaria voleva dire, infatti, che viaggiava attraverso il mondo per la sua evangelizzazione, e questo non era certo considerato un compito femminile. E che avesse un’idea nuova di missionaria, tutta costruita sul modello maschile, lo rivela la scelta del nome religioso, Francesco Saverio, al maschile, che tradisce la sua passione infantile per le letture del periodico di Propaganda Fide e soprattutto la sua devozione per uno dei più grandi missionari cristiani. Anche il suo primo progetto, andare in Cina, non era certo un modesto progetto «al femminile», ma rivelava un’idea audace di evangelizzazione che fino a quel momento storico non era ancora stata percorsa dalle donne.

Francesca quindi non aveva mai nascosto la forte carica emancipazionista del suo progetto religioso: «devo lavorare come una giovanotta, devo sostenere forti ragioni contro forti uomini ingannatori e si deve fare». Questo traspare anche nel suo atteggiamento verso le religiose: alle sue suore, preparate con una disciplina severa e che agisce nel profondo, concede una grande fiducia, una libertà e una responsabilità assolutamente sconosciute alle donne del suo tempo. Il suo istituto è un modello di valorizzazione delle capacità delle singole suore, che riesce a portare alla migliore esaltazione delle proprie qualità senza mai cadere nel mito moderno della realizzazione individuale di sé: le suore studiano, dirigono, progettano, tessono reti di relazioni, ma solo per il bene dell’istituto. Proprio per questo la Cabrini è ben consapevole che non tutte le candidate alla vita religiosa nella sua congregazione possono farcela, e quindi, pur avendo sempre bisogno di nuove vocazioni per avviare tutte le opere che le vengono richieste, effettua sempre una severa selezione: «oggi – scrive il 26 giugno 1899 – ricevetti 20 visite di giovani con vocazione, ma non so quante riuscirò a riceverne, perché, con tutta la necessità, non ne voglio però prendere di quelle che non hanno lo spirito adatto».

Non aveva nessuna paura che le suore perdessero l’umiltà scoprendo cosa erano capaci di fare, a condizione che ciò avvenisse sotto forma di obbedienza: «madre Saverio ora si metta a studiare l’inglese invece dello spagnolo che dovrà avere altra destinazione. Madre Cherubina ora invece di studiare pittura, faccia la scuola di italiano alle educande. Madre Ignazia mandala pure all’ospedale. Madre Stefania studi il piano e si rinfranchi più che può e prepari una grande collezione di musiche ecc. ecc.; che forse la chiamerò in Argentina e quindi non ha tempo da perdere (…) madre Giuseppina studi la pittura e disegno e francese molto bene, che forse la chiamerò pure lei, a Brooklyn madre Maddalena può fare da assistente» (23 agosto 1895).

Non ci dobbiamo stupire, quindi, di trovarla a capo di «un esercito di donne lombarde» – come scrive Giuseppe De Luca – alle quali insegna una via di emancipazione opposta a quella praticata dalle femministe sue contemporanee: invece di puntare alla realizzazione individuale, come voleva la modernità e come stavano facendo gli uomini, la crescita delle suore era un servizio alle frange più deboli della società. Invece di protestare, chiedendo il riconoscimento dei diritti, madre Cabrini si assumeva, e faceva assumere alle sue suore, delle responsabilità nuove e pesanti, dimostrando di saperle sostenere. Vediamo così suore giovanissime e con poca esperienza del mondo, ma nelle quali riponeva profonda fiducia, dirigere importanti istituti in luoghi lontani, oppure progettare nuovi edifici, nuove fondazioni, viaggiare per ogni dove e trattare con i rappresentanti dei poteri locali.

Ecco un esempio. Francesca sceglie come superiora della casa di Roma, che deve fungere anche da «ambasciatrice» presso la Santa Sede, Maddalena Savaré, giovane maestrina lombarda fino a quel momento mai uscita dal suo paese di nascita, e le affida non solo la gestione complicata delle nuove fondazioni romane fra mille richieste e pochissimi fondi, ma anche la relazione con un mondo, quello vaticano, ignoto e non certo facile né ben disposto verso le donne. Ma madre Cabrini ha totale fiducia nelle sue capacità: «guarda trattar come donna di senno e coll’ispettore e col Vice gerente da non aver sulle spalle tutte per te, perché fin d’ora ti assicuro che nel nuovo anno non ti potrò dar neanche un centesimo, avendo qui alcuni pesi gravi da soddisfare. Tieni a mente che ci vogliono più fatti che complimenti, e stai attenta ben ai Romani e Romanoni. Non ti contentare solo di buone parole. Patti chiari e amicizia lunga e col Vicario e col Prete e con tutti» (7 settembre 1888). E ancora, in una lettera del 1° novembre 1889: «Non ne devi dare colpa al P. Curato perché io mi fido e mi appoggio su te e non su altri; da lui vi mando qualche volta a prendere consiglio nelle decisioni grandi, ma s’intende che siete voi poi che ha da vedere per prime se le cose sono in regola».

La responsabilità di cui investe le suore presuppone di fatto una capacità di autonomia dalle gerarchie ecclesiastiche veramente eccezionale, soprattutto in quell’epoca. I suoi rapporti con il clero, infatti, sono sempre improntati a lucidità e autonomia, pur senza venir meno alla sua profonda fedeltà alla Chiesa, come si vede dalle lettere, talora pungenti, in cui parla di sacerdoti o vescovi: «che vi leghiate sotto la schiavitù dei padri e che viviate alla ventura con loro non ve lo permetto certo». E più avanti nella stessa lettera del 18 febbraio 1891: «A Buffalo non vorrei neppure che andaste con quel Padre che tratta sì barbaramente le Suore».

Dietro a un atteggiamento ufficiale di obbedienza alle gerarchie ecclesiastiche Francesca rivela, nelle sue lettere, molti distinguo, che dimostrano come avesse un’opinione personale, mai paralizzata dalla reverenza nei confronti degli ecclesiastici con cui veniva in rapporto. Ai suoi parroci lombardi – e in particolare a monsignor Serrati che chiama a lungo confondatore – scrive lettere sincere in cui racconta in dettaglio le sue scelte e le sue opinioni, concluse da sinceri slanci affettivi. «Mi benedica e preghi tanto per me che sento immenso bisogno, qui sola come sono» scrive a Serrati da Roma nel 1887, e alla sua morte non nasconde il forte dolore: «Egli prese parte a tutte le mie pene e non mi mancò mai di aiuto fino a che ne ebbi bisogno. I miei viaggi alle Missioni e a Roma me li ha sempre pagati lui, e sempre in oro, dicendo che, se il Signore non gli aveva permesso di farsi lui Missionario, almeno voleva avere un po’ di merito nelle nostre imprese» (5 marzo 1895). Verso alcuni la gratitudine si traduce in mille attenzioni: quando il vescovo di Denver si reca a Roma, dove sarà ospitato dalle suore cabriniane, si preoccupa non solo che abbia una stanza da bagno a disposizione («perché per gli americani è quella una necessità») ma anche che sia assistito dal loro cappellano, che parla inglese, «perché il poverino non è niente pratico di Roma». Ma soprattutto, scrive, «mostrategli tanta gratitudine perché è uno dei vescovi che da noi la merita assai perché ci vuol proprio bene; si può dire che siamo le sue beniamine nella sua diocesi».

Con altri ecclesiastici invece i rapporti sono più vigili e critici. Particolarmente significativo è il suo rapporto con il vescovo di Piacenza, Scalabrini, che l’ha stimata fin dal primo momento, e a cui deve l’occasione americana, ma nel quale madre Cabrini vede una certa mancanza di generosità, che caratterizza anche i suoi missionari. Per esempio, si accorge subito che Scalabrini ha ottenuto dei soldi da Propaganda Fide lasciando credere che anche le cabriniane avrebbero avuto parte della somma, «mentre noi non sapevamo neppure l’accaduto», e gli scrive direttamente il 1° febbraio 1898, senza peli sulla lingua: «e perché mentre ha tanto lavorato per ottenere quella bella somma annua, di cui mi congratulo con tutto l’animo, non si è ricordato di questa povera donna che lotta fra gravi necessità e tanti impegni che le Missioni stesse le impongono imperiosi? La Sua parola autorevole avrebbe giovato anche per me e però lo faccia ora presso la S. C. di Propaganda e non lasci fine a che saprà di avermi ottenuto un fisso annuo con quale noi peneremo meno e faremo molto di più del bene ed il merito sarà tutto della Eccellenza vostra».

Ella sa bene per esperienza come il rapporto fra i religiosi missionari possa essere carico di competizione: «Quanto ai salesiani, che sia venuto il P. Marengo non mi importa, che è molto semplice e quindi molto buono spirito, ma in generale non mi vanno e ti so dire che non ci vogliono bene perché pare ad essi che facciamo loro ombra in America e in vari casi hanno cercato di impedirci il passo, senza pensare al grave danno che facevano alla missione» (12 maggio 1905, da Denver). I nemici e i concorrenti sono molti, e le suore devono sempre stare all’erta: Francesca sa che ben difficilmente qualcosa sarà loro regalato.

Proprio per questo, le suore devono essere pronte e capaci di affrontare tutto, anche occupazioni considerate poco femminili come le costruzioni: «cominciate subito a far cavare le vostre pietre, poi M. Agostina comprerà calce e cemento e vedrete che con poco vi allargherete». La totale ubbidienza che chiedeva alle sue suore, se portava quasi sempre alla valorizzazione delle loro qualità, poteva però, certe volte, arrivare a risultati un po’ sconcertanti, come quando la Cabrini ordinò a madre Giuseppina Lombardi, dimenticando che la religiosa non sapeva suonare l’organo, di mettersi allo strumento e scambiò le sue proteste per un atto di umiltà. La suora allora si mise all’organo e tutto finì in una risata. La Lombardi visse negli Stati Uniti, dove diresse molte case e fu la delegata della fondatrice, svolgendo in modo eccellente il suo ruolo organizzativo e direttivo.

L’insegnamento di madre Cabrini alle suore tendeva senza paura alla responsabilizzazione e all’emancipazione femminile, con una lucidità che in quegli anni ben pochi avevano. Di questa diversità era ben consapevole, se scriveva con ironia: «niente è veramente difficile in questo mondo, ma a noi povere donnette ancora tutto sembra difficile, tutto pesante e siamo brave solo a chiacchierare quando nulla ci capita». Alle suore Francesca offre un’occasione ancora quasi inesplorata: dimostrare che non sono povere donnette, ma che sono invece capaci di assumersi tutte le responsabilità che di solito toccano agli uomini, pur mantenendo la propria specificità femminile. Su questo punto, infatti, era molto sicura: le donne sapevano accogliere i sofferenti e i poveri e aiutarli meglio degli uomini, grazie ad una pietà pratica e concreta; le donne sapevano trasformare gli istituti in case belle e calde, dove ci si sentiva in famiglia e dove si trovava sempre un posto per chi voleva partecipare. Si trattava dell’esercizio di una maternità spirituale alla quale tutte le suore dedicavano senza riserve la loro vita, una maternità sempre aperta all’imprevisto – ogni suora era pronta a partire appena chiamata, senza neppure conoscere la nuova meta – che dovevano accettare prendendo come modello Maria al momento dell’Annunciazione, pronta ad accettare anche una maternità imprevista e socialmente scomoda. Una maternità che Francesca esercita senza sosta anche nei confronti delle suore: «state attente a prendere i decotti della primavera in dose maggiore degli altri anni per evitare la malaria prodotta dai miasmi e dall’umidità. Alle deboli date anche l’olio di merluzzo» scriveva il 7 febbraio 1910 ricordando sempre chi era più fragile o ammalata, e chi aveva dei desideri inespressi. In una precedente occasione, dopo quasi due anni di assenza dall’Italia scrive il 25 giugno 1896 alla direttrice della casa di Codogno: «il giorno del mio arrivo a Genova, mi farai trovare M. Rosalia alla quale ho promesso di far vedere il mare al mio ritorno». Un’attenzione materna che invitava le suore ad esercitare l’una nei confronti dell’altra.

Molto femminile era anche il suo metodo di evangelizzazione, fondato più sull’esempio pratico e sul carisma dell’istituto fatto proprio dalle religiose che su parole o teorie: «è meglio aver lo spirito che parlarne troppo e chi possiede davvero lo spirito di Cristo ama il silenzio ed il nascondimento»; e ancora, «non importa far cose grandi e luminose, ma il tutto consiste nel far bene quello che vuole Gesù da noi e nel modo che lo vuole, e colle circostanze che lui vuole».

A differenza di molti fondatori dell’epoca, considera sempre le suore esseri umani adulti e responsabili, riconosce la loro dignità e le incita a difenderla, atteggiamento non usuale in una Chiesa avvezza ad un tono paternalistico verso le donne, soprattutto se religiose. Naturalmente, questo significa chiedere molto, come traspare soprattutto nelle lettere di rimprovero: «Sii donna una benedetta volta e fa’ senno e segui i dettami che ti ho lasciati se no sarai gravemente responsabile davanti a Dio e alla Madre Generale che devi rappresentare in santa carità e non secondando le tue passioni che ti rendono cieca assai» (26 marzo 1902).

Ma la sua fiducia e la sua difesa della dignità femminile sono rivelate anche da altri gesti: durante il primo viaggio a Panama, quando le suore vengono accolte dalle autorità locali con un sontuoso banchetto, nota subito che il servizio era affidato a donne indigene con il seno nudo, e obbliga a ricoprirle minacciando, in caso contrario, di andarsene. Non si tratta qui di un intervento sessuofobo, ma di un riconoscimento delle donne indigene, a cui attribuiva una dignità uguale a quella delle altre, vestite pudicamente, sedute al suo tavolo.

La sua particolare attenzione nei confronti della condizione femminile è testimoniata dalle relazioni dei viaggi, dove si dilunga spesso in descrizioni della vita delle donne indigene o delle italiane emigrate. In un momento in cui in molti paesi occidentali il nascente femminismo vede nella Chiesa cattolica la causa dell’oppressione femminile, queste notizie costituiscono per la Cabrini una occasione per sottolineare come l’emancipazione della donna sia collegata con il cristianesimo: «La donna indiana, come in tutte le nazioni che non hanno sentito il benefico influsso del Cristianesimo, è destinata a lavorare, mentre l’uomo fuma quietamente l’oppio di cui si inebria. (…) Vedete, mie care figliole, come dobbiamo essere riconoscenti al Cristianesimo che ha rialzato le sorti della donna, reintegrandola nei suoi diritti, sconosciuti alle antiche nazioni. (…) Ma nasce Maria, questa nuova Eva, vera Madre dei viventi, eletta da Dio ad essere corredentrice del genere umano, ed ecco un’era novella sorgere per la donna, non più schiava, ma uguale all’uomo, non più serva, ma padrona fra le domestiche pareti, non più oggetto di sdegno e di trastullo, ma innalzata alla dignità che le conviene, quale madre ed educatrice, sulle cui ginocchia si formano le generazioni» (31 maggio 1904).

Alla funzione educativa delle donne, lei stessa maestra, madre Cabrini ha sempre puntato molto, come dimostrano le lunghe lettere che inviava alle alunne del magistero dai suoi viaggi, nelle quali non mancava mai di sottolineare quanto sarebbe stato importante il ruolo che dovevano svolgere con il loro lavoro: «da voi molto spero: da voi sperano non solo la patria e la religione, ma il mondo tutto. Ormai non è più necessario essere missionarie per girare il mondo» (febbraio 1906). E un anno prima di morire, nel dicembre del 1916: «Coraggio, energia e slancio nella difficile palestra degli studi che, accompagnati da sodezza e religiosi principi, danno al carattere la vera fortezza e generosità perché temprato a virtù e ne avranno i più felici risultati. Non solo riusciranno valenti educatrici, ma la vera ‘donna forte’ tanto lodata dalla sacra scrittura, la quale è il vero farmaco ai mali che ne circondano, il balsamo eletto che sana e conforta in qualunque traversia della vita. (…) E la vita delle future società che sta nelle loro mani, l’educatrice non solo deve cercare di profondere le scienze umane, ma deve scrupolosamente impegnarsi di innestare nei giovani cuori l’amore al bene, all’onestà, facendo se stessa modello di ogni più bella virtù». Per concludere con questa frase che rivela come a madre Cabrini non sfuggisse l’atmosfera emancipazionista anticattolica che stava diffondendosi anche in Italia: «Allora sì che la missione della donna, tanto ai nostri giorni decantata e purtroppo sì mal intesa, porterà i suoi benefici effetti e i suoi frutti benedetti passeranno di generazione in generazione, per la salutare influenza di quella educatrice che, ben compresa dell’alto suo mandato, seppe compiere prodigi inaspettati, rinnovellando la società a principi di vero benessere morale e materiale».

Anche se Francesca Cabrini non ha mai teorizzato questo suo «femminismo», né ha mai avuto contatti con i gruppi di cattoliche che, in quegli stessi anni, stavano impegnandosi in movimenti emancipazionisti insieme con le femministe laiche, era tuttavia ben consapevole di questa sua posizione. Abbiamo su questo punto una testimonianza decisiva – la lettera scritta dalla Cabrini da Buenos Aires al primo congresso nazionale delle donne italiane (aprile 1908) per rispondere all’invito che le avevano rivolto le organizzatrici – dalla quale possiamo dedurre come fosse ben consapevole di rappresentare lei stessa un modello di emancipazione femminile ben più realizzato che nelle militanti alle quali si rivolge: «La sua lettera mi trova di ritorno da un viaggio a traverso le sterminate pianure della pampa Centrale e in procinto di imbarcarmi per il Brasile. Da alcuni giorni essa è sulla mia tavola, fra un mucchio di lettere che chiedono risposta, di carte d’affari che vogliono essere sbrigate, mescolate a piani di nuove costruzioni, a progetti di proprietà da compiersi, da copie di contratti da conchiudersi. Se lo immagina il mio lavoro? Ma che vuole? Tutte queste nostre case dell’Argentina richiedono ampliamento dei loro quartieri, ormai troppo ristretti e questo non è un problema di facile soluzione per chi non ha capitali e si trova di fronte ai prezzi esorbitanti delle proprietà argentine, specialmente in Buenos Aires». Francesca Cabrini, con questo inizio, mette in chiaro, davanti alle femministe italiane, per lo più signore di buona società, mogli di uomini potenti, che la vera emancipata era lei, che sapeva fare come e meglio degli uomini ma che aveva mantenuto viva dentro di sé la sensibilità femminile ad aiutare chi soffre, a intervenire concretamente per lenire non solo le difficoltà materiali ma soprattutto la solitudine e il vuoto spirituale degli esseri umani più sfavoriti dalla vita. Una donna che aveva creato accanto a sé un «esercito di donne» alle quali aveva insegnato l’autonomia e la responsabilità, di cui aveva valorizzato le doti umane senza mai perdere di vista l’obiettivo di crescita spirituale che era la ragione della loro scelta di vita.


Mettere le ali


«Fatevi tutte sante» scrive spesso madre Cabrini alle sue suore, ed è una esortazione rivolta, senza selezioni di sorta, a tutte loro, a cui insegna la via spirituale da percorrere per la santità con chiarezza e semplicità. È una via che Francesca conosce e ha sperimentato personalmente: non insegna mai con parole di altri, con esempi che possono attrarre solo superficialmente, ma propone una via interiore di cui conosce le tappe e gli ostacoli. Per lei, la rivelazione non è stata un’acquisizione improvvisa di certezze, ma la consapevolezza di sapere come cercare, la certezza di conoscere una strada da percorrere che può insegnare agli altri. Proprio per questo, perché sa che è possibile, che sta proponendo una strada vera, non molla mai: in ogni lettera, magari insieme a disposizioni pratiche e a consigli amministrativi, c’è almeno un accenno a quello che è il centro della vita di ogni religiosa, la ricerca della santità: «se io mi occupassi solo di cose esteriori per buone e sante che siano, diverrei debole e languente con rischio di perdermi, qualora mi mancasse il sonno dell’orazione e se non cercassi di riposare e dormire tranquillamente nel Cuor del mio Diletto Gesù». In ogni fondazione, prima di avviare il lavoro di assistenza, prima di fare progetti concreti, si preoccupa sempre di procurare alle suore «il più grande tesoro», cioè il Santissimo Sacramento: appena arrivate a New Orléans, per esempio, sistemate in una dimora provvisoria di tre piccole e modeste stanze, la prima iniziativa della Cabrini è appunto quella di ottenere dal vescovo il permesso di conservare l’eucaristia. Una stanza viene destinata a cappella, e «fu un affaccendarsi di tutte per preparare la stanza che avrebbe accolto il grande ospite nella piccola e povera dimora delle sue Missionarie».

Questa via alla santità, da lei sintetizzata nella breve e densa frase «scioglietevi e mettete le ali», consiste fondamentalmente nel liberarsi dai legami che ci tengono ancorati al mondo per imparare a volare più in alto, in sintonia con la volontà di Dio. Il tema costante del distacco da questo mondo – «l’anima terrena, piena d’attacchi, che è sempre ristretta, piccolina, di poco capace, pusillanime, spesso avvilita, che non sa slanciarsi mai nell’ampiezza del divino servizio» – è la condizione base per spiccare il volo e librarsi verso Dio, assumendo così una nuova visione, molto più ampia, del mondo e della vita: «sì, come un mare diverrete, perché l’anima pura diventa capace di grandi cose e la sua mente può spaziare nell’infinità di Dio».

La metafora del volo e delle ali ricompare di continuo nei suoi scritti, come quella più adeguata a rappresentare la sua idea d’impegno religioso: «solleviamoci dalle cose della terra, e giacché non possiamo volare, sorvoliamo su di esse»; e ancora, «la via del cielo è tanto stretta, sassosa e spinosa che niuno può camminarvi sopra se non volando», oppure «che bello vedere anime che come colombe volano sopra la terra, beneficiandola, senza immischiarsi negli impicci della medesima!». Come ha scritto uno dei suoi più attenti biografi, Giuseppe De Luca, «come i grandi uccelli che non sanno camminare, e spalancano l’ali, ella metteva l’uno dopo l’altro i suoi passi laboriosi, ma presto s’abbandonava al volo dell’Amore o l’Amore la ghermiva, e scompariva nell’aria alta, oltre la nostra debole vista».

Questo invito alle missionarie di volare più in alto significa anche un ampliamento del loro orizzonte mentale, la capacità di guardare le cose in modo più oggettivo, più generale, in modo da discernere con più lucidità gli avvenimenti, da resistere alle manipolazioni della verità: «apprendiamo nelle difficoltà di sorvolare immediatamente un tantino più in alto del tetto le nostre viste poiché al di sopra sta già preparata e sempre la grazia adeguata a quanto ci occorre nel disimpegno del nostro ufficio e nella pratica di ogni virtù e dovere».

Proprio questo aprirsi ad una dimensione superiore permette di non aver paura di fare le cose in grande, di prendersi impegni pesanti, di percorrere il mondo in lungo e in largo. La maestrina lombarda ragiona con un’apertura mentale inimmaginabile per una donna di quell’epoca, ampliata dal fuoco dell’amore per la missione: «Io sento che il mondo intero è troppo piccolo per soddisfare i miei desideri, e non mi darò pace, finché sull’istituto non tramonti mai il sole, per poter così offrire una lode continua al S. Cuore di Gesù. Crescete e moltiplicatevi, perché troppo è lo strazio che provo nei miei viaggi, vedendo quante necessità estreme vi siano, alle quali non posso rimediare per mancanza di soggetti».

Guardare dall’alto significa anche aprirsi alla contemplazione dell’universo partendo dai paesaggi che incontra nei suoi viaggi, tramutare visioni di luoghi nuovi in occasione di contemplazione: «Noi qui, o figliole, miriamo il mare, e ci parla; e voi mirate la terra colla sua inesausta fecondità, mirate l’ampio firmamento, tutto ripieno di stelle; e contemplando con occhio attento l’universo, mirate come in esso risplendono gli attributi di Dio, la sua potenza, sapienza e bontà».

Ritiene indispensabile, per le suore che non viaggiano, aprirsi la mente volando almeno con il pensiero, e proprio per questo descrive minutamente i suoi viaggi, rendendo quasi palpabili paesaggi e natura di posti lontani e sconosciuti, descrivendo con entusiasmo le novità che scopre, le diversità che incontra. Le lunghe e dettagliate relazioni dei suoi viaggi più importanti venivano poi copiate dalle suore e spedite a tutte le case e a tutte le scuole cabriniane secondo il desiderio della fondatrice, per far volare almeno con la immaginazione tutte le religiose e tutte le alunne.

Nelle lettere alle suore della casa di Roma la Cabrini preannunciava spesso qualche visita d’oltremare, sacerdoti, vescovi o anche semplici conoscenti benefattori che venivano a Roma per visitare il centro del mondo cattolico. In poche righe, fa un breve ritratto del personaggio in questione, spiega chi sia, perché è importante per l’istituto, e anticipa i suoi gusti, le sue abitudini e le sue preferenze in modo da organizzare un’ospitalità perfetta. Anche questi ospiti, la cui visita viene predisposta in dettaglio dalla Cabrini, contribuiscono ad ampliare l’esperienza delle suore, anche di quelle che rimangono sempre in Italia. Sono un piccolo assaggio di mondo, di quel mondo che Francesca avrebbe voluto abbracciare e donare, convertito, al Sacro Cuore per riparare i suoi dolori.

Per la Cabrini, la vocazione missionaria infatti cominciava con l’acquisizione di questa dimensione vasta del pensiero, con la consapevolezza che bisognava guardare al mondo senza paura. Il fatto che la sua vita di missionaria coincida con la grande rivoluzione dei trasporti, che accorcia le distanze e rende possibili spostamenti in tempi sempre più brevi, non si direbbe casuale. Lo dimostra la grande attenzione che Francesca ha sempre portato verso i mezzi di trasporto, specialmente verso i transatlantici, e il suo entusiasmo per ogni progresso in questo senso, in cui vede una nuova possibilità di portare ovunque la parola di Dio.

Sciogliersi voleva dire anche liberarsi delle paure e del senso d’inferiorità che caratterizzavano le giovani donne di quell’epoca, per aprirsi ai viaggi, alle avventure e soprattutto a nuove esperienze professionali; la Cabrini chiede infatti alle suore di essere disposte a fare di tutto, dai carpentieri e muratori per ampliare gli istituti alle amministratrici di scuole e ospedali, con responsabilità di bilanci non trascurabili. Diceva loro che «la missionaria non deve mai credere di fare troppo, non deve mai dire basta, ma sempre avanzarsi nelle vie di Dio».

Ma dove trovare l’energia per librarsi in alto, la spinta interiore per intraprendere imprese rischiose e difficili? Nella speranza («allargate le ali della speranza fiduciosa, che rallegra lo spirito») – scrive la Cabrini alle suore – si trova la forza di correre nella volontà di Dio, una speranza in Dio che non va confusa con le nostre speranze: «non attaccate il cuore a nessuna delle opere che vi sono consegnate». La purificazione della volontà e delle speranze umane («scioglietevi») è la condizione per volare: lo ha sperimentato Francesca stessa nel lungo e difficile periodo nella Casa della Provvidenza, i sei anni che hanno preceduto la fondazione del suo istituto e durante i quali aveva visto mortificate la sua vocazione religiosa e le sue capacità. Una situazione apparentemente senza uscita, da cui l’aveva tratta la volontà di Dio, una lunga mortificazione che aveva bruciato gli ultimi legami con il suo amor proprio, con la sua volontà individuale, permettendole di spiccare il volo.

Sicura che questa è la via, madre Cabrini non risparmia lettere ed esortazioni, spesso anche rimproveri, alle suore perché «si risolvano una buona volta a fare il sacrificio intero, non si riservino più né affezioni, né disegni, né viste, né desideri, né speranze di cui non vogliono spogliarsi con mettersi nella perfetta dipendenza della grazia e dello Spirito Santo che le vuole portare alla perfezione del loro stato nobile e sublime».

Libere da questi lacci, le anime pure saranno pronte a volare, e troveranno la forza per partire nella devozione al Sacro Cuore, che costituisce il principio da cui s’irradia l’energia cosmica. Istintivamente, per intuizione superiore, la Cabrini sa proporre le devozioni giuste, i simboli adatti ad attivare quel movimento ascendente dello spirito che ella insegna e auspica nelle suore, com’è perfettamente sintetizzato nel motto che ha scelto per il suo istituto: Omnia possum in eo qui me confortat.

Ma questo volo mistico, questo ampliarsi delle sue aspirazioni evangelizzatrici al mondo intero è ancorato fedelmente alla Chiesa cattolica, verso la quale professa una fedeltà a tutta prova, mai scalfita dalla delusione per i suoi ministri terreni che tante volte ha sperimentato, fondata su una visione della Chiesa come fonte d’irradiamento spirituale, «la Santa Chiesa cattolica, quest’albero di vita».

E il suo insegnamento raccoglie dei frutti. Con una semplicità che talvolta rasenta ai nostri occhi l’ingenuità, le missionarie prendono a volare per davvero attraverso i continenti, affrontano situazioni disagiate e difficoltà iniziali che sembrano spesso insormontabili, imparano a fare cose che non immaginavano neppure. Le giovani donne che escono dal loro guscio, che superano i loro limiti culturali e umani, paiono non accorgersi quasi delle vette di eroismo che riescono a raggiungere, come si vede dai loro semplici racconti.

Le missionarie di New Orléans, ad esempio, nel 1905 avevano dovuto affrontare una terribile epidemia di febbre gialla, e non si erano risparmiate nell’assistenza dei malati: «penetravano esse anche nelle più schifose dimore e sempre avevano modo di rallegrarsi del loro coraggio, trovando comunque poveri infetti dal morbo, da tutti abbandonati e quasi sempre arrivavano in tempo a far loro ricevere i SS. Sacramenti prima che il morbo togliesse loro ogni conoscenza». Prima di affrontare questa tempesta, le suore avevano messo «la casa tutta sotto la protezione della Madonna del Pronto Soccorso, innalzandole, fiduciosamente, giornaliere fervorose preghiere, le quali furono benignamente ascoltate ed esaudite»: nonostante la continua esposizione al contagio non solo le suore, ma anche le ragazze dell’orfanotrofio furono preservate dall’epidemia.


Un nuovo linguaggio


Francesca Cabrini non si è mai proposta di essere una scrittrice: ha scritto molto, ma soprattutto lettere, istruzioni, relazioni di viaggi, sempre rivolte alle suore. Qualche lettera ai superiori ecclesiastici, qualche lettera al consolato italiano o al ministero degli esteri costituivano la sua unica dimensione pubblica scritta. Ma in questa modesta produzione letteraria, così strettamente finalizzata alla riuscita della sua missione, riesce ad operare una rivoluzione del linguaggio, a proporre un linguaggio nuovo, mai utilizzato da nessuno all’interno della Chiesa cattolica di quegli anni, e soprattutto da una donna, una suora.

Nelle prime lettere il suo linguaggio è ancora quello delle donne del tempo, appesantito da svolazzi romantici e sentimentali, ma rapidamente, mentre prende forza la sua vocazione e la sua strada si rivela nitidamente, la scrittura si fa scabra, netta, senza compiacimenti retorici, sa andare dritta allo scopo con una semplicità che talvolta rasenta la crudezza. L’ha colto con chiarezza Giuseppe De Luca, che ha visto nella semplicità assoluta del linguaggio degli scritti cabriniani, nella scelta volutamente dimessa dei termini e spesso degli argomenti trattati, la modernità: «vede a nuovo, e parla, scrive a nuovo». E ancora, «lo scrivere entrava, per lei, nell’agire». Egli le riconosceva le doti di «vivezza e potenza nell’esprimersi e di volta in volta, erta franchezza, freschezza e novità di visione, che fa pensare alla poesia», mentre per quanto riguarda le note di viaggio (l’unica opera della Cabrini pubblicata con il titolo Tra un’onda e l’altra) scrive che si devono annoverare fra «i più bei libri che ci rimangono della santità italiana, nel secondo Ottocento». Della Cabrini egli apprezza le «frasi brevi ma fortissime, nuove, incisive», il suo modo inedito di usare la lingua, senza rifarsi a espressioni convenzionali; sottolineando la forza e la novità di frasi come «con Dio farò cose grandi» oppure «rendimi il cuore largo come l’universo» o ancora, rivolta alle suore, «scioglietevi e mettete le ali». Un linguaggio che a confronto con quello delle persone colte del suo tempo poteva apparire povero si rivela a De Luca per quello che era veramente: moderno, semplice e immediato, che sa comunicare con la forza degli slogan.

Un linguaggio attraversato dalla fiamma della sua passione missionaria, dal suo ardore di fede, che ella sa rappresentare con poche ed efficaci espressioni, come nell’invito ad agire «ardentemente e velocemente». Come ha scritto Igino Giordani nella prefazione a Tra un’onda e l’altra, «l’intelligenza e l’ingenuità fanno di lei una scrittrice autentica, la quale riesce, con tratti nitidi, a far rivivere la propria quotidiana esperienza: scene di mare, naufragi, contatti con persone, visioni stupende della natura (…) È una dizione, la sua, sempre vivace, che rispecchia la vita e dona vita, percorsa da un umorismo fine, zampillante».

Niente a che vedere con gli scritti spirituali ottocenteschi, con il loro sentimentalismo esasperato: le rare descrizioni di visioni mistiche sono sempre in terza persona («una suora mi ha raccontato») e presentate come sogni. I suoi rapporti mistici con il Signore, infatti, sono stati tenuti gelosamente segreti, e nascosti anche alle suore a cui capitava di assistere a qualche fatto soprannaturale, come accadde a suor Franceschina Cairo, cuciniera di Codogno, che dormiva nella cella di madre Cabrini. Una notte fu svegliata da un vivissimo splendore che illuminava la cella: «dormi, non è nulla» la tranquillizzò la Cabrini, che da quel giorno decise di dormire sempre da sola. Ma succedeva che qualche suora la sorprendesse in estasi, priva di contatto con il mondo: «una volta, credendo che si sentisse male, le portai un bicchiere d’acqua e dovetti chiamarla due o tre volte e scuoterla anche un poco e neppure si accorse della mia presenza. Restai in ginocchio al suo fianco impressionata di vederla raggiante nel volto, con le mani giunte e con gli occhi fissi nel Tabernacolo».

Nelle sue lettere, alcune di queste visioni vengono narrate come sogni, con un linguaggio semplice e quasi ingenuo: «Una di noi, che desiderava assai trovarsi per un momento vicino al Tabernacolo, vide in sogno una gran processione di santi, che venivano con Gesù a consolarla nel suo grande desiderio». Qualche volta, il sogno viene raccontato anche in prima persona: «Per S. Giuseppe ebbi febbri fortissime; mi provai a morire, ma la notte della vigilia venne San Giuseppe in sogno a consolar me e tutte voi in modo straordinario. Vedevo il Santo sopra un grandioso altare bianchissimo, con tutte noi intorno, e siccome volevamo fargli festa e ci voleva un bel discorso, io dissi al Santo che, avendolo io scelto a Maestro spirituale delle nostre Sorelle, sarebbe stato meglio che Lui stesso rivolgesse la parola sua alle Suore. Egli non se lo fece dire due volte, e si mise a fare l’esortazione sopra tutte le virtù senza delle quali non sarete mai sante, e mentre parlava le sue parole andavano come scintille alle religiose meglio disposte». Sempre il linguaggio è asciutto, pacato, esente da sensazionalismi, venato d’ironia come in questo racconto in cui il problema di tenere un discorso in onore di san Giuseppe viene risolto con un opportuno rovesciamento.

L’ironia è la chiave narrativa a cui la Cabrini ricorre più spesso, sia nel racconto dei suoi viaggi che nell’insegnamento alle suore. Ecco il resoconto del primo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, nel 1890, compiuto in compagnia di alcune novizie americane: «nei primi giorni di navigazione le suore credevano di poter fare per bene tutte le opere di pietà, ma invece, poverette (…) son divenute tutte come bambine. (…) Se dovessi oggi fare i miei conti sopra soggetti che ho qui, sarebbe cosa da perdere il coraggio, ma mi tengo sicura che domani staranno già molto meglio e potrò tutte condurle sopra coperta». Così deve rincuorare quelle che, «immaginandosi la morte ai fianchi, se ne staranno nel loro lettuccio aspettandola, senza aprir bocca tutto il giorno» e amministrare quello che chiama «uno dei suoi soliti rimedi» cioè «una forte sgridatina, che fu un tocca e sana». La «forte sgridatina» era un rimedio sicuro, a cui la Cabrini ricorreva spesso, come sappiamo dalla prima biografa, che narra la storia di una suora che si coricò «persuasa» di sentirsi male: «Poco dopo venne la veneranda Madre a darmi una buona lavatina di testa, mi disse che quel male era prodotto dal mio amor proprio che ripugnava alle sue ammonizioni e che la bile che mi faceva danno allo stomaco doveva curarsi non con il letto, ma con l’umiltà».

Così aliena da sentimentalismi e lamentele, dal compiacimento del sacrificio, era pronta a stroncarli sul nascere quando li vedeva in una missionaria. Un’altra religiosa, che stava per condurre con sé in America, nel salutare i suoi familiari al porto diceva loro quanto volentieri facesse il sacrificio di quella partenza. Madre Cabrini la sentì e l’interruppe dicendo: «resta, figliuola, resta. Iddio non vuole importi sacrifici così gravi». E la fece restare. Un controllo analogo esercitava sullo stile della loro corrispondenza: «Ho ricevuto la lettera per Monsignore unita a quella di Suor Teresa. Ma dimmi un po’, non ti pareva essere meglio dire a suor Teresa che la rifacesse con parole degne di una religiosa e non spedirla con quelle espressioni romantiche sdolcinate come farebbe una persona appassionata?» (23 ottobre 1888).

L’umorismo venava anche i suoi insegnamenti spirituali, che così presentati perdono la pesantezza e la solennità che spesso li accompagna: «Ieri sera – scrive nel 1890 durante il secondo viaggio in America – il tempo si faceva brutto e le Sorelle mi chiesero se oggi il tempo sarebbe stato bello, come era desiderabile, perché quando è brutto non si sa dove stare e come stare. Non conoscendo la nautica risposi loro che, se ci fossimo umiliate profondamente di tutti i nostri difetti, tenendoci in colpa di tutti gli atti di accidia che il mal di mare ci fa commettere, il buon Dio ci avrebbe benedette, dandoci tempo favorevole. Da prima, alcune stentarono a tenersi in colpa, e avrebbero preferito lamentarsi un pochino delle noie e delle pene che cagiona il mare; ma, considerata per un istante la protesta fatta prima di partire nella quale dicemmo che avremmo chiamato beato quel giorno in cui ci sarebbe dato soffrire molto per la causa santa e pietosa della Missione, si sentirono tutte spronate a umiliarsi profondamente, e il buon Gesù, nella bontà veramente pietosa del suo Divin cuore, si piegò benevolo verso le sue pecorelle, concedendoci un tempo sereno, tranquillo, bello assai, che ora stiamo godendo sopra coperta in un bel posto di prima classe, dove possiamo stare tutte unite».

Con semplicità ma straordinaria efficacia descrive anche le bellezze con cui viene in contatto nei suoi viaggi, spinta dal desiderio di condividerle con le altre suore: «appena caduto il sole e successe le tenebre, vedemmo la scena per noi incantevole. I fuochi artificiali dell’Arena di Milano – scrive durante il viaggio da New York al Nicaragua, nel 1891 – non sono più nulla in comparazione di questi naturali, che ci presenta l’oceano Pacifico. Il bastimento sembrava circondato di fiamme rosse, dalle quali, a quando a quando, si staccavano larghissime onde spumanti di un fuoco verde, dal quale pure si staccavano moltissime luci a guisa di comete, che guizzavano come la folgore nelle nere acque, rese ancora più tetre dalle tenebre di una oscurissima notte e queste comete or sembrano spente ed ora riaccendono in bei colori, come palombe che cadono. Ma la scena si cambia e mentre il battello pare sempre in fiamme, essendo il mare che accende il fosforo delle acque, pare che un pezzo di cielo sia caduto in mare, poiché ci appare tutto stellato, con asteroidi scintillantissimi. Più tardi, vediamo come un’aurora boreale delle più accese, che corre verso di noi e in un momento ne circonda e sembra volerci trasportare in aria con Enoch ed Elia. In principio la fantasia vorrebbe prendersi un po’ di paura, poiché invero non si capisce più dove ci troviamo e solo il tonfo delle onde ci assicura che siamo sulle acque, si vorrebbe fuggire nel salone, ma la sorprendente scena ci trattiene; io poi, ve lo assicuro, avevo una grande curiosità di assistere a tutto quel teatro per poter poi descriverlo e vorrei avere una bella penna per farvelo gustare proprio come io l’ho veduto e dirvi, nello stesso tempo, quanto è magnifico Iddio, che sa fare tante meraviglie» (ottobre 1891).

Ma anche se dubita della sua penna, madre Cabrini continua a descrivere nelle sue lettere la bellezza dei luoghi che vede e alla quale è sensibilissima, così come è sensibile alla bellezza delle case che le suore abitano. Lo possiamo leggere nella relazione della prima visita all’edificio che diventerà il collegio delle religiose a Panama, nell’ottobre del 1895: «Bella questa casa; è di un gusto singolare; non pare di essere in città, ma a bordo di un vapore perché a Sud Est e al Sud è circondata dal mare che con imponenza viene a sbattere le sue onde e a rompere i suoi orgogliosi flutti contro la muraglia del nostro giardino, innalzando una spuma bianchissima più che il latte e con certi bellissimi palloncini che le nostre bambine crederebbero confetti e dolci saporiti. La camera che le nostre buone Sorelle mi hanno preparato è circondata da due parti da alberi grandissimi di stupende melarance che in fiocchi ben carichi mi si vengono a posare sul davanzale. Una delle finestre è di fronte a un bel viale, in fondo al quale vedo il mare e le belle isolette che pare scherzino in mezzo alla baia».

Ma era anche una scrittrice sociale e la sua penna era capace di descrivere con efficacia e di denunciare vibratamente la condizione degli italiani: «poveri emigrati! sfruttati tante volte da coloro che si atteggiano a loro protettori, e ingannati tanto più quanto meglio questi sanno colorire i loro privati interessi col manto della carità e dell’amor patrio! Li vedevo nel mio viaggio questi cari nostri connazionali, intenti a costruire ferrovie nelle più intricate gole di monti. Lontani miglia e miglia dall’abitato, quindi per anni separati dalle loro famiglie, lontani dalla Chiesa, privi delle sante gioie che nelle nostre campagne il povero contadino ha almeno la domenica, (…) un giorno da dedicare alla famiglia ed a onesti divertimenti» (febbraio 1906). Nella lettera al Congresso delle donne italiane, che le ha chiesto una relazione sulle emigrate in America, Francesca Cabrini fa un quadro della loro situazione fornito di dati precisi e degno di un sociologo, ma in più riscaldato dal fuoco della carità. Sono lettere appassionate le sue, di chiara denuncia sociale, che raccontano la verità e propongono interventi concreti e possibili, dalle quali traspare la sua capacità di guardare alla realtà con lucidità assoluta e di descriverla con efficacia.

Questo è il suo stile nuovo e personale, anche se nelle lettere formali alle autorità ecclesiastiche sa usare il registro dell’ampollosità retorica, del complimento d’occasione: vedendo come sa scrivere spontaneamente, apprezziamo la sua umiltà nell’accettare di travestire i suoi pensieri in questo linguaggio cerimonioso, come volevano la comunicazione ecclesiastica e la sua situazione di religiosa.

La modernità del linguaggio si accompagna nella Cabrini alla sua passione per uno degli elementi caratteristici della società contemporanea, la velocità. È un atteggiamento che conforma il suo fare, il suo movimento incessante nello spazio, i suoi viaggi continui sui mezzi di trasporto più moderni, di cui la religiosa apprezzava la novità tecnica, che le faceva sentire il mondo come molto piccolo: «è troppo piccolo il mondo, vorrei abbracciarlo tutto». La possibilità che i nuovi mezzi di trasporto le davano di correre per il mondo con una rapidità fino a pochi anni prima impossibile e di portare ovunque il messaggio di Cristo l’affascinava, e la spingeva ad informarsi, a capire. In una lettera che scrive alle suore nel settembre del 1894, sul piroscafo che la porta da Genova a New York, descrive con passione il bastimento che il comandante ha fatto visitare a lei e alle sue compagne: «Vorrei conoscere la nautica per spiegarvi bene la struttura di questo bel vapore, che trasporta migliaia di persone dall’antico al nuovo Continente; vorrei spiegarvi la macchina coi suoi congegni complicati e meravigliosi che ha la forza di muovere una mole colossale per la quale ci vorrebbero quindicimila cavalli. Quanto ingegno nell’uomo! (…) Vorrei spiegarvi il timone e il perché di quelle sue grandi ruote; vorrei spiegarvi l’elica e il suo moto, che quando gira fuor d’acqua produce grande rumore, ci fa balzare sulla seggiola, o in letto, o a tavola, non rispettando quell’insolente marino nessun luogo e nessuna persona. Vorrei spiegarvi l’instrumento che segna il meriggio, quello che nota le miglia percorse, quello che determina la profondità del mare, il suo calore, ecc., vorrei spiegarvi la bussola, ma come fare, se non m’intendo di nulla?». Sono frequenti le lettere in cui la religiosa manifesta il suo entusiasmo per il progresso tecnico, per le novità che la modernità offre agli uomini. A differenza di molti ecclesiastici del suo tempo, che si ponevano in aperto conflitto con il mondo moderno in tutti i suoi aspetti, Francesca lo guardava con schietto piacere, vedendo in ogni forma di progresso la mano di Dio e in ogni miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo un aiuto per svolgere la propria missione. Ecco per esempio come parla del telegrafo a un principe, nel luglio o agosto del 1899: «Questi tempi di radiotelegrafia ci fanno sperare che verrà giorno in cui dall’uno all’altro continente si potrà parlare per telefono. Non so se io vedrò questo giorno, certo però che se avessi qui a mia disposizione tale apparato telefonico mi permetterei di disturbare Vostra Eminenza per il piacere di augurarle a voce molti ancora di questi giorni onomastici».

Questo sguardo aperto e ottimista verso il nuovo non aveva però niente a che fare con l’ideologia del progresso che imperava nella società secolarizzata, come scrive con la solita chiarezza a Panama nel maggio del 1895: «quelli del paese non vanno in Chiesa che ben di rado e alcuni mai, essendo tal pratica del secolo passato e non buona per loro che hanno molto progredito in questo secolo (…) questi poveretti la parolona progresso è come una sirena, che li incanta, e assonnandoli, porge loro un segreto veleno che li ammorba, e li conduce, colla malattia dell’anima, al vero regresso».

Non solo il rapporto della religiosa con lo spazio, ma anche quello con il tempo era moderno, così dominato dalla fretta e dalla velocità: «in fretta, in fretta e allegramente, figlie mie», scrive alle suore e, addirittura, «il Sacro Cuore fa tanto in fretta a far le cose che io non riesco a seguirlo»; o ancora, «da brave, tutte, per carità; perché la vita è breve, e se non facciamo in fretta, non ci troveremo nulla, in fine (…) In fretta, in fretta e allegramente, figlie mie». Un’altra sua esortazione, quella di agire «ardentemente e velocemente», ha un sapore quasi futurista, e rende perfettamente il senso del suo muoversi nel mondo. Un muoversi incessante e rapido quanto i mezzi di trasporto di allora permettevano: «Sono a Chicago; lunedì vado a New Orléans, poi a Los Angeles, indi a Seattle e poi a Denver e starò una settimana e mezzo in ciascun sito». Con un’idea dell’immediatezza della comunicazione in anticipo assoluto sui tempi, come quando finisce bruscamente una lettera d’istruzioni dicendo «smetto perché voglio che corri subito».

De Luca ne riconosce la straordinaria aderenza alla modernità, ma al tempo stesso ricorda come questa fretta fosse accompagnata da una profonda calma interiore, la calma di chi sa che tutto ciò che andava realizzando non era opera sua, ma opera di Dio.

La rapidità con cui si muoveva, decideva e interveniva, le consentiva anche una grande autonomia dall’istituzione ecclesiastica: sfuggiva all’influenza del clero, scrive sempre De Luca, «non già perché restia e disobbediente, ma perché velocissima, e assai, troppo più forte di quanto loro comune mano potesse reggere e governare». Muovendosi così per il mondo, era giustificato il suo non aver avuto un direttore spirituale dopo il parroco della sua terra natale, monsignor Serrati, al quale rimase legata fino alla morte, come dimostrano le numerose e affettuose lettere che gli scrisse. Era normale non sotorre le sue decisioni a un superiore ecclesiastico, perché i vescovi di riferimento cambiavano sempre: così la Cabrini poteva rivolgersi solo all’autorità diretta del pontefice, a quel Leone XIII il cui pontificato coincise con la costruzione del suo istituto, e con il quale condivideva aspirazioni e giudizio sui metodi di lavoro. Non mancò mai, però, di tenere buoni rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, soprattutto per evitare che ostacolassero le sue iniziative, come purtroppo comunque avvenne. Quando si rivolgeva ad un autorevole prelato per avere un consiglio, per capire cosa dovesse fare in situazioni difficili e incerte, lo faceva non tanto fidando nella capacità di discernimento di quest’ultimo, ma nella convinzione che attraverso di lui si sarebbe manifestata la volontà di Dio: «va per me subito da mons. Sepiacci a chiedere un consiglio così vedrò la volontà di Dio» scrive alla superiora di Roma, Maddalena Savaré, il 24 agosto 1891.


Senza paura del denaro


Francesca Cabrini – che si è sempre presentata molto modestamente come una religiosa qualsiasi obbediente alla Chiesa – può essere considerata una delle prime sante moderne e una decisa innovatrice nel campo delle relazioni non solo tra uomini e donne ma soprattutto tra religiose e superiori gerarchici. Il settore però nel quale ha lasciato una impronta unica e di grande originalità, sia come religiosa sia come donna, è quello dell’uso del denaro e delle capacità imprenditoriali, caratteristiche per lei strettamente correlate.

Madre Cabrini non ha mai avuto paura del denaro, né di ottenerlo come finanziamento, prestito o donazione, né d’impegnarlo e di guadagnarlo attraverso servizi ben fatti per poi reimpiegarlo in altre opere assistenziali. Ne parla con disinvoltura, senza imbarazzo: «L’Eminentissimo Cardinal Vicario vi manda tanti begli auguri, ha gradito assai la tavolozza e disse che, nella Messa di Natale, avrebbe detto a Gesù Bambino di mettere su quella tavolozza due altre tavolozze, una ricolma dei più bei colori come emblemi delle virtù che concederà alle Missionarie del Sacro Cuore, l’altra ricolma di lire sterline per moltiplicare i lumi del Noviziato. Al secondo augurio io feci una risata di gusto che fece ridere di gusto anche lui» (23 dicembre 1890).

Mentre in Italia, come si è detto, alle donne non era ancora riconosciuta l’autonomia amministrativa, lei e le sue suore amministravano senza paura somme ingenti e decidevano investimenti importanti, fidando nelle proprie capacità imprenditoriali. Il denaro per lei era un mezzo da usarsi bene, con la perizia necessaria, ai fini di realizzare la volontà di Dio nel mondo.

Da questo punto di vista l’incontro con l’America è stato decisivo perché ha permesso al suo pragmatico spirito lombardo di esprimersi in un ambiente congeniale. Ma già prima aveva dimostrato di saper fare bene i conti e di saper correre rischi, come nelle vicissitudini dell’apertura dell’istituto a Roma, circostanza in cui non si fa ingannare dalle promesse di alti prelati, ma sa anche rischiare quando trova una casa che risponde ai suoi progetti. «Stamane – scrive il 25 ottobre 1887 da Roma – abbiamo combinato l’affitto con l’Amministratore del Palazzo ove andiamo e prima di domenica si farà la scrittura. L’abbiamo trovato tanto gentile e buono, ci permette di entrare subito, ma all’atto della scrittura dovrò dare almeno un trimestre, ma il pagamento si incomincerà solo col 1° dicembre. Per caso ho sentito che alcuni danno la casa gratis per un mese e me ne approfittai raccomandandomi, per cui abbiamo il vantaggio di lire 250 che son buone per le spese. Spero che staremo sulle tremila lire annue, perché deciso non è, mi disse: vedremo all’atto della scrittura! ma è tanto ben disposto! Mi fa tutti i comodi, chiudendo certe cose troppo esposte, aprendo usci, chiudendo altri, separandomi un pezzo di terreno che sarà chiuso appositamente per noi, per cui vi si potrà fare un po’ di giardino e godere qualche volta l’aria libera del primo cielo».

Come faceva madre Cabrini a finanziare le sue audaci imprese? Le vie da lei seguite per raggiungere le somme di volta in volta richieste erano numerose e duttili, adatte ad ogni situazione e ad ogni momento, ma la base costante su cui faceva assegnamento per pagare i debiti e lanciarsi in nuove iniziative era il lavoro gratuito delle suore, un lavoro qualificato e continuo: «Lavorate, lavorate, figliuole mie, senza stancarvi, lavorate con generosità, lavorate con fermezza e integrità» scrive il 2 dicembre 1900 alle suore di Genova dalla nave, e in modo analogo si raccomanda in altre lettere. La modernità della Cabrini, però, non consisteva semplicemente in un adeguamento della vita religiosa ai nuovi tempi; il suo impegno nel lavoro, impegno che chiedeva a tutte le sue suore, non aveva niente a che vedere con la «smania di lavoro» che assorbe la vita di tanti uomini e donne moderne, ma è solo l’obbedienza al richiamo divino: madre Cabrini, scrive De Luca, «desiderava fare quel che Dio voleva». In tutte le sue iniziative – mentre si preoccupa che sorgano opere belle ed efficienti, nonché economicamente fiorenti – l’obiettivo unico e principale è la diffusione del messaggio cristiano, soprattutto nei confronti dell’emigrato e non la riuscita economica di questa o quell’opera.

Rimane però il fatto che non aveva paura di affrontare gli aspetti pratici di ogni progetto, del quale, fin dal primo momento, sapeva valutare il costo e il possibile ricavo. Il capitale iniziale per ogni fondazione veniva dalle donazioni che la Cabrini riusciva ad ottenere dalle autorità ecclesiastiche, cioè da Propaganda Fide o dalla Santa Sede, da benefattori privati ma anche da prestiti, possibilmente a tasso d’interesse nullo o molto basso, che poi restituiva. Per esempio, scrive da Seattle l’8 novembre 1903: «Stiamo fabbricando la Chiesa larga 10 metri e lunga 25, ma facciamo più in fretta che a Roma; in un mese sarà finita. È tutta di legno, ma fatta bene colla sacrestia e il pendant dall’altra parte dell’altare che serve di Confessionario. Io sono qui ancora per dirigere i lavori e per far girare le Sorelle, perché voglio tutto regalato. Il solo legno costerà 15 mila lire, ma l’hanno già tutto regalato, solo i chiodi e la fattura pagheremo che costerà 3 mila lire circa. Sono faticosi questi momenti, ma abbiamo il grande compenso di vedere moltissimi italiani accorrere e alcuni ci commovono davvero, colla gran fede che mostrano; dopo 20, 30, 40 e 50 anni che non avevano più veduto la Chiesa».

Ottenere aiuto dai benefattori non era facile, ma richiedeva un lavoro attento da parte delle suore, che dovevano saper chiedere al momento giusto, e soprattutto attirare le donazioni mostrando il buon frutto che ne sapevano trarre. Scrive da New York a tutte le suore d’Italia il 14 luglio 1899: «Dovete sempre cercare di sollecitare l’aiuto delle persone caritatevoli e far loro comprendere come l’elemosina che essi fanno a vantaggio delle missioni è doppiamente opera buona perché oltre all’essere opera di misericordia lo è anche di zelo perché destinata a beneficio delle anime di coloro cui viene conferita».

Lei stessa è un esempio in questo senso: «Ho lavorato un mese intorno al Sig. Capitano Pizzati – scrive da New Orléans il 27 giugno 1904 – e finalmente venne alla decisione di darmi 50 mila dollari in dieci anni, ma desiderava veder fatta subito la Casa. Io gli dissi che non potevo anticipare denaro, ma che sarebbe stato meglio che lui pensasse a fabbricarci la Casa, allora contento disse: ebbene, voi preparatemi il terreno ed io fabbricherò la Casa, e già ha comandato all’architetto un disegno di settantacinque mila dollari e si farà subito».

In assenza di donazioni, cercava dei prestiti agevolati: «Se siete in tempo, prima di mettere il tetto alla fabbrica della Villa del Sacro Cuore, vedete se si può alzare un altro piano e magari due per avere altri due bei cameroni nei quali starebbe un bel numero di bambine e così si tirerebbe avanti per vedere il successo del lavoro del Padre Kinckead prima di contrarre una spesa forte per innalzare un nuovo edificio. Così, mettendo in ordine il posto delle stalle ed elevando pur là un altro piano, avreste dell’altro posto da tirare avanti. Sentite che ne dice il Padre Kinckead che se assicura lui di darcene un 500 bambine, allora bisognerà pregarlo di farci prestare da qualche persona ricca sua conoscente la cifra necessaria per fabbricare l’asilo senza interesse almeno per dieci anni, oppure con l’interesse minimo dell’1% come lì tengono tanti capitali depositati alle banche, certi milionari» (12 marzo 1900).

Ma i soldi potevano venire anche da speculazioni fortunate, come quando a Chicago, portata a passeggiare fuori città per alleviare le sue difficoltà di respirazione, vide subito con il suo occhio attento che quelli erano terreni destinati a salire di prezzo con l’espansione urbana e ordinò di acquistarli immediatamente, finché il prezzo era basso. Un analogo progetto concepì per Panama, dove scrive il 5 maggio 1892: «io vorrei che prendeste da 400 a 600 manzane di terreno, metà nel Rio S. Juan che vi sono posizioni incantevoli e una terra che rende molto, e metà a Bluefields, ma sempre sulle rive, s’intende. Ora spenderete meno di un soles alla manzana, ma fatto il canale verrà un prezzo enorme».

Il sostegno di Dio, che sente sempre accanto a sé, la rende capace d’investire senza paura in progetti costosi e complessi, spesso senza avere al momento la copertura finanziaria, ma fidando solo nell’aiuto divino. A Buenos Aires, come era solita fare nelle sue iniziative, per fondare la scuola assume impegni finanziari molto superiori alle sue possibilità del momento, «ma io mi sentiva nell’intimo una segreta persuasione, che non sapeva d’onde mai venisse, e così decisi di prenderla ad ogni costo. Quel coraggio però nell’assumere quell’impegno, piuttosto forte, finì col lasciare in tutti una buona impressione, e cominciarono le prime famiglie a venire ad iscrivere le loro bambine, e continuarono poi in maniera che, alla mia partenza, già la casa era piena, e già abbiamo i piani per prenderne un’altra più capace» (agosto 1896).

Ma certo non si può dire che a questo totale affidamento corrisponda un atteggiamento passivo e fatalista: la Cabrini è sempre attenta al prezzo delle cose, capace di tenere sotto controllo i notai più agguerriti al momento dei contratti, di spuntare prezzi più bassi e di amministrare sagacemente bilanci complicati. Così scrive da Chicago il 10 ottobre 1904: «sui contratti qui fatti così malamente sono riuscita finora a salvare circa sei mila dollari e devo sudare per salvarne altri e salvare così la Casa»; e da Roma il 19 dicembre 1901: «Accetto di buon grado l’offerta della casa proposta dall’Arcivescovo a patto però che il contratto sia bel chiaro, netto in modo che ne siamo le esclusive proprietarie e che nessuno possa in seguito disturbarci nel caso che il Venerato Arcivescovo dovesse essere traslocato dalla Louisiana, come è facile, perché probabilmente sarà fatto Cardinale».

Qualche piccolo guadagno lo otteneva anche cambiando i soldi da un paese all’altro con attenzione, come dimostra il fatto che fosse particolarmente contrariata le poche volte che il cambio riduceva la somma iniziale: «Dirai a donna Elena che il denaro ho stentato molto per arrivare a cambiarlo al 40 per 100 e cioè un soles vale 60 centavos e non come ha voluto darmi essa 100 soles e poi 40 di perdita, così io ho perduto 16 soles per ogni 140, oltre i 40 soles che si devono perdere per ogni 100. Ciò vi serva di regola nello spedirmi il resto che mi deve dare e che ho bisogno per saldare i debiti fatti innanzi e che desidererei non venire molto vecchi, se no mi tirano troppe volte la veste!» (da New York a Panama, 5 maggio 1892).

Ma il metodo più utilizzato per accumulare le somme necessarie alle nuove opere era senza dubbio il risparmio, praticato continuamente dalle suore che vivevano in grande povertà secondo le costanti esortazioni della fondatrice, come dimostra il codicillo che questa nel 1905 aveva aggiunto al suo testamento: «Non si maltratti la povertà allargando ora da una parte per convenienza, ora dall’altra per riguardo, ma si pensi che tutto il di più che si usa e tutto ciò che si sciupa per incuria è rubato all’Istituto, e a far peccato mortale basta quanto può bastare a un esterno che ruba. In tutte le officine ed esercizi particolari si può rubare, attente dunque, o figliole, e siate delicate assai col voto di povertà come bramate di esserlo in quello di castità». Le sue lettere sono piene di raccomandazioni al risparmio e di rimproveri per qualsiasi spreco, anche piccolo: «per gli auguri si vede che avete usato tutte la stessa carta perché tutte mi avete fatto pagare la sovratassa per peso» (1° gennaio 1894). E poco più avanti nella stessa lettera: «Non so se hai ancora presi i ferri che volevano i medici, ma mi pare che dovrebbero farla intera l’opera e trovar loro una buona persona che li paghi, mentre voi ora anzi siete in bisogno anziché in avanzo». Le economie venivano fatte su vasta scala quando il costo del trasporto non era troppo alto, comprando in ogni paese dove c’era un istituto le cose necessarie che lì costavano meno e che venivano poi inviate dov’erano necessarie.

Per risparmiare era abituata anche ad aguzzare l’ingegno, come a Los Angeles, dove mancavano i soldi per l’ampliamento, ormai improrogabile, della casa. Mentre la direzione dei lavori della nuova ala veniva affidata ad una suora, divenuta provetta capomastro, il materiale di costruzione venne ricavato dalla demolizione di un parco di divertimenti, che la Cabrini aveva comprato a poco prezzo. L’opera di demolizione realizzata sotto la sua direzione fu affidata anche alle bambine dell’orfanotrofio, felici di raccogliere in tanti secchielli chiodi, serrature e cerniere, e riuscì così bene che il legname e i mattoni avanzati furono spediti a Denver, dove le suore stavano costruendo un altro fabbricato.

Era capace d’inventare continuamente metodi per ottenere finanziamenti, come dimostra questa lettera scritta il 23 maggio 1904 da New Orléans alle suore di Denver: «Qui ho fatto un’invenzione per riunire un po’ di denaro per allargare l’orfanotrofio. Ho preso i salvadanai fatti come un maialino che qui chiamano Saint Antony’s Pigs e la gente fa a gara a chi lo può avere da ingrassare e cioè da riempire di nikels. In tre giorni le Sorelle ne diedero fuori 150 e voglio che ne diano fuori un migliaio. Ve ne sono di varie grandezze, i più piccoli, che li diano agli scolari e scolare più sicure della scuola, possono contenere 5 dollari, altri 10, altri 20. Figuratevi che bella raccolta. Fatela anche voi subito e se non trovate il Pig prendete altre forme, ma fatelo subito pel mese di Sant’Antonio e per la chiusa del mese che i salvadanai siano tutti pieni all’altare del santo che farete nell’occasione. Ingegnatevi!».

Ingegnarsi, in certi casi, può anche voler dire sfruttare una miniera, come quando suggerisce alle suore del Brasile d’imitare l’esempio delle suore di Seattle: «Sapete che qui ci hanno regalato una mina e già le Suore stanno a farla lavorare? Bisognerà che ne troviate anche voi in Minas e farla lavorare che così avrete l’oro per fabbricare tutte le Case, come ne avete bisogno. M. Mercedes forse saprà trovarla» (10 ottobre 1909).

Un modo di risparmiare era produrre da sole i prodotti agricoli, precauzione particolarmente necessaria in tempo di guerra, come scrive da New York alla superiora di Roma il 9 aprile 1915: «Basta, vedete un poco voi e se lo prendete fate alla svelta per mettere giù roba e ricavare qualche cosa prima dell’autunno: grano, vino, olive, patate, ecc. ecc. Mettete in ordine le stalle e prendete subito qualche vacca Olstein che sono la qualità che dà tanto latte e così farete burro e formaggelle; maiali bianchi che ne danno almeno una dozzina alla volta e così ne avrete da mangiare e da ingrassare pel salame. Le ulive le venderete fino a che non saprete come si fa a conservarle. Mettete giù tante piante da frutta se non ve ne ha. Che Provvidenza sarà per la casa di Roma! e per la necessità in caso di guerra».

Una donna pratica, che conosce bene tutti i modi per risparmiare ma anche le precauzioni davanti ai conflitti sociali, come si arguisce da questa lettera del 13 luglio 1894: «Sento che c’è una spaventosa sommossa di operai che fanno rovine dappertutto all’West e pare che se ne voglia portare anche a New York ed altre città. Voi non abbiate paura che non vi faranno nulla, anzi avrete i feriti da medicare; solo che, anche se durano poco, questi scioperi grandiosi lasciano uno squilibrio grande nel commercio e ne soffrono le banche, quindi leva immediatamente dalla banca tutto quello che vi hai messo, indi riponilo bene, perché se le banche vanno in liquidazione come è facile in simili casi, non prendi più nulla. Lascia solo vivi i libretti con 20 dollari, non più».

Anche se le superiore, sempre intente a comprare o ingrandire le case, dovevano decidere da sole quali fossero gli investimenti più vantaggiosi, la Cabrini non lesina loro buoni e pratici consigli: «Aspettavo – scrive da Denver il 14 maggio 1905 – che mi diceste quanto tirano via dal prezzo del contratto per le pietre. Quanto a fare a rate il pagamento voi che avete provato all’ospedale, saprete meglio se avete fatto bene o no pagando a rate. State attente che nel contratto vi deve essere che, prima di pagare, il contrattore deve presentare tutte le ricevute in regola dei subcontrattori che lavorano e che forniscono vari materiali». La responsabilità di amministratrice incombe su ogni suora che ricopre una carica, seguendo l’esempio della fondatrice: «Sta attenta ad accrescere più che puoi il gruzzolo per la compera della casa. Sono ora a New Orléans e al 10 febbraio andrò di nuovo a Chicago. Le proprietà di Chicago e New Orléans che il Cuor SSmo di Gesù ha voluto regalarci, come sono cosa grande, così mi danno da fare: non posso lasciarle senza consolidarle». Ma essere buone amministratrici non basta, le suore devono anche farsi imprenditrici provette, capaci di fare i progetti e di portarli a termine. Scrive madre Cabrini da Roma il 7 giugno 1898: «Volete la risposta decisiva per l’Orfanotrofio inglese e non mi avete ancora mandato il progetto. Quando trattasi di una fondazione è necessario assolutamente un progetto ove sia bene espresso quante Suore occorrono, se tutte inglesi, quante patentate e quali diplomi richieggansi, quali sovvenzioni e quali diritti avrebbero le Suore, quale libertà di azione ecc., cose tutte che devono essere firmate da quel Signore O’Farrell che chiede le Suore».

Naturalmente si trattava di responsabilità delicate, a cui non sempre le suore erano in grado di far fronte, e le sgridate non mancavano, come in questa lettera, scritta a Panama il 20 agosto 1895: «A Manresa non dovevi lasciare i denari in mano alla direttrice ma pagare tu stessa i conti per assicurarti che si pagassero davvero o non si facessero invece spese inutili e sciocche. Sta bene attenta dappertutto, perché le mancanze di povertà fanno presto ad essere gravi, non si scherza e nessuna potrà scusarsi nel dire che in America si usa così».

Una delle fatiche più pesanti di madre Cabrini era quella d’individuare le case adatte per i nuovi istituti e trovare i fondi per gli acquisti degli arredi necessari. Talvolta questa ricerca si prolungava per giorni e giorni, in condizioni meteorologiche sfavorevoli, ma la Cabrini non demordeva e riusciva a superare sempre le fasi di sconforto. Fra tante fatiche e tanti ostacoli non mancava qualche lieta sorpresa e qualche momento di sollievo, come a Rio de Janeiro nell’Epifania del 1909: «Dopo tanto tribulare qui in Rio, il Sacro Cuore ha voluto proprio pensarci lui facendomi per un caso fortuito incontrare una bellissima immensa Villa di 70 ettari posta su colline ridenti, con cascate d’acqua, grotte a stalattiti e lago con casa grandissima e ben mobiliata e tutto per 100 contos, mentre le altre costavano molto di più, quasi il doppio, ed erano molto piccole in confronto».

Questa continua lotta per rendere concreti e funzionanti tutti i progetti, per pagare i debiti, avviare nuovi finanziamenti e non farsi ingannare, se pure sfibrante, non doveva dispiacere all’animo lombardo e fattivo di madre Cabrini, come si deduce da molte lettere, e in particolare da quanto scrive da Chicago il 22 settembre 1904: «Con questi primi freddi tutte stiamo un poco male, ma gli interessi del grande nostro governatore non ci permettono di riposarci e di ascoltare i mali e alle 5 bisogna levarsi in fretta se no non c’è più tempo per unirci intimamente a Dio colla meditazione. Devo lavorare come una giovanotta, devo sostenere forti ragioni contro forti uomini ingannatori e si deve fare; e voi state attente, lavorate pur molto e non dite che è troppo se no non sarete mai la donna benedetta dallo Spirito Santo».

Nel denaro la Cabrini vedeva una forma di energia che si poteva usare positivamente, un dono di Dio del quale non si doveva avere paura se la propria vita era orientata a onorare il suo cuore.

 

Capitolo 2 - L'America

La delusione iniziale

All’arrivo a New York le suore trovarono ad aspettarle i padri scalabriniani (che avevano avvertito con un telegramma da Le Havre), ma si accorsero subito che costoro, invece di riservare loro una accoglienza festosa, tradivano un certo imbarazzo. Cominciarono col dire che non le aspettavano così presto, che la sistemazione promessa non era ancora pronta, e soprattutto che Corrigan, l’arcivescovo di New York, aveva ritirato il suo appoggio. Francesca non si lasciò spaventare da queste contrarietà – come forse speravano i padri che, per evitare problemi, come poi dirà chiaramente Corrigan, avrebbero visto bene un immediato ritorno delle suore in Italia – e fece capire chiaramente che non aveva nessuna intenzione di ripartire. Dal momento che non era pronta nessuna casa, le suore dovettero passare la prima notte in una miserabile pensioncina del povero quartiere dove vivevano gli immigrati italiani, fra topi e cimici. La tradizione orale delle suore narra che non ebbero neppure il coraggio di sdraiarsi nei luridi letti ma, appollaiate sulle sedie, passarono la notte in veglia, a pregare, nonostante la stanchezza terribile.

Il giorno successivo madre Cabrini, con la consueta energia, decise di affrontare il problema alla radice, piombando dall’arcivescovo Corrigan, che la ricevette con poco entusiasmo. L’alto prelato era di origini irlandesi, e quindi legato a quella parte di cattolici che vedevano i correligionari italiani con disprezzo e ostilità, e temeva che l’arrivo delle suore e il loro tentativo di aprire un orfanotrofio facesse saltare il difficile equilibrio – tutto a favore degli irlandesi – fra le due comunità. L’orfanotrofio era un’idea della contessa di Cesnola, la moglie americana di un emigrato italiano, Luigi Palma di Cesnola, che aveva fatto fortuna a New York. Convertitasi al cattolicesimo, la contessa voleva far bella figura con un’opera benefica intorno alla quale, però, le sue idee eranoal tempo stesso confuse e ostinate. Raccolta la somma richiesta dall’arcivescovo per avviare l’opera e affittata una casa in un quartiere elegante della città, la contessa non voleva sentire critiche o cambiare progetto. Corrigan, che pensava che la somma fosse sufficiente a sostenere l’opera per un solo anno, temeva un fallimento penoso e soprattutto era consapevole delle proteste che sarebbero nate dall’introdurre delle povere orfanelle italiane in un quartiere elegante. Egli pensò quindi di risolvere la situazione con l’allontanamento immediato delle suore da New York. «Dovete tornare con lo stesso piroscafo che vi ha portate qui» intimò loro dall’alto della sua carica e della sua origine irlandese che lo qualificava come un cattolico di prima qualità in confronto agli immigrati italiani,poveri e disprezzati, che non venivano neppure accettati dai correligionari irlandesi nelle chiese.

Francesca gli contrappose tutta la sua forza e, brandendo la lettera del papa e l’ordine di recarsi in America firmato dal prefetto di Propaganda Fide, gli rispose che sarebbero restate. L’arcivescovo, benché irritato, cominciò però a provare un certo rispetto per questa suora così combattiva e le offrì un ricovero presso le suore missionarie francescane, dove furono ben accolte e sistemate nei locali dell’asilo.

Certo, Francesca uscì da questo primo colloquio un po’ provata, come raccontano le memorie di fondazione della casa di New York: «Questa nuova recò alla madre Superiora meraviglia poiché credeva che tutto fosse già stato combinato e deciso ed ora si vedeva l’opera quasi distrutta; ma si fece coraggio pensando che il Sacro Cuore penserebbe a tutto. I Reverendi Padri sembravano sgomentati e timorosi».

La ricerca di fondi per avviare la nuova opera si scontrò subito con mille difficoltà: la visita di madre Cabrini al superiore dei francescani, che le aveva promesso una lista di potenziali donatori, si rivelò un fallimento, e lo stesso esito ebbe l’incontro col superiore dei gesuiti, un padre irlandese. In questa situazione si rivelano in pieno la forza di carattere della Cabrini, la sua capacità di far fronte alle difficoltà e alle delusioni, che essa vedeva non tanto come ostacoli, quanto come prove spirituali per purificare i suoi intenti e dare più solide basi al suo operato. In ognuna di queste circostanze negative, infatti, ella vede la mano di Dio, e riconosce la funzione positiva delle difficoltà per la vita spirituale, il vero centro dei suoi interessi. Qualsiasi cosa accada, Francesca è certa che, affidandosi al Sacro Cuore di Gesù completamente, al momento giusto i risultati positivi non mancheranno.

Proprio di quei giorni difficili e travagliati abbiamo la testimonianza di una giovane donna – la quale si sarebbe poi unita alle missionarie – che ci descrive l’intensità della fede di Francesca: «Avevo diciassette anni quando incontrai Madre Cabrini per la prima volta, il terzo giorno dal suo arrivo nella città di New York. Durante la sua prima domenica in città, ho accompagnato lei e le sorelle missionarie alla chiesa di San Gioachino. Una sorella che lavorava con Madre Cabrini a San Gioachino la ricordava orante, con una voce alta, chiara e penetrante, mentre riconduceva le anime a Dio, il Dio della loro infanzia e dei loro antenati». La suora ricordava che «la prima volta che Madre Cabrini recitò la novena allo Spirito Santo e cominciò a cantare Veni sancte Spiritus, tutte le teste si voltarono verso il coro dove lei era inginocchiata e, ispirati dalla sua pietà, ben si prepararono alla Pentecoste con intenso fervore».

I primi mesi a New York furono impiegati dalla Cabrini in sopralluoghi nei quartieri dove vivevano nella miseria gli immigrati italiani, e in colloqui con religiosi o personalità attraverso i quali cercava di capire la società americana, nonché i problemi dei cattolici. Per tutto il giorno, in compagnia di una suora che le faceva da interprete, batteva la città per rendersi conto di dov’era capitata, e prepararsi per passare all’azione: «pensi – scrive in unalettera – questa città si stende per oltre 20 miglia (…) con 5 cents si può attraversare tutta la città con la sopraelevata»; e ancora:«qui costa il doppio di Roma prendere in affitto un alloggio e il cibo costa due terzi di più. Il pane, per esempio, costa più di una lira al kilo».

Un problema senza dubbio era costituito dalla benefattrice, la contessa di Cesnola, una donna imperiosa e agitata, con la quale non era facile trovare un punto di accordo, e che per di più si trovava in aperta disputa con Corrigan. Per Francesca, l’obbedienza all’arcivescovo non era in discussione, e comunque il suo progetto d’iniziare con le scuole per i figli degli immigrati era senza dubbio più urgente e sensato degli ambiziosi progetti della Cesnola. La contessa voleva «formare delle cameriere, buone e adatte per famiglie altolocate» che si sarebbero preparate proprio sotto i loro occhi, nel quartiere elegante, lavorando merletti, corredi, stirando, fino a 18-20 anni. In sostanza, la Cesnola voleva fare bella figura mostrando che le ragazze italiane potevano imparare e diventare brave, ma si sarebbe trattato di un ristretto numero di ragazze – la casa affittata era piccola – e non era assicurato il finanziamento dell’iniziativa per gli anni successivi. La Cabrini capì subito che sarebbe stato molto più opportuno affittare una casa economica nel quartiere italiano, e occuparsi dei ragazzi abbandonati. Un pronto soccorso per i casi più gravi, sul luogo del bisogno, invece di un esperimento lussuoso e un po’ assurdo: «l’affare sembrava imbrogliato; era necessario contentare mons. Arcivescovo ed anche la signora Contessa. La Madre – scrivono le suore – coi suoi modi tranquilli e nel medesimo tempo allegri e disinvolti seppe calmare l’inquietudine momentanea della Signora ed accaparrarsi il suo favore maggiormente. La Contessa partì dicendo: Le mie Suore devono venire da me e verranno». Risulta evidente come la carità della Cesnola fosse soprattutto finalizzata a conquistarsi rispettabilità nella buona società newyorkese, utilizzando quindi le suore come manodopera a buon mercato. Era questa l’intenzione originale della contessa, che la Cabrini aveva capito benissimo ma che non condannava: «non è rilevante – dice infatti alle suore – che lei ci aiuti per far parte dell’alta società. Indubbiamente, se ci aiuta, dovrebbe ricevere un compenso, e poiché non può ottenerlo da noi, è giusto che lo ottenga in questa maniera». Nonostante questo, con il tempo s’instaurò fra la famiglia Cesnola e madre Cabrini una lunga e fruttuosa amicizia.

Di poco aiuto in questo frangente furono i padri scalabriniani, più bisognosi di sostegno che capaci di darlo alle suore, le quali li descrivono nelle memorie come «impauriti e timidi».

Intanto, le suore cominciavano a farsi un’idea della situazione, certo non facile, in cui si trovavano: «Ci vennero all’orecchio delle osservazioni e dei pareri, che essendo ascoltati avrebbero, per così dire, dovuto distruggere l’opera ed in generale l’idea di fare del bene ai poveri Italiani. Si udiva anche parlare dell’odio che si ha qui per gli Italiani e le scuole loro, le difficoltà grandi che avremmo a vincere ecc. Fosse la reverenda madre generale stata una donna di poco spirito certo avrebbe dovuto rinunciare a tutto e partirci subito».

Alla fine, la prudente e ferma mediazione della Cabrini riuscì a venire a capo del conflitto fra arcivescovo e contessa: fu stabilito che le suore si sarebbero recate a vivere nella casa affittata dalla contessa, dove avrebbero iniziato il loro lavoro aprendo un orfanotrofio. In realtà, però, anche dopo che questa decisione fu accettata da tutti, continuarono le tensioni, perché sia la contessa che l’arcivescovo, molto incline ad ascoltare le pressioni antiitaliane che venivano da parte del clero irlandese, non smisero di frapporre ostacoli e anche di rimangiarsi la parola data: ci voleva veramente molta pazienza.

Intanto, i contatti che madre Cabrini aveva avviato con i religiosi presenti a New York la convincevano sempre più della difficoltà della situazione: «stante i vari partiti che regnano qui contro gli italiani ed anche da parte di coloro che ora ci fingono buon viso (…) vi è molto da pregare, ci sono tanti partiti e tutti lavorano di soppiatto».

All’uscita delle funzioni della chiesa di San Gioacchino, nel quartiere italiano, Francesca aveva cominciato a entrare in diretto contatto con gli immigrati, a cominciare dalle donne: «dopo la prima messa, le salutammo tutte; si affollavano intorno a noi con volto allegro e riconoscente; le madri ci raccomandavano le figliole e si consolavano del nostro arrivo. I padri parlavano dell’infelicità dei poveri italiani che erano trattati come schiavi e che dovevano pochi mesi fa morire senza avere sacerdoti ed anche senza sepoltura, per così dire. Il nostro cuore fu tocco».

La Cabrini aggiunse ai suoi impegni quello di acquistare il necessario per la casa. Come al solito, per comprare faceva lunghi giri, cercando di ottenere prodotti di buona qualità al prezzo più basso, possibilmente addirittura in regalo. Molti si fecero toccare il cuore, come il venditore di statue sacre, che fece un ottimo prezzo per quella scelta da madre Cabrini: una Madonna con il bambino che teneva il mondo in mano. La Cabrini, come in altre circostanze analoghe, la «riconobbe»: «Questa sì, la voglio, è proprio quella che ho veduto io prima di partire! Proprio così. Pareva che il bambino dicesse a me: Tu perché temi? Non vedi come gioco io con il mondo? Ma, disse, le facce non sono belle, quelle erano proprio del Paradiso, non si vedono quaggiù, io non ne ho mai vedute di somiglianti».

Molti istituti di suore dove si recavano in visita regalarono loro suppellettili e paramenti sacri e le aiutarono generosamente: come ha messo in rilievo Mary Louise Sullivan – la storica cabriniana che ha raccontato in un libro l’inserimento della Cabrini negli Stati Uniti – «è la storia di sorelle che aiutano altre sorelle» con regali, offerte e consigli.


Lo spirito americano

Non ci volle molto tempo a Francesca Cabrini per imparare a ben conoscere gli insulti locali ed i pregiudizi vigenti contro gli italiani: dopo meno di due settimane del suo soggiorno a New York, scriveva in Italia, chiedendo stoffe per altri abiti e veli per le sorelle, così che si potessero presentare bene in pubblico. «Altrimenti – spiegava – ci chiameranno ‘Guinea-pigs’ (porcellini d’India), come usano fare riferendosi agli italiani di qui».

La sua profonda preoccupazione per gli emigrati italiani, ben evidente nelle prime lettere dall’America – «Quanto è vasto il campo di attività per portar del bene ai nostri poveri italiani! Essi sono abbandonati e visti molto male dal pubblico di lingua inglese. Non sopportano la vista degli italiani» – non le impedisce di comprendere e apprezzare le caratteristiche del paese in cui si trova ad operare. Soprattutto, capì subito che l’America offriva una vera possibilità di assimilazione che, vissuta bene, poteva diventare una via di riscatto per gli immigrati: la sua scelta fu, fin dal primo momento, quella di trasformare un esercito d’italiani ignoranti e poveri in cittadini americani. Cominciò con le suore: dopo due mesi, prese le opportune informazioni, spedì due suore a prendere la cittadinanza americana, le prime di una lunga lista che avrebbe contato anche il suo nome. Negli immigrati italiani lei vedeva già dei potenziali cittadini americani, e questo risulta evidente già pochi giorni dopo l’arrivo, quando si recò dall’arcivescovo Corrigan per farsi fare una raccomandazione scritta di appoggio alla questua che dovevano avviare per il mantenimento dell’orfanotrofio. All’alto prelato che aveva detto «che la sottoscrizione non poteva permetterla che per gli Italiani e non poteva assolutamente permettere che ci raccomandiamo ad altre persone avendo ogni nazione i propri orfanotrofi da sostenere», aveva risposto che «gli italiani qui non erano da tenersi per veri italiani ma da americani perché ormai non tornano più in Italia». L’affermazione dell’arcivescovo, infatti, in palese contraddizione con la pratica della carità cristiana, se presa sul serio avrebbe voluto dire il fallimento dei progetti cabriniani: gli italiani, infatti, erano quasi tutti molto poveri, e da soli non avrebbero potuto sostenere il peso delle opere assistenziali indispensabili. La discussione che ne seguì fu lunga e difficile ma, alla fine, Corrigan non solo scrisse la raccomandazione, ma offrì cento dollari di tasca sua.

Francesca aveva trasformato Corrigan in un sostenitore del suo progetto proprio grazie alla prontezza con cui si adattava agli usi americani, e alla capacità amministrativa che rivelava.

Di più difficile soluzione furono invece i problemi con i padri scalabriniani, nati fin dalla prima sera, e in qualche modo già dai primi contatti con lo stesso Scalabrini, che non faceva mistero di avere bisogno di suore per le sue missioni – «l’opera dei missionari sarebbe incompleta senza l’aiuto delle suore» scrive infatti nel 1900 – ma voleva suore obbedienti, suore che eseguissero i compiti loro affidati, che non prendessero iniziative proprie, che non seguissero propri progetti.

Invece, e la storia dei loro successivi rapporti lo illustra con chiarezza, la Cabrini non era disposta a rinunciare a «quella libertà e indipendenza che riteneva necessaria al buon andamento della Congregazione», come scrive la sua prima biografa Francesca Saverio De Maria. La libertà delle cabriniane si fondava innanzi tutto sull’autonomia economica, che la fondatrice difese sempre vigorosamente.

Il clero, infatti, non nascondeva una diffusa sfiducia nella capacità delle suore di amministrarsi e di organizzarsi autonomamente, che in molti casi mascherava la tendenza ad approfittare della remissività delle suore per ospitarle in ambienti inadeguati e, in un certo senso, sfruttare il loro lavoro. Tutto questo è chiaro nei primi tempi dell’insediamento cabriniano a New York, quando i padri scalabriniani offrono ospitalità alle missionarie in due stanzette insufficienti: «dapprima (padre Morelli) preparò due camerini nei locali attigui alla Chiesa, più atti per ripostiglio che per abitarsi – scrive madre Cabrini a Scalabrini il 10 giugno 1889 – e poi non vi stavano in essi che due letti invece di sei; indi prese una casa che sarebbe adatta per benino, ma qui vogliono venire i padri ad abitarla».

Non si trattava certo di un caso isolato: nelle congregazioni femminili istituite da un fondatore come ramo femminile di un istituto maschile le suore avevano solo una funzione di supporto delle attività principali, quelle realizzate dal ramo maschile. Le religiose infatti venivano spesso utilizzate perché avevano un’autonomia maggiore, dal momento che si adattavano ovunque, non avevano bisogno di «servizio», potevano fondare missioni più facilmente ed entrare in contatto con le donne del paese ospitante, di solito più disponibili ad aiutare con offerte ed impegno personale.

I casi di questo tipo sono numerosi – citiamo per tutti le Figlie di San Paolo, create da don Alberione proprio con questa funzione – e rendono evidente quanto siano diverse le congregazioni femminili iniziate da un fondatore (quasi sempre un religioso) da quelle fondate da una donna che ne diviene successivamente superiora generale.

La Cabrini è senza dubbio una delle fondatrici più innovative e autonome in questo senso, e non era certo possibile una sua riduzione ad appendice di un altro istituto. Immediatamente consapevole di questo pericolo, Francesca Cabrini rifiutò fin dall’inizio ogni proposta di assimilazione, pur mantenendo un atteggiamento di deferenza e di rispetto nei confronti di Scalabrini, come provano le sue lettere di auguri per Natale e per l’onomastico (san Giovanni Battista) e i resoconti delle attività intraprese insieme alla sua congregazione. Sembra, d’altra parte, che il vescovo non abbia mai risposto alle lettere della suora lombarda, pur stimandola molto e parlando sempre bene di lei nella sua corrispondenza con l’arcivescovo Corrigan.

Non è un caso, quindi, che i problemi fra la Cabrini e gli scalabriniani siano sorti sempre intorno a questioni finanziarie: il primo fu la causa che poi determinò il distacco delle suore cabriniane dalla chiesa di San Gioacchino, tenuta dagli scalabriniani a New York. Le suore, superate le prime difficoltà – mancanza di un’abitazione decente e di un luogo dove fare scuola – avevano avviato una fiorente scuola parrocchiale ma la parrocchia si rifiutava di pagarle per il lavoro svolto, come era uso nelle scuole americane. Lo stesso arcivescovo Corrigan aveva detto alla Cabrini che doveva esigere «come è costume in New York, che i Padri pagassero 300 dollari annui ad ogni suora insegnante. Piacque l’idea alla Madre ma pregò che Sua eccellenza parlasse egli stesso al padre Morelli. Monsignore scrisse subito una lettera al padre avvertendolo di ciò ed anche dicendogli che non si faceva più la questua». Francesca sperava di vincere la resistenza dei padri con l’appoggio di Corrigan. Senza dubbio la parrocchia non viveva nell’abbondanza economica, ma certo nel rifiuto di pagare le suore – e permettere quindi la loro sopravvivenza – c’era anche il rifiuto di riconoscere il loro lavoro. «I mezzi per far ciò non mancano ai padri, poiché ora la Chiesa l’hanno assicurata e i pesi che restano – scrive con la sua solita concretezza il 10 giugno 1889 madre Cabrini a Scalabrini – sono sopportati in parte dalle case affittate e parte dai proventi che ai Padri vengono in abbondanza». Anche l’arcivescovo Corrigan scrive a Scalabrini difendendo le richieste delle suore: «Le sorelle non sono troppo contente, perché 1° non hanno casa decente, 2° non hanno salario fisso, ma solo promessa che non mancheranno di nulla. (…) Bisogna assegnare alle suore almeno un’abitazione salubre, e abbastanza pulita e comoda. Di più vorrei dar a loro una pensione fissa, come è costume di tutte le altre sorelle in questa Diocesi».

Si trattava quindi soprattutto di una resistenza mentale, non di una mancanza reale di denaro: ai padri non sembrava necessario pagare le suore, dal momento che promettevano loro di «assicurare tutto il necessario». Il desiderio di autonomia di una congregazione di suore era ancora così difficile da comprendere da parte degli ecclesiastici che questo atteggiamento di madre Cabrini veniva scambiato da padre Morelli come un segno di avidità di denaro. In una lettera scritta nel giugno del 1889 alla superiora di Roma, madre Savaré, la Cabrini si esprimeva in proposito con molta schiettezza: «Se potessi, gradirei molto andare laddove non ci sono i Missionari di Piacenza in quanto non mi piace lo spirito che li anima, che mi sembra si rifaccia preponderatamente a quello della bandiera tricolore piuttosto che a quello del Papa. Pertanto, se potessi, metterei altrove alcuni di questi buoni preti. Ma non lo riferisca a nessuno in quanto sarebbe imprudente». La Cabrini quindi rimproverava loro un eccessivo attaccamento agli usi italiani, al posto di un’apertura alla cultura americana che, secondo lei, costituiva un dovere di ogni missionario.

Un conflitto analogo si sarebbe verificato qualche anno dopo per la gestione dell’ospedale Columbus, nato da una generosa idea di padre Morelli, che però, in un primo momento, non aveva voluto coinvolgere nella gestione dell’ospedale madre Cabrini.

In questo primo conflitto comincia a delinearsi con chiarezza la differenza che intercorreva nel rapporto con il denaro fra la Cabrini e gli scalabriniani, che si può considerare anche un segno del loro atteggiamento complessivo verso la cultura americana. Gli scalabriniani, che pure parlano della necessità di «americanizzarsi», mantengono verso l’aspetto finanziario del loro impegno un atteggiamento tradizionale, cioè pensano innanzi tutto di sostentarsi con i normali introiti parrocchiali, insufficienti però a causa della povertà degli emigrati italiani, e grazie agli aiuti dalla Chiesa locale, garantiti dall’influenza del loro fondatore, che intrattiene intensi rapporti epistolari con i vescovi dei luoghi di emigrazione, abituato com’era a risolvere i problemi muovendo le alte sfere gerarchiche. I contrasti che si verificarono fra gli scalabriniani e l’arcivescovo Corrigan vertevano appunto su questo tema: gli scalabriniani non avevano iniziativa, faticavano a comprendere una società che non aveva paura del denaro, che premiava il rischio e la buona amministrazione.

Madre Cabrini, al contrario, fin dall’inizio non poté contare sull’aiuto economico di nessuno: l’arcivescovo le permise di rimanere a New York solo a patto che non chiedesse niente – anche se poi, ammirato delle capacità della suora italiana, intervenne qualche volta con generosi donativi – e gli scalabriniani le negavano uno stipendio. La Cabrini aveva ben chiaro che il suo compito era quello di aiutare gli emigrati italiani, poverissimi, senza chiedere loro denaro, e cercava quindi altre possibilità di finanziamento per le sue attività. Cominciò a maturare qui una sua speciale abilità, che incantava anche molti non cattolici e molti ebrei, cioè quella di non chiedere la carità, ma di proporre investimenti in opere di assistenza che, grazie alla sua abilità di amministratrice, sarebbero diventate ben presto prosperi istituti.

Dopo avere interrotto la collaborazione con gli scalabriniani (ma le suore si recarono comunque a insegnare catechismo presso la chiesa di San Gioacchino), madre Cabrini accettò l’offerta che le aveva fatto il nuovo vescovo Charles Edward McDonnell – conosciuto quando era segretario di Corrigan – di aprire una scuola a Brooklyn, quartiere dov’era presente una colonia d’italiani privi sia di assistenza religiosa che di scuole. Il 1° novembre 1892 venne quindi inaugurata una scuola dedicata a san Carlo, che fu presto seguita da altre iniziative a favore degli emigrati: una scuola di lavoro per adulti, le visite domiciliari alle famiglie degli emigrati, l’istruzione catechetica e l’amministrazione di diverse società parrocchiali. A Brooklyn i protestanti aveva sferrato un massiccio attacco alla minoranza cattolica istituendo una scuola protestante per i figli degli italiani che disponeva di notevoli mezzi finanziari: «facendone richiesta – ricorda un’antica allieva di Brooklyn – era molto facile ottenere cesti di frutta, rifornimenti di legna e di carbone, ma le suore cercavano di fare di meglio, offrendo un pasto caldo per pochi centesimi, e distribuendo gratis copricapi e altri capi di abbigliamento che avevano ottenuto in elemosina ai grandi magazzini». La presenza delle cabriniane neutralizzò in breve tempo l’iniziativa protestante, che dovette chiudere i battenti. La collaborazione con il vescovo McDonnel ebbe ottimo esito: due anni dopo l’apertura della scuola i bambini scritti risultavano già più di trecento, ma i frequentatori nelle festività, che partecipavano alle attività organizzate dalle suore, erano quattro volte più numerosi. Nel 1905 il numero degli allievi era salito a tremila.

La capacità imprenditoriale di Francesca Cabrini – ben presto dimostrata – le attirava gli aiuti: si danno i soldi più volentieri a chi dimostra di saperne fare buon uso. Le sue opere dovevano diventare presto autonome finanziariamente, affiancando le istituzioni caritative ai servizi a pagamento: questi dovevano essere gestiti come delle imprese e quindi, possibilmente, ottenere anche un profitto, che veniva poi reinvestito in altre fondazioni. Questo spirito imprenditoriale – opposto alla tradizionale dipendenza dall’istituzione o dalla carità di altri – non poteva che piacere a un paese dove l’iniziativa individuale e le capacità di arricchimento erano molto stimate.

Oltre alle qualità personali, fu anche il trovarsi in una situazione emarginata rispetto alle alte gerarchie, situazione che la indeboliva ma al tempo stesso la rendeva più libera, a permettere alla Cabrini di farsi una via propria, e nuova, d’inserimento nella società americana. Questo tipo d’impatto con la società americana, quasi privo di coperture istituzionali e di soldi, era molto simile a quello che vivevano gli emigrati, e questa esperienza le fu preziosa nell’inventare strategie di aiuto per loro.


Una missione difficile

La situazione degli emigrati italiani negli Stati Uniti era veramente drammatica, come scriveva il quotidiano «Il Progresso italo-americano» nel 1889, anno di arrivo della Cabrini: «la colonia italiana si trovava in uno stato deplorevole, sfruttata economicamente e moralmente da altri italiani e dai protestanti. Gli italiani erano odiati, trattati come animali, perseguitati peggio dei negri». La situazione era ulteriormente aggravata dall’ostilità che regnava fra gli italiani stessi, divisi fra cattolici e anticlericali (e questi ultimi anche fra filosabaudi e mazziniani) e fra gli emigrati di regioni diverse. La colonia italiana era costituita infatti da tanti piccoli mondi tutti in difficoltà ma irriducibili nel contrastare le iniziative dei gruppi rivali. Una situazione di cui madre Cabrini si rese subito conto, come testimoniano le memorie e soprattutto la sua prudenza nel farsi coinvolgere in questioni ingarbugliate come quella dell’ospedale italiano Columbus, nel quale cercarono subito di coinvolgerla.

Scrivono infatti le suore nelle memorie che fin dal primo anno in America «venne chiesta la Madre Superiora di mandare le sue Suore anche all’Ospedale degli italiani, ora diretto dai Filantropici Italiani». La Cabrini era ben consapevole che «l’ospedale ora è diretto da un Comitato ateo basato unicamente sulla Filantropia. Fino ad ora poterono proseguire l’opera per mezzo di beneficenze e regali fatti nel primo entusiasmo popolare. Molto ricevettero nelle feste politiche del 20 settembre, ma Dio non benedice l’opera ora». Madre Cabrini quindi rifiuta la proposta, «non vedendo alcuno fondamento né morale né spirituale. Per di più sembra che si formi contro di loro un altro partito sotto la direzione del Console italiano».

Nella lunga intervista che le dedicò il quotidiano «The Sun» il 30 giugno 1889 Francesca Cabrini illustrò in dettaglio i suoi progetti: «il nostro obiettivo è quello di strappare gli orfani italiani della città dalla miseria e dai pericoli che li minacciano e di far loro dei buoni uomini». A cominciare dalle ragazze: «le tentazioni che una grande città come questa offre alle ragazze povere e ignoranti, di qualsiasi nazionalità esse siano, sono realmente grandi e per le ragazze italiane abbandonate, prive di mezzi di sostentamento e che non conoscono la lingua di chi sta loro attorno, sono terribili». Proprio per questo, raccontano le suore, «decise la madre superiora che ciascuna di noi invece di Suora parlasse di madre affinché meglio ci restasse impresso che dobbiamo essere tali alle figliole che ci verranno affidate».

La contessa di Cesnola le scrisse per complimentarsi dell’intervista, considerandola la strada migliore per farsi conoscere e per denunciare la miseria degli immigrati italiani, ma le difficoltà continuavano ad essere tante, e la Cabrini non trovò aiuto neppure da parte del console italiano, che – pur non sapendo fare nulla da parte sua – non voleva prendere in considerazione l’assistenza agli immigrati organizzata da una suora.

Francesca non demorde, e insegna alle suore che «la missione dovrà andare molto bene perché trova tante opposizioni». Le suore si accorgono però della sua solitudine: «non si scorgono che sotterfugi! Non ha la madre qui nemmeno una persona con la quale consigliarsi».

Un vero consigliere fidato se lo andrà a cercare personalmente: «il 22 giugno 1889 visita per trovare il generale di Cesnola. Egli non crede opportuno che quest’anno si passi a cercare figliole alla polizia, ma piuttosto che si continui pian pianino come si fece finora. Su questa parola riposa volentieri la madre Superiora ed abbandona per ora interamente l’idea suggerita dalla contessa» annotano le suore. Luigi Palma di Cesnola, chiamato «generale», aveva alle sue spalle una vita avventurosa e una buona conoscenza del mondo, e conosceva, per averlo provato in prima persona, cosa significasse arrivare negli Stati Uniti da soli, senza denaro e senza appoggi.

Nobile piemontese di poca fortuna, ma ardente nelle passioni politiche e intellettuali, aveva attraversato varie guerre – la prima guerra d’indipendenza italiana, quella di Crimea, quindi la guerra di secessione americana – creandosi un itinerario biografico originale. I primi anni di vita nella provincia piemontese e poi nel collegio militare li aveva passati nel mito dello zio Amerino, che aveva combattuto per l’indipendenza della Grecia. Dal severo collegio piemontese fuggì due volte: la prima per combattere – benché giovanissimo (era nato nel 1833) – nella prima guerra d’indipendenza, distinguendosi per il valore, la seconda perché i debiti di gioco non gli consentivano di far parte dell’esercito sabaudo. La guerra di Crimea, dove combatteva in una sorta di brigata internazionale, gli permise di partecipare ad altre battaglie e ad altre avventure, e gli fece conoscere persone che erano state negli Stati Uniti. L’idea di emigrare là gli sembrò la soluzione dei suoi problemi familiari ed economici: sbarcò a New York senza soldi, ma con il flauto in tasca e le sue abilità di cavallerizzo. Sbarcò il lunario insegnando italiano ed equitazione alle signorine di buona famiglia, e riuscì a sposarne una, Mary Reid, poco attraente ma coraggiosa e ricca. Con l’appoggio della famiglia Reid, Luigi aprì un’accademia militare privata nel momento giusto, cioè poco prima dello scoppio delle ostilità con la Confederazione del sud. Anche in questa guerra, alla testa di un battaglione di volontari stranieri, si distinse per il valore ma anche per i difficili rapporti con lo Stato maggiore nordista, e rimase per un certo periodo prigioniero dei sudisti. Si conquistò così la più alta onorificenza americana al valor militare, la medaglia d’oro del Congresso, e la possibilità di realizzare un sogno: recarsi in Grecia come console degli Stati Uniti.

A Cipro, dove risiedette per alcuni anni, cominciò una nuova attività, quella di archeologo. Alla testa d’improvvisati scavatori locali, riportò alla luce quasi trentaseimila preziosi reperti di antichità greco-romane che trasportò – anche se una parte andò perduta nel viaggio – a New York, guadagnandosi così nel 1879 la direzione del museo più importante della città, il Metropolitan.

In questa nuova veste intellettuale dovette affrontare gli attacchi denigratori di esperti che rifiutavano le sue attribuzioni – in verità un po’ fantasiose – dei reperti, che costituiscono tuttora uno dei nuclei più importanti del museo. Vinse anche questa volta, e restò al suo posto di direttore fino alla morte, soddisfatto di avere realizzato il sogno giovanile di resuscitare la democrazia greca per poi importarla, sotto forma di testimonianza archeologica, nella nuova patria della democrazia, gli Stati Uniti d’America.

Quest’uomo coraggioso e idealista provò subito simpatia e stima per la giovane e decisa suora lombarda che aiutò in vari modi, appoggiandola sempre nelle sue iniziative e dandole preziosi e intelligenti consigli. Il loro rapporto di amicizia durò fino alla morte del Cesnola, e non conobbe mai le tensioni che segnavano periodicamente il rapporto fra la Cabrini e la contessa. Scegliere come consigliere di fiducia un laico – senza dubbio un avventuriero ma onesto e generoso, proiettato nella vita americana di cui era divenuto un protagonista, sia pure discusso, di primo piano – invece che un ecclesiastico importante, dà una misura dell’anticonformismo della suora lombarda, e del suo acume nella lettura dei cuori umani.

Ma queste scelte felici dovevano dare i loro frutti solo in un secondo periodo. I primi tempi furono durissimi per tutte: «lo spirito di abnegazione delle missionarie è grandissimo. Non si parla di riposo, chi forse prima era meno abituata ora pulisce, lava, frega, e fatica senza posa. Vi sono alcuni mestieri assai difficoltosi e ripugnanti per natura, che per riguardo non nomino neppure, non si scorge mai dal volto delle nostre sorelle, veramente sante, un segno di ribrezzo e di difficoltà; il Signore dovrà certo benedire l’opera che le nostre buone sorelle meritano. La madre generale sempre affaticata e gira per ordinare le faccende» scrivono le suore, che ben presto però cominciarono a vedere i primi risultati di tanta fatica.

Le suore ottengono i primi finanziamenti per le loro opere attraverso la questua nei poveri quartieri italiani, e sono più le offerte di viveri o le piccole somme che non i contributi importanti. Nell’agosto del 1889 così le suore narrano un loro giro di questua: «Girammo in una certa via lunga in bassa città che avevamo già percorsa un mese fa. S’incominciò con alcuni rifiuti, poi vennero le monete bianche, brune e finalmente quelle d’argento. Giunte in un grande magazzino – il di cui padrone portava un nome assai gradito e rinomato per la sua ricchezza – entrammo e senz’altro andammo su per le scale dell’ufficio. Presentandogli il libro della sottoscrizione ci sorrise (…) e (…) dandoci un dollaro si sottoscrisse. Un tale ci regalò un pentolino di latta per il latte, un altro una mastellina piena di conserva di mele, chi regalò carne, bottiglie di conserva ed un salmone di un metro circa, grosso, grosso (…) Oh! Eccoti alla bottega d’un (…) verziere, di un Vende-legumi all’ingrosso; un buon cattolico ne è il Padrone. Chiede se abbiamo un carro. Non solo questo sacco! (…) Che cosa volete? Verze, aglio, zucche (…) Quel che volete buon Signore! Il servo è un italiano e bravo, ci aiuta ad insaccare! Ma come ora trascinare il sacco? (…) Lasciamolo qui, quando avremo fatto il giro lo riprenderemo. Gira, gira, gira! (…) Manca lo zucchero. Entriamo da un nostro amico, che l’altro mese ci ha provvedute: Che volete? (…) Chiediamo alla cuoca! (…) Zucchero, zucchero dice suor Concetta prendendo coraggio! Ed io proposi poi di metterlo nel pentolino della capacità di cinque libbre circa. Sorrise il Padrone, dicendo: Come? La volete piena? No, no, quello che volete voi! Ebbene, Giovanni riempite questo pentolino! Andiamo! Fu bella proprio la scena. In alcune bottegucce non andammo: Suore, suore! Sisters! Un uomo ci corre dietro con 10 cents! Siete furbe voi Suore! Andate nei magazzini dove non vi danno nulla e dove vi sarebbero non entrate! prendete e venite sempre da me! È tardi, bisogna con coraggio ritornare a casa, andiamo a pigliare il nostro sacco! Oh sì, pesa troppo! Il buon italiano ci accompagna al tram. E come faremo poi? Ci penserà il Sacro Cuore. In tram siamo osservate da una signorina. Pian pianino prende dal suo borsellino 1 dollaro in carta e lo piega con maestria. Prima di uscire ce lo pone furtivamente in mano sussurrando: questo è per i vostri poveri! (…) Arrivate alla 59 strada stiamo pensando che mezzi pigliare per giungere a casa. Un ragazzino dell’età di 13 anni ci fa da compagno di viaggio e col suo aiuto arriviamo a casa».

Nel giro di nemmeno un anno la situazione migliora: l’orfanotrofio viene trasferito dall’appartamento caro ma angusto che aveva affittato per loro la contessa in un edificio ampio e bellissimo che la Cabrini aveva acquistato. Si trattava dell’ex noviziato dei gesuiti a West Park, sul fiume Hudson, nei dintorni di New York. Le suore vi si erano recate in visita per la prima volta nell’agosto del 1889, e sembrò loro una vera avventura prima in treno poi in battello, con la sorpresa di trovarsi poi in una ridente campagna, con due case per i religiosi e varie serre, una fattoria e soprattutto un panorama bellissimo. Questa bellissima proprietà era in vendita per un prezzo molto conveniente, quindicimila dollari, perché mancava di acqua. La Cabrini fiutò subito l’affare, e decise di comprarlo per poi – trasformatasi in rabdomante – trovare una vena d’acqua. Il posto le piacque talmente – c’era anche un piccolo cimitero dov’erano stati seppelliti i padri – da chiedere alle consorelle di essere sepolta lì dopo la morte.

Questo trasferimento servì anche a migliorare i rapporti con Corrigan, che non aveva mai gradito che gli orfani italiani vivessero proprio nel mezzo di un elegante quartiere della città provocandogli problemi con gli irlandesi.

La Cabrini non era abituata a vivere in una clima di concorrenza con altre confessioni cristiane, e questa situazione dava un diverso carattere alla sua spinta missionaria: «È una desolazione vedere quanti Protestanti, quanti Ebrei, quanti appartenenti a diverse sette vi siano. Vicino a noi vi sono sette chiese protestanti ed una ebraica, tutte molto ricche e belle. Magari avessi i soldi per comprarle tutte e destinarle alla nostra santissima religione. Posso soltanto rammaricarmi di non essere in grado di farlo; sono soltanto capace di pregare» scrive nel giugno 1889 alla superiora della casa di Roma, madre Savaré.

Anche se interpretava la sua fedeltà alla Chiesa in termini che oggi, in clima di ecumenismo, sembrano lontani, la suora lombarda riuscì a stabilire buoni rapporti con dei protestanti e soprattutto con degli ebrei, che diventeranno suoi sostenitori e finanziatori di molte opere, come si può vedere scorrendo la lapide dei finanziatori all’ospedale Columbus di New York. Del resto, la concorrenza fra cattolici e protestanti in quegli anni era spietata e non aveva risparmiato neppure il centro della cristianità, Roma, dove dopo l’annessione al regno d’Italia nel 1870 si erano installate varie comunità protestanti che facevano proselitismo utilizzando anche le loro consistenti risorse economiche. «Pregate figliuole – scrive in proposito la Cabrini il 12 marzo 1900 – perché possiamo riuscirci onde togliere questa ultima rovina a Roma, perché lo zelo satanico con cui lavorano i protestanti è cosa non mai veduta». In questi anni, infatti, la concorrenza fra le confessioni cristiane risentiva molto delle maggiori possibilità economiche di cui godevano i protestanti, attestati nei paesi più ricchi del tempo. Senza dubbio, la consapevolezza di quanto fosse importante il denaro nella lotta per la conversione delle anime spingeva Francesca ad utilizzare al meglio le sue doti amministrative e imprenditoriali. Nelle sue lettere dall’America si vede come non dimenticasse mai di essere in «terra di missione», ancora sottoposta alla giurisdizione della Congregazione di Propaganda Fide: «son pronta ad offrire tutte le mie sofferenze e le mie privazioni per ottenere la conversione di quei tanti ministri protestanti che risiedono in questa città».


Modernità e americanismo

Anche se fu solo Pio X, nel 1908, a costituire le Chiese negli Stati Uniti e nel Canada, fino ad allora dipendenti da Propaganda Fide, ormai da alcuni decenni la Chiesa nordamericana era divenuta un polo rilevante nel mondo cattolico per le sue risorse materiali e umane. Alla fine dell’Ottocento, a causa dell’emigrazione i cattolici negli Stati Uniti erano saliti a circa dieci milioni e contavano una novantina di vescovi, ottomila preti e seimila edifici adibiti al culto. La Chiesa statunitense godeva di una condizione particolare rispetto a quelle europee: il conflitto fra istituzione ecclesiale e società civile non era stato neppure sollevato. Sino alla fine dell’Ottocento, comunque, la frammentazione della gerarchia – formata soprattutto da irlandesi, tedeschi e francesi spesso in conflitto fra di loro – e una popolazione mista d’immigrati di varie nazionalità rendevano impossibile la proposta di una linea unitaria e compatta di azione e di pensiero. Ma, al di là dei conflitti etnici, a fine secolo cominciò a manifestarsi una lacerazione nelle gerarchie ecclesiastiche fra gruppi «liberali», soprattutto irlandesi, guidati dal cardinale di Baltimora, James Gibbons, dall’arcivescovo di Saint Paul nel Minnesota, John Ireland, da monsignor John Keane, dal 1886 rettore dell’università cattolica di Boston, e da monsignor Denis J. O’Connell, dal 1885 rettore del collegio nordamericano a Roma, e «conservatori», fra i quali troviamo Corrigan, e soprattutto tedeschi e austriaci. Le divergenze dei due gruppi riguardavano il modo in cui affrontare i problemi sociali come l’immigrazione, la questione scolastica, i sindacati. I liberali, soprattutto, intendevano accettare il progresso come valore, idea allora assolutamente estranea al cattolicesimo europeo. Questa adesione ai valori e agli ideali del mondo americano da parte dei cattolici liberali fruttò loro rapporti privilegiati con l’amministrazione degli Stati Uniti. I conservatori, quasi tutti di origine tedesca, ma anche alcuni irlandesi come l’arcivescovo di New York, Corrigan – che, come denunciò al papa un sacerdote liberale della città, Burtsell, poneva «ostacoli al nuovo splendido indirizzo delle cose ecclesiastiche negli Stati Uniti» – e i gesuiti, impegnati nell’educazione superiore, difendevano la tradizione e le antiche consuetudini.

La Chiesa americana, che si era configurata sino a quell’epoca come una sorta di aggregazione fra comunità e clero inviato dalle nazioni da cui provenivano gli emigrati – in grande maggioranza irlandesi e tedeschi – stava proprio in quegli anni acquistando una identità specifica proponendosi come modello di avanguardia di una possibile conciliazione fra cattolicesimo e modernità.

Il nuovo movimento, denominato «americanismo», era sostenuto dai «liberali», che si proponevano di allargare il raggio d’influenza della Chiesa cattolica in America adattandola all’ideale americano democratico e mitigandone l’insegnamento tradizionale, per renderlo più moderno. I «liberali» avevano la tendenza ad estendere all’ordine soprannaturale una concezione politica di libertà e di democrazia derivate da premesse puramente umane: essi proponevano quindi il primato delle virtù naturali ed attive su quelle soprannaturali e passive, come l’obbedienza, l’umiltà, l’abnegazione. Sostenevano inoltre che ogni secolo ha il suo ideale di perfetto cristiano, e che nell’età moderna, secondo loro ravvivata da una presenza particolarmente incisiva dello Spirito Santo nelle anime, il cristiano doveva essere soprattutto un cittadino libero anche dall’autorità della Chiesa. Questa ripugnanza a servirsi d’intermediari per andare a Dio, derivante dall’influenza protestante, era considerata invece un «segno dei tempi», perché causata dalla più forte presenza dello Spirito Santo. La Chiesa, secondo loro, insisteva troppo sul principio di autorità, e questo atteggiamento rischiava di determinare una repressione dell’iniziativa individuale e dell’energia umana: a ciò si doveva rimediare in un clima di rinnovata libertà, coltivando le virtù attive sopra tutte le altre. L’insistenza sulla libertà individuale, ovviamente, si accompagnava ad una valutazione negativa dei voti religiosi, considerati come poco convenienti allo spirito moderno. Essi paragonavano la privazione della libertà dei religiosi – che intendevano donarla a Dio – alla privazione dei diritti politici, considerandole servitù dello stesso tipo.

Un’altra innovazione introdotta dall’americanismo era l’atteggiamento di apertura verso le altre religioni, considerate ideologie in concorrenza fra loro come quelle politiche. A questo gruppo d’influenza si deve infatti l’organizzazione nel 1893 a Chicago di un «parlamento delle religioni», a cui presero parte, oltre a rappresentanti delle religioni tradizionali, anche nuovi gruppi esoterici come la Società Teosofica, che teorizzavano l’esistenza di un substrato comune ed esoterico in tutte le religioni e che considerarono questo evento quasi un proprio successo.

Lo scontro più grave fra i due gruppi avvenne a proposito della questione scolastica: il governo americano aveva deciso, da una parte, di rendere obbligatorie e gratuite le scuole pubbliche, dall’altra d’imporre una tassa sulle proprietà delle organizzazioni religiose e di proibire che venisse assegnato denaro statale alle scuole parrocchiali. Anche se il provvedimento non ottenne al Congresso la maggioranza, esso orientò senza dubbio in questo senso la posizione del governo, tendente a rafforzare la scuola pubblica e a ostacolare la creazione di scuole parrocchiali. Il clero cattolico liberale dichiarò che non era opportuno creare contrapposizioni fra scuola statale e scuola cattolica, e propose che «l’ottima scuola statale americana» fosse arricchita con un insegnamento religioso facoltativo. I conservatori si mossero invece a favore di scuole separate, e soprattutto combatterono un nuovo provvedimento, che prevedeva che l’inglese venisse utilizzato in tutte le scuole. I liberali vedevano in questa resistenza all’innovazione «il voler mantenere tra essi colonie forestiere» e in sostanza ostacolare l’inserimento dei figli degli immigrati, che invece volevano «essere e farsi chiamare americani».

Propaganda Fide, nel 1892, cercò di risolvere il problema con un decreto approvato dal papa: questo infatti permetteva che le nuove esperienze d’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche potessero «essere tollerate». Ma il dibattito sulla questione scolastica non si chiuse qui: un accordo di compromesso prevedeva di fondare il maggior numero possibile di scuole parrocchiali e, dove non si riuscisse, d’istituire scuole domenicali che insegnassero la religione ai ragazzi che frequentavano le scuole pubbliche. Corrigan naturalmente intervenne più volte a favore delle scuole confessionali, e il conflitto si allargò tanto da richiedere l’intervento del primo delegato apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Francesco Satolli, che in un primo tempo si avvicinò alle posizioni dei liberali, mentre i rapporti con Corrigan, a capo della diocesi americana con il più alto numero d’immigrati cattolici, si erano fatto difficili.

La questione si trascinò per qualche anno, coinvolgendo nella polemica anche le élites cattoliche francesi e italiane, ma alla fine a questo insieme di postulati e di aspirazioni rispose nel 1899 Leone XIII con la Testem benevolentiae, una lettera di condanna indirizzata al cardinale Gibbons. Nel documento il papa insisteva sull’obbedienza alla Chiesa, e sul fatto che il deposito della fede è immutabile, che non vi sono virtù cristiane più adatte ad un’epoca che a un’altra. Gli ecclesiastici americani così confutati scelsero l’obbedienza e rinunciarono alle loro idee innovative che, qualche anno dopo, furono in parte riprese dai modernisti europei, anch’essi condannati dalla Santa Sede. La prova di fedeltà data da questi ecclesiastici contribuì indubbiamente a rafforzare il peso della Chiesa nordamericana nella Chiesa cattolica.

Madre Cabrini si trova quindi a vivere la sua impresa missionaria in un contesto importante e profondamente vitale, se pure travagliato da contraddizioni e conflitti etnici e ideologici. Il suo arrivo negli Stati Uniti coincide proprio con il periodo d’iniziale fervore degli americanisti. Padre Isaac Thomas Hecker, considerato il loro ispiratore, era morto nel 1888, un anno prima del suo arrivo a New York, e la lettera di Leone XIII arriva a chiudere la vicenda una decina d’anni più tardi, nel 1899, nel pieno della sua attività di fondatrice di opere assistenziali nel nuovo mondo: in quell’anno Francesca Cabrini fonda negli Stati Uniti tre scuole e un collegio per ragazze.

La Cabrini non poteva quindi rimanere estranea a questo dibattito, anche se non si esprime mai direttamente su questi temi, dal momento che sfiora ed affronta personalmente tutti i nodi segnalati dal clero americanista, cioè l’affermazione del cattolicesimo nella moderna società americana, dandone una risposta perfettamente adeguata alla realtà del suo tempo ma profondamente diversa da quella teorizzata dai «liberali». Il suo stretto legame con la Chiesa e con la tradizione cristiana le consentono di sviluppare nel suo istituto tutte le virtù moderne di vita attiva, ottenendo un innegabile successo, senza intaccare minimamente la fiducia nelle tradizionali virtù religiose, come l’umiltà e l’obbedienza, sulle quali fonda la preparazione delle sue suore. Impavide viaggiatrici, ottime imprenditrici e capaci di amministrare e organizzare imprese multinazionali, le suore dimostreranno a tutti che è possibile combinare una vita religiosa tradizionale e modernità e che, anzi, il loro successo imprenditoriale deriva strettamente dal loro impegno spirituale. La simpatia con la quale indubbiamente madre Cabrini guarda alla democratica America, la sua naturale adesione ad un mondo che offre il successo a chi rischia e lavora duro, che premia le capacità individuali, non si porrà mai in contraddizione con la sua perfetta fedeltà alla Chiesa e alla tradizione cattolica. Francesca Cabrini non ne parla mai direttamente, non ci sono da parte sua prese di posizione pubbliche nei confronti di questi temi controversi: come è solita fare, risponde a questo dibattito nei fatti, con la pratica di una vita religiosa che è insieme attiva e mistica, moderna e antichissima. Proprio perché lei stessa sperimentava nella sua vita l’ispirazione diretta dello Spirito santo e la libertà d’iniziativa, era profondamente consapevole di quanto fosse difficile praticare questo metodo senza cadere in inganni e in sopravvalutazione di sé: per esperienza personale sapeva che per essere santa una persona doveva azzerare la propria volontà e farsi solo tramite della volontà di Dio.

Da brevi cenni nelle sue lettere riusciamo a capire come fosse ben consapevole del conflitto in atto. Già dopo il primo viaggio in America, nel 1889, scrive da Milano, in seguito all’incontro con Mantegazza, uno dei vescovi ausiliari ambrosiani e suo protettore: «Mantegazza vi saluta e vi raccomanda di non prendere lo spirito americano che vi toglierebbe il mezzo di camminare alla perfezione, ma vi raccomanda di vegliare su voi attentamente in ogni minima cosa». La Santa Sede infatti, e soprattutto le gerarchie ecclesiastiche più conservatrici, erano preoccupate dell’espandersi delle idee «americaniste» (che comprendevano anche una versione cristianizzata dell’evoluzionismo darwiniano) anche in Europa, dove i capi del movimento americanista operavano nella convinzione del ruolo di guida destinato alla Chiesa americana, che avrebbe dovuto dirigere il cattolicesimo europeo nell’«oceano della democrazia». La loro influenza fu accolta non solo in Francia, ma anche in Italia – particolarmente favorevoli i «conciliatoristi» milanesi, che fecero pubblicare i Discorsi di Ireland ottenendo con difficoltà l’imprimatur da Mantegazza – e nella stessa Roma. La via proposta dagli americanisti, infatti, sembrava aprire una porta per la soluzione del conflitto tra Stato e Chiesa attraverso la creazione, fra i cattolici, di un «italianismo» che conciliasse cattolicesimo e sentimento nazionale. Il cardinale segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro e Leone XIII cercarono per un po’ di raffreddare le passioni, e di risolvere la questione con colloqui e pressioni personali sulle gerarchie ecclesiastiche ma, visto il fallimento di queste mediazioni, si risolsero alla condanna.

Madre Cabrini – che faceva la spola fra Stati Uniti e Italia e aveva occasione di parlare con Rampolla e d’incontrare personalmente Leone XIII durante le sue soste a Roma – svolse sicuramente un ruolo di mediazione e d’informazione, anche se non ne rimangono molte tracce nella sua corrispondenza. Nel 1891, sollecitata da Corrigan a mettersi in moto, approfittò di questa occasione per rafforzare il suo legame con l’arcivescovo americano. Il 24 giugno 1892 scrisse a Maddalena Savaré, la superiora dell’istituto di Roma a cui affidava in sua assenza i rapporti con il Vaticano, di adoperarsi presso il cardinale Rampolla «per ottenere che non facciano approvare la domanda fatta da alcuni Vescovi degli Stati Uniti di mettere in mano al Governo le scuole Parrocchiali perché, una volta che siano pagate dal Governo, non possono più insegnare religione ed è facile che di poi proibiscano anche l’abito religioso a chi fa la scuola. Egli (Corrigan) mi disse che sa che il cardinal Vicario Zigliara e un altro hanno votato in contrario ma che due invece approvano perché uno dei vescovi americani fece loro capire che le Parrocchie sono povere e non possono sostenere le spese mentre il Governo è ricco. Sì, è vero, il Governo è ricchissimo ma tutto protestante, mentre le parrocchie non sono povere e possono benissimo sostenere con molto decoro le loro scuole. Io ho promesso all’Arcivescovo di occuparmene a tutta possa non appena giungessi a Roma, ma come vedo che va un po’ in lungo il mio ritorno, né potrò lasciare New York prima della fine di luglio, così arriverei forse un po’ tardi allo scopo. Va dunque dal Cardinal Prefetto di Propaganda e fagli capire la cosa per bene, così dal Cardinal Rampolla. (…) Digli che se fanno tanto per sostenere costì le scuole pontificie non devono poi permettere che qui diventino governative le scuole Parrocchiali». Teneva veramente alla questione, perché il 1° luglio successivo in una seconda lettera alla Savaré sollecita ancora il suo intervento presso Rampolla per denunciare l’interpretazione che l’arcivescovo Ireland aveva dato del documento di Propaganda Fide approvato dal papa: «ha detto il Santo Padre che tollera che si domandi aiuto al Governo (…) la parola ‘tollera’ fanno ogni sforzo per ridurla a confermazione». Quando finalmente, tornata in Italia, è ricevuta dal papa il 25 ottobre 1892, scrive due giorni dopo al vescovo di Lodi monsignor Rota che «per l’ecc.mo Arcivescovo di New York mi pare aver potuto fare qualcosa di buono» perché «è troppo santa la causa che tratta ed è per me dolce il poterlo aiutare».

Le parole della suora lombarda erano ascoltate in curia, come lei stessa ha occasione di scrivere nello stesso anno 1892: «il cardinale Rampolla si vide che considerò molto le cose che gli dissi in proposito perché stamane, avendo occasione di rivederlo, con grande premura mi disse se aveva ancora qualche cosa da dirle circa l’affare e così incalzai maggiormente le idee dell’arcivescovo in cosa tanto santa per evitare qualche maggiore travaglio alla Chiesa. Il Cardinal Vicario poi sentì molta pena per la costernazione attuale dell’arcivescovo e mi disse che lui sosterrà sempre l’E.mo Corrigan per il quale sente grande stima, affetto e venerazione. Queste cose vorrei che tu le dicessi se è possibile subito a Sua eccellenza per dargli un poco di conforto».

Dello stesso tenore sono le parole che il 3 febbraio 1892 la Cabrini scrive al vescovo di Lodi per farlo diventare un alleato in questa battaglia: «i buoni vescovi di qui piangono a vedere che alcuni vescovi liberali si adoperano per far giungere al santo Padre informazioni erronee in merito a tale questione. Si fa un gran parlare qui del cardinal Rampolla; corre voce che sia stato lui ad aver asserito che il Santo Padre (dopo aver ascoltato il vescovo irlandese del Minnesota) tolleri che si chiedano aiuti al Governo. (…) All’unisono, i vescovi liberali faranno sì che, in un secondo tempo, l’espressione ‘tollera’ venga interpretata quale approvazione di un atto legittimo», mentre «il nostro arcivescovo Corrigan (…) farà tutto quanto in suo potere per bloccare questo movimento disposto ad accettare aiuti governativi a favore delle scuole parrocchiali».

La sconosciuta suora lombarda, che lo stesso Corrigan voleva rimandare in fretta indietro, è divenuta una sua preziosa alleata, e quindi una protagonista della vita cattolica internazionale. Appare infatti evidente da queste lettere non solo che madre Cabrini è considerata dalla Santa Sede una testimone stimata, ma anche che il segretario di Stato Rampolla si affida alla sua capacità di valutazione della situazione americana, sicuro della sua assoluta fedeltà alla Chiesa.

Ma l’americanismo aveva gettato inquietudine anche nei suoi istituti, come trapela dalle lettere della fondatrice alla superiora generale là nominata, madre Agostina Chiodini. In esse si denunciano l’influenza perniciosa di un sacerdote – padre Cardella, a cui è stata chiesta la direzione degli esercizi spirituali – e i tentativi di ribellione di alcune suore, da lui influenzate, alle regole religiose: «Sta bene attenta dappertutto, perché le mancanze di povertà fanno presto ad essere gravi, non si scherza e nessuna potrà scusarsi col dire che in America si usa così, essendo noi venute a combattere il diavolo colle sue lusinghe e non a imparare da esso la via dell’Inferno» (20 agosto 1895). Per quanto riguarda la vita religiosa, la Cabrini non ha dubbi nell’attenersi rigidamente alla tradizione: «Sii attenta e rigorosa per carità circa i voti e fà che nessuna ti inganni con belle parole».


Una questione d’identità

A chi la rimproverava di frequentare i bassifondi dove vivevano in condizioni drammatiche migliaia d’immigrati italiani, madre Cabrini rispondeva: «queste espressioni mi feriscono in fondo all’anima e bisognerebbe non sentire amore di patria per non sentirsi ferita». La sua indiscussa fedeltà nei confronti della Santa Sede, in conflitto con il regno d’Italia, non le impediva infatti di sentire e dichiarare un vero e proprio amor di patria che la rendeva sempre sensibile al buon nome degli italiani all’estero, legato naturalmente alle condizioni e al comportamento degli emigrati. Questa sua battaglia a favore dell’Italia fu riconosciuta da molti esponenti del governo italiano, come Francesco Nitti.

Forse proprio per la fedeltà alla Santa Sede dimostrata in occasione della crisi americanista, madre Cabrini non vedrà mai esaminate con sospetto dai superiori ecclesiastici queste sue posizioni patriottiche, come era avvenuto negli stessi anni al vescovo Scalabrini, che aveva dapprima mostrato qualche interesse verso il clero americanista per poi scegliere di allearsi con Corrigan.

Ma gli italiani facevano cattiva figura anche agli occhi della Chiesa cattolica statunitense, perché proprio loro, così vicini al papa, rivelavano una mancanza assoluta di cultura religiosa, fornendo così argomenti alla propaganda protestante, come scriveva Corrigan a Scalabrini: «non sapevo rendermi ragione come in Italia, in cui non ha da lamentarsi la scarsezza di sacerdoti, abbia a riscontrarsi tanta ignoranza nei figliuoli del popolo. Gli italiani che lasciano la patria e traversano l’Atlantico per venire da noi a cercar lavoro e pane, rivelano tale e tanta ignoranza nelle verità più elementari della Religione da recar meraviglia anche ai nostri nemici».

La Cabrini affronta la situazione elaborando un nuovo modello d’integrazione per gli immigrati – un modello inaugurato da lei stessa, che prenderà la cittadinanza americana nel 1909, e dalle sue suore – per cui la nuova identità americana poteva convivere con quella italiana originaria grazie all’appartenenza alla religione cattolica. Proprio l’universalità del cattolicesimo, secondo lei, garantiva la continuità fra la situazione di partenza e quella di arrivo.

Negli istituti fondati da madre Cabrini l’apertura alle abitudini locali – già per il primo Natale newyorkese accanto al presepe le suore preparano l’albero secondo l’uso americano, e le lettere sue e delle suore sono pervase da entusiasmo e curiosità per i nuovi usi che incontrano nei viaggi – non si afferma a discapito delle pietre portanti dell’identità originaria: la lingua italiana e soprattutto la religione cattolica.

Ecco allora da una parte l’apertura di buone scuole in cui si affiancava lo studio dell’inglese a quello dell’italiano (che spesso gli emigranti stessi ignoravano perché parlavano solo dialetto), dall’altra opere di assistenza come gli orfanotrofi e gli ospedali, che davano non solo aiuto e speranza, ma anche un senso di dignità prima sconosciuto agli emigrati. Madre Cabrini voleva che gli edifici delle sue opere assistenziali fossero belli, ben costruiti e luminosi, affinché, anche grazie al loro perfetto funzionamento, gli italiani venissero rispettati: «vorrei che le scuole fossero pulite – scrive alle suore – e pulite pure le fanciulle che le frequentano. Fate di tutto su questo punto, vi raccomando, per alzare un tantino l’onore decaduto degli italiani». Nei primi tre anni della sua avventura americana traccia le linee della sua modalità d’intervento anche per gli anni successivi: nessuna impresa la spaventa, passa dalle scuole agli orfanotrofi, dai collegi agli ospedali. Presso ogni istituto viene aperta una cappella che, nella generale assenza di chiese, diventa la parrocchia degli italiani.

Da ogni istituto partiva una rete d’iniziative verso il quartiere che comprendeva la scuola parrocchiale e la visita alle famiglie. Le suore non solo portavano cibo ed indumenti ai più bisognosi, ma incoraggiavano il battesimo dei bambini, la regolarizzazione dei matrimoni in chiesa e il ritorno alla pratica della religione cattolica. Gli immigrati in difficoltà sapevano che si potevano mettere in contatto con il convento per sollecitarne l’aiuto, sapevano che le suore avrebbero aiutato i disoccupati a trovare un lavoro, ricoverato i bambini senza famiglia, e assicurato l’assistenza legale alle famiglie povere che ne avevano necessità. Se necessario, aiutavano anche coloro che desideravano rimpatriare. Presso ogni istituto c’era una segreteria per aiutare gli immigrati a scrivere a casa, a sbrigare le pratiche burocratiche, a tenere i contatti con le istituzioni del loro paese d’origine.

Le modalità con le quali avviava il suo intervento cambiavano a seconda delle necessità e delle caratteristiche del luogo d’insediamento: un esempio particolarmente significativo della sua fantasia nel prodigarsi per migliorare non solo le condizioni di vita, ma anche l’immagine della comunità italiana è quello della fondazione di New Orléans nel 1892. Nella città la colonia italiana versava in una situazione drammatica: un anno prima era stato assassinato il capo della polizia David Hennessy mentre attraversava il quartiere italiano. Dell’omicidio furono sospettati i siciliani, sulle cui organizzazioni criminali Hennessy aveva indagato, e di conseguenza vennero incriminati ben diciannove immigrati italiani (dieci per omicidio, nove per complicità). Al processo, però, grazie alla brillante difesa dei migliori avvocati della città, vennero assolti ma, prima che gli imputati fossero scarcerati, una folla urlante si era recata alle carceri e, forzato l’ingresso al grido di kill the Italians («a morte gli italiani»), aveva ucciso ben undici prigionieri.

La vicenda aveva suscitato indignazione in Italia e inasprito i rapporti fra il governo Di Rudinì e quello statunitense, tanto che si era arrivati al ritiro del nostro ambasciatore. Mentre la soluzione per via diplomatica tardava a realizzarsi, quasi un terzo dei giornali americani approvava il linciaggio, ed episodi analoghi erano avvenuti in altri centri della Louisiana. Anche se dei seimila italiani (sui 290.000 abitanti della città) solo poche decine erano parte attiva della malavita cittadina, una ondata di ostilità investì l’intera comunità degli immigrati.

In questa situazione difficile padre Gambera, uno scalabriniano inviato a New Orléans per assistere gli italiani, pensò di chiedere aiuto a quella risoluta suora lombarda che tanto bene stava facendo a New York. La Cabrini rispose alla chiamata, e arrivò in città con quattro suore con l’intenzione di riformare la comunità italiana aprendo una scuola con annesso orfanotrofio. Per raccogliere i fondi si mosse con la tecnica che aveva messo a punto a New York: convincere gli italiani ricchi a farsi carico delle difficoltà dei più poveri, invece di cercare di far dimenticare la propria origine inserendosi nel crogiuolo americano. Li convinceva che, aiutando i suoi istituti, avrebbero potuto dimostrare che anche i figli degli immigrati più poveri, se ripuliti e istruiti, potevano diventare buoni cittadini come gli altri. I più generosi, fra i molti italiani che avevano fatto fortuna, furono proprio quelli animati da sentimenti anticlericali, convinti dal carisma personale e dalle doti organizzative della religiosa. In particolare, divenne suo sostenitore incondizionato il ricco capitano Salvatore Pizzati, che da solo si sobbarcò il mantenimento dell’intero orfanotrofio.

Dopo avere ricucito le fratture interne alla comunità italiana, madre Cabrini s’impegnò a educare, in pochi mesi, i ragazzi che prima erano abbandonati sulle strade e a riportare all’osservanza religiosa i molti che se n’erano allontanati, per indifferenza, ma anche a causa delle difficoltà linguistiche. La chiesa dell’istituto, centro di tante attività – oltre alla scuola, era attivissimo un oratorio con teatrino – divenne «la chiesa degli italiani». Dopo soli quattro mesi la Cabrini giudicò giunto il momento di mostrare all’esterno i cambiamenti intervenuti. L’occasione fu l’arrivo da New York di una grande statua del Sacro Cuore per la chiesa dell’istituto, dietro la quale, in processione, fece sfilare per tutta la città la comunità italiana. La processione si snodò ordinatamente, la gente era pulita e composta, preparata a cantare non solo inni sacri ma anche canti della tradizione italiana, come Va’ pensiero. Il successo fu grande: per la prima volta, gli italiani di New Orléans furono applauditi in pubblico.

Madre Cabrini – la quale nelle prime notti dopo il suo arrivo nella città non riusciva a dormire per la musica jazz suonata fino all’alba – aveva capito che per una città con la passione musicale di New Orléans i canti bene intonati sarebbero stati decisivi per far accettare gli italiani.

Anche qui, come in tutti i suoi interventi, la fondatrice seguiva una precisa strategia: le suore si rivolgevano agli immigrati in italiano, in italiano erano i servizi religiosi e le rappresentazioni teatrali, così come italiano era il personale degli ospedali e in parte l’insegnamento nelle scuole. Ma la sua costante preoccupazione – legata anche all’esperienza personale perché la Cabrini faticò non poco a dominare l’inglese – fu di garantire in ogni scuola un buon insegnamento della lingua locale. Il suo progetto era di favorire l’inserimento degli immigrati nella società americana facendone dei buoni cittadini padroni della lingua inglese, ma senza rinnegare la loro origine religiosa e nazionale.

La sua proposta ebbe successo, grazie all’azione capillare di un gran numero di scuole sparse strategicamente in tutta l’America, e sconfisse quella che era invece la tendenza prevalente prima del suo intervento, cioè l’inserimento individuale nella società americana, a costo di dimenticare le proprie origini e di rinnegare la fede cattolica per cadere nell’indifferentismo religioso o addirittura per convertirsi al protestantesimo, come avrebbe fatto un italiano di successo, Fiorello La Guardia, sindaco di New York.

L’identità italiana, senza il supporto di una politica adeguata da parte del governo del paese d’origine, non era in grado di resistere alla disgregazione che nasceva da un’emigrazione drammatica e rischiosa, e madre Cabrini lo comprese immediatamente, proponendo un modello d’integrazione graduale che prevedeva però il mantenimento dell’identità originaria per più generazioni, perché inscindibile dall’appartenenza religiosa.

Non sempre il suo progetto è stato capito. Proprio a proposito della scuola di New Orléans le cabriniane ebbero dei problemi ad ottenere per le scuole il modesto contributo del governo italiano, perché la lingua italiana non era la prima nei programmi d’insegnamento. La lettera con cui il 13 maggio 1910 madre Cabrini risponde al commissario generale per l’emigrazione costituisce un vero e proprio programma d’intervento per gli emigrati italiani, pensato con l’acume e la concretezza che la caratterizzavano: «riguardo all’istruzione, è certo che essa deve essere data nella lingua del paese ospitante e l’italiano deve essere insegnato come materia secondaria. Ciò per venire incontro alle necessità dei bambini, che hanno da guadagnarsi il pane nel paese di adozione, nel quale i loro genitori li hanno portati. (…) Sono sicura che nelle condizioni date, l’insegnamento dell’italiano non è carente. Abbiamo a che fare con bambini che non portano in classe nemmeno quel minimo vocabolario domestico che i nostri bambini acquisiscono sulle ginocchia della mamma. Noi abbiamo bambini che abitualmente ascoltano e parlano in dialetto. Insegniamo italiano nella pratica più che in teoria, almeno nei primi anni di scuola, giacché l’esperienza ha mostrato che un miscuglio delle due lingue, per quanto riguarda la lingua scritta, influisce negativamente sull’apprendimento di entrambe (…) Tutto considerato, Onorevole Commissario, le parole sono facili, e così anche tutte le manifestazioni esteriori di patriottismo. È facile – conclude la Cabrini – esaltare la propria terra madre in un banchetto, nelle parate e con le bandiere al vento, ma è difficile tener vivo l’amore dell’Italia nei cuori della gioventù in un paese ostile. È ancora più difficile conquistare il rispetto delle autorità locali e dell’opinione pubblica in generale. Se l’orfanotrofio e la scuola italiana sono paragonabili agli altri, allora la gente dirà: ‘Quell’orfanotrofio, quella scuola italiana sta alla pari con le nostre. Vedi, gli italiani sanno come provvedere alla loro povera gente e ai loro orfani’. Avendo raggiunto questo obiettivo, come ho fatto, uno può veramente dire: ‘Ho servito la mia patria’. Per me, servire il mio paese significa farlo amare ai bambini affidati alle nostre cure. Significa educarli a non vergognarsi di essere italiani; significa favorire lo sviluppo di giovani che dimostreranno al loro paese di adozione che l’immigrazione italiana non è un elemento di pericolo, ma un fattore desiderabile nella civiltà e nel progresso di una nazione sulle cui spiagge l’Italia riversa ogni anno migliaia di suoi emigranti».

Quando c’era da intervenire a favore degli emigrati sul Commissariato per l’emigrazione, madre Cabrini non si lasciava certo intimidire dall’essere donna, e per di più religiosa, quindi doppiamente esclusa dalla vita politica: «per dissuadere me e qualche altro consigliere dell’emigrazione – ricorda un membro del Commissariato – dall’opposizione a far pesare più oltre sul fondo del Commissariato (formato con i quattrini degli emigranti) quelle spese di assistenza che lo Stato avrebbe dovuto addossare all’erario, venne a cercarci a Montecitorio dove entrò disinvolta come fosse a casa sua. Sdegnò le solite presentazioni a mezzo di terzi. Non disse parola per attenuare il reciso contrasto fra la sua fede e la nostra. Andò diritta allo scopo fissandoci gli acuti occhi in faccia», ottenendo alla fine quello che voleva da consiglieri anticlericali.

Dopo avere assicurato i primi servizi – scuole, orfanotrofi e ospedali – nei centri di emigrazione, la Cabrini cominciò a preoccuparsi di coloro che vivevano, lontani da tutti, un’esistenza particolarmente dura, come i lavoratori delle piantagioni e i minatori, e inviò delle suore a visitarli e ad offrire la loro assistenza materiale e religiosa. «Le conversazioni erano necessariamente brevi – scrive suor Francesca Saverio De Maria – ma erano momenti che valevano ore, di confidenze intime, di sfoghi che sollevavano l’animo, si parlava della famiglia, dell’Italia, di Dio; si facevano raccomandazioni, si davano e si ricevevano incarichi, commissioni, promesse». A questi incontri si aggiungevano le visite agli infermi e ai ricoverati nei pubblici ospizi, che spesso non avevano nessuna persona amica che li visitasse e li confortasse. Nel 1905 le suore si prodigarono nell’assistenza durante la terribile epidemia di febbre gialla che aveva colpito New Orléans.

Lo stesso anno della fondazione a New Orléans madre Cabrini dovette tornare in tutta fretta a New York per risolvere il problema dell’ospedale italiano, il Columbus, che da una fallimentare gestione laica era passato ad un’altrettanto fallimentare gestione religiosa in mano agli scalabriniani, cioè al solito padre Morelli. Dopo molte titubanze, la Cabrini accettò alla fine di assumere l’amministrazione dell’ospedale: non era solo preoccupata per motivi economici, e con ragione, davanti ad un’opera già gravata di debiti, ma aveva anche delle perplessità nei confronti dell’impegno ospedaliero. La sua congregazione era nata come scuola, come orfanotrofio – lei stessa era maestra, e maestre molte delle suore – e l’assistenza sanitaria non rientrava nei suoi progetti originari. Ma ancora una volta, vedendo che le liti e le inefficienze ricadevano sulle spalle dei poveri emigrati, decise di assumere su di sé anche questo carico.

La nuova gestione delle missionarie, se pure aveva realizzato un considerevole miglioramento del bilancio dell’ospedale, non riuscì però a risollevarne definitivamente la situazione, e la mole dei debiti ne determinò il fallimento. Madre Cabrini salvò la situazione con uno dei suoi geniali stratagemmi: fondando cioè un nuovo ospedale dallo stesso nome in una casa da lei affittata, e ricomprando all’asta parte dell’arredo. Una considerevole parte di strumenti medici e di medicine era stata fatta uscire nascosta sotto le coperte delle lettighe che trasportavano i malati. Si era liberata così del debito accumulato dalle gestioni precedenti, come scriveva sbalordito padre Morelli a Scalabrini: «La Cabrini, nel fare del bene, non pone limiti, non vuole legami, vuole essere indipendente (…) Un bel giorno, all’insaputa di tutti, portando via quanto aveva collettato, piantò baracca e burattini e invece di pagare i debiti dell’ospedale collo stesso nome, obbligando così a chiudere il vecchio. Di questo fatto è testimone l’intera colonia».

Non sfuggì al suo intervento assistenziale nemmeno il gruppo più disgraziato degli italiani immigrati, i carcerati, a cui le suore si rivolgevano con amore e pazienza, dando piccoli doni, consigli, aiuti. Nelle carceri di Chicago i detenuti ascoltavano ogni settimana le conferenze di una suora catechista: «era spettacolo commovente vedere cento e più uomini rotti ad ogni vizio pendere come fanciulli dalla bocca di un’umile suora, apprendere ciò che forse avevano sempre ignorato, muovere obiezioni e interrogare per comprendere meglio e sapere di più (…) Questi poveri carcerati – narra suor Francesca Saverio De Maria – per mostrare la loro riconoscenza e riflettendo che le suore erano obbligate nell’inverno a fare a piedi un lungo cammino sulla neve, fecero loro dono di un cavallo e di una carrozzella». Anche i detenuti delle carceri di Sing Sing in occasione del giubileo d’argento dell’istituto inviarono a madre Cabrini un attestato di riconoscenza e di ringraziamento per l’opera delle suore. In alcuni casi, le cabriniane riuscirono anche ad ottenere la revisione di processi con esito favorevole ai condannati, penalizzati dalla ignoranza della lingua inglese che non permetteva loro di difendersi. L’assistenza ai condannati a morte faceva parte della loro missione e spesso riuscivano a riconciliarli con Dio prima dell’esecuzione.

Si trattasse di miniere o di carceri, madre Cabrini non ebbe paura d’inviare le sue suore – armate solo della loro carità – in luoghi terribili dove poche donne avrebbero osato mettere piede. La veste religiosa non sempre costituiva una difesa, ma esse riuscivano a farsi accettare da questi disgraziati rivolgendosi loro in italiano, con dolcezza, e mostrando con semplicità e pazienza sincero interesse per le loro anime. Per molti di questi minatori o di questi carcerati, la voce delle suore e il loro sorriso costituivano il primo caldo contatto umano dopo mesi di umiliazioni e fatiche, d’isolamento e di disperazione. Le suore non subordinavano il loro aiuto alla ripresa della pratica religiosa, ma spingevano con delicata e insieme inflessibile volontà gli interlocutori a riflettere sulla propria coscienza e sulla propria identità religiosa. Il loro scopo era quello di ridare dignità e speranza anche a quelle frange di disperati per i quali l’esperienza dell’emigrazione aveva conosciuto un esito fallimentare. Italiani per Francesca Cabrini non erano solo gli inseriti e i fortunati, né solo quelli che potevano avviare il loro percorso d’inserimento con l’aiuto delle scuole cabriniane, ma anche i disperati, i falliti, gli emarginati.

 

Capitolo 4 - Un successo difficile


Viaggi


Francesca Cabrini fu senza dubbio una delle più grandi viaggiatrici della sua epoca: non solo percorse gran parte del mondo per fondare i suoi istituti, sia per nave che per terra, spesso anche in condizioni molto difficili, ma seppe anche descrivere i suoi viaggi nelle vivaci relazioni che inviava alle sue suore. Durante i lunghi spostamenti, infatti, riempiva della sua minuta grafia pagine e pagine dei quaderni che le religiose le preparavano insieme con una scorta di matite ben appuntite. Arrivata la Cabrini, le suore copiavano la sua relazione e la spedivano alle altre case, in modo che tutte partecipassero alla movimentata vita della fondatrice. Ecco in successione i viaggi compiuti da Francesca in occasione delle fondazioni: 1889, New York; 1891, Nicaragua; 1892, New Orléans e New York; 1895, Argentina; 1898, Parigi; 1899, Madrid, Pennsylvania e Chicago; 1900, Bilbao; 1902, Londra e Denver; 1903, Seattle e Chicago; 1908, Rio de Janeiro; 1912, Philadelphia. Naturalmente ogni spostamento internazionale era intervallato da ritorni in Italia – dove sempre passava da Codogno e da Roma – e da visite nelle varie case sparse per il mondo. Qualche deviazione dagli itinerari finalizzati alle fondazioni e alla visita degli istituti era prevista per visitare i santuari che erano vicini ai suoi percorsi, come quelli di santa Rosa a Lima e della Madonna a Pompei e a Lourdes.

A cominciare dalla prima traversata atlantica, Francesca si rivelò subito una provetta viaggiatrice, intrepida e allegra, pronta ad approfittare con entusiasmo di tutte le occasioni che il viaggio le offriva di vedere cose nuove, di conoscere persone che le potevano essere d’aiuto o poteva convertire, d’imparare qualcosa dei paesi in cui si sarebbe poi recata. Anche se non tutti i capitani erano ben disposti verso le religiose, la Cabrini riusciva sempre a colpirli con la sua straordinaria personalità e a ottenere condizioni migliori di viaggio per le suore e per sé, e possibilmente spazi protetti in cui riunirsi per pregare e meditare, prima di mescolarsi alla vita di bordo, dove aiutava i poveri emigrati e allacciava relazioni con i viaggiatori più importanti. Col passare degli anni, sempre più nota nel mondo dei viaggiatori, riceveva trattamenti d’eccezione: «i nostri buoni compagni di viaggio – scrive durante una delle ultime traversate da Genova a New York – si prendono più cura di noi che di loro stessi, ci offrono quanto di più confortevole hanno, pur di vederci soffrire di meno; ci trattano con molto rispetto, ed hanno venerazione per l’abito religioso. Alcuni mercanti vengono a interrogarci sul modo di trattar meglio i loro interessi, e noi rispondiamo loro quello che il buon Gesù ci suggerisce per lasciarli confortati. Il personale di servizio non potrebbe essere più premuroso e pare goda ogni volta che si chiede un favore».<

Nella sua vita faticosissima, mentre la salute si faceva sempre più precaria, le traversate marine diventarono per lei occasione di riposo e di cura. Mentre le suore che l’accompagnavano quasi sempre sparivano nelle cabine afflitte dal mal di mare, «io sola rimasi incolume, anzi, continuavo a sentirmi sempre più bene, man mano mi viene più libero il respiro e vorrei che il mare non dondolasse per quivi occuparmi dei miei progetti che dovrò invece lasciar cadere in nulla. Anche la libertà di respiro pare che aiuti ad innalzare sempre più alto l’anima a Dio e quasi mi fa desiderare sul serio quanto per ridere andavo dicendo pochi giorni fa, cioè che se il Cuor SS. di Gesù mi concedesse i mezzi per costruire un bastimento, sul mare allora fonderei la ‘casa Cristoforo’ (portatrice di Cristo) e girerei tutti i mari con una Comunità, piccola o grande, per andare a portare il nome di Cristo Gesù a tutti i popoli che ancora non lo conoscono o l’hanno dimenticato» (aprile 1890). E durante una traversata di molti anni dopo, nell’agosto del 1902: «io sto meglio quando c’è un po’ di movimento, e pare che la burrasca mi metta un po’ più di appetito. Dio sia sempre benedetto che dà proprio la lana secondo le stagioni. Mi ha fatta Missionaria e, nella bontà del suo divin Cuore, mi ha voluto consegnare le lontane Missioni; ed ecco che, sebbene priva di salute, mi fa però la grazia così bella di star molto bene in mare». O ancora, in un viaggio del settembre 1894: «le Sorelle ora stanno tutte bene; essendosi pure abituate alla vita di mare, io poi sono sempre stata meglio che in terra, a segno tale che i signori mi dicevano che sono come un lupo di mare, che così chiamano certi capitani genovesi che superarono immense difficoltà e pericoli senza paura non solo, ma senza darsene neppure per intesi».

Nelle tempeste il suo morale è sempre alto: «Di tanti viaggiatori, uomini e donne, soltanto sei o sette vengono a tavola. Guai se ci si lascia abbattere; il meglio di tutto è stare sopra coperta a prendere l’aria, ed anche l’acqua se viene. Stanotte stetti mezzo vestita, perché invero minacciava burrasca, per essere pronta a salvare me e tutte; ma il buon Dio, che veglia sulle sue spose, ci lasciò tutte dormire sulla grande altalena, spinta da ogni parte; e stamane presto mi alzai per andare sul ponte a mirare lo stupendo spettacolo. Vedeste come è bello il mare nel suo gran movimento, come gonfia, come spuma! È un vero spettacolo!» (novembre 1898).

La tempesta più terribile l’affrontò nell’ottobre del 1891 durante la traversata da New York al Nicaragua: «il mare gonfio come mai non lo vidi; si formavano montagne come d’incanto e si vedevano profonde vallate, la nave sembrava voler rovinare in quei momentanei precipizi. Il vento poi lavorava sopra coperta, minacciando di schiantar le cabine (…) In mezzo a sì terribile tempesta, però, nessuna delle Sorelle si spaventò, e tutte stettero quiete nei loro letti, disposte tranquillamente a perire, ma sempre sotto le coperte. Io invece me ne stetti tutta la notte nel salone, dal quale potevo parlare con le Sorelle in riposo e animarci così a vicenda. Stavo poi attenta a tutti i movimenti perché, se vi fosse stato bisogno di salvarsi in qualche maniera, allora avrei obbligato tutte a vestirsi, per porsi in salvo».

Questa donna modello di coraggio, questo «lupo di mare» pronto ad affrontare impavido le tempeste e a far coraggio a tutti, in una lettera scritta mentre erano ferme nella rada di Panama, fa alle suore una confessione sconcertante: «a mezza mattina le Sorelle desideravano visitare le isolette vicine, giacché, essendosi ritirata la marea, potevano girare senza fatica dall’una all’altra, purché una barchetta le portasse ad una. Il tragitto era di 10 minuti e costava pochissimo, per cui potei accontentarle; io però non vi andai poiché, se vi debbo confessare la mia debolezza, ho molta paura dell’acqua, e se non è per un fine santo, non mi sento di espormi là dove credo vi sia pericolo» (ottobre 1891). È una dichiarazione di debolezza e di paura, superate solo dalla fedeltà alla sua missione, che apre uno spiraglio sulla complessità di questa donna, che riesce a superare le sue fragilità umane abbandonandosi alla fede e alla volontà di Dio, ma che comunque deve fronteggiare le sue debolezze, proprio come le altre suore.

Le esperienze di viaggio sono per lei occasione continua di meditazione, anche perché le offrono gli unici momenti di pace in una vita piena d’impegni. Solo in viaggio si può abbandonare liberamente all’unione mistica con il Sacro Cuore, e tutto diventa occasione di meditazione: «Siam dilettate spesso dalla vista di bellissimi uccelli marini bianchi, che si alzano dalle acque e vi si tuffano; sembrano l’immagine dei nostri Angioletti che ci custodiscono, oppure di tante care verginelle, che verranno al nostro Istituto per divenire brave missionarie: è veramente la prima volta che vedo uccelli marini»; e ancora, «la nostra meditazione finiamo di farla sempre colla vista del mare che suscita i più bei pensieri, i più nobili sentimenti. Ora l’orizzonte si è molto allargato, assomiglia alla grazia di Dio che da tutte le parti ne circonda; assomiglia all’amore di Dio, che quando si impadronisce di un’anima, la rende capace di un’immensità di opere sante» (21 agosto 1890).

I lunghi viaggi in transatlantico erano occasione per nuovi incontri, conoscenze interessanti e utili, che aprivano anche il mondo intellettuale di Francesca, rendendola sempre più esperta nel conoscere gli esseri umani: «Viaggia pure con noi un grande avventuriero milanese, certo De Petro, dapprima non si faceva conoscere come italiano, ma ora, vedendo come tutti fanno a gara di accostarsi a noi e di favorirci, venne pur lui a dichiararsi nostro amico, dicendosi felice di averci conosciute, ed ora gode di parlar milanese a tutta possa. Anch’egli resta ammirato dalla riuscita fatta da noi in pochi mesi, mentre dice che lui in quindici anni ebbe dispiaceri e disinganni da farne un libro. Ma il poverino non conosce Gesù e la bontà del suo Cuore; si appoggia solo sopra i suoi talenti, e quindi i suoi giorni non possono essere sempre felici» (settembre 1894). Il campionario umano con il quale vengono in contatto è veramente vario e interessante, e nulla sfugge all’attenta osservazione della Cabrini: «fra i quattrocento viaggiatori di prima classe vi è un certo Valdobrandi, tourist di professione, che viaggia con una compagnia di persone americane che hanno fatto il giro d’Europa. Egli è un esimio signore, e vedendo che mangiamo poco, vuole essere nostro interprete, ed ogni giorno prende il Menu e viene a tradurci i nomi dei vari piatti per animarci a prendere di tutto. Vi è anche un dottore italiano di Bologna, certo Cucchi; ma questo, piuttosto che animarci, ha bisogno di essere confortato lui, perché soffre il mal di mare ed ha grande paura. È da compatire perché molto giovane ancora; egli viaggia per conto di una compagnia bolognese di dottori, e va ai tropici per studiare le malattie di quei paesi. Il poverino non mangiava da due giorni, ma ora, confortato dal signor Valdobrandi e da noi, si è fatto coraggio, e già comincia a star meglio» (agosto 1902).

La compagnia di madre Cabrini era molto richiesta: «Non posso scrivere molto perché i signori passeggeri sono tutti molto buoni che non mi lasciano un momento (…) Sono anche diventata maestra di lingua e una volta al giorno devo dare lezione alla signora Maria Tezanos Pinto de Coiseres, cognata del Presidente della repubblica Argentina, la quale vorrebbe poter già parlar bene l’italiano quando giunge in Italia, specialmente a Roma, dove suo marito va a occupare la legazione del Perù» (agosto 1896). È evidente che quella suora dallo sguardo penetrante e buono, dall’intelligenza viva e dalla profonda conoscenza del mondo attirava interesse e curiosità, perfino in personaggi insospettabili d’interesse per le religiose, come il «napoletano» Gabriele d’Annunzio: «al tavolo del Comandante si è aggiunto un letterato napoletano, e così tutta la conversazione va a finire in discorsi di storia, di lettere, di scienze (…) Quando, alcuna volta, il napoletano va fuori riga, io taccio fino a un certo punto, ma poi con soavità e con forza, alla meglio che posso, espongo la verità, e quasi senza ch’egli se ne accorga, lo induco ad approvare il bene, e a dichiarare che solo nel bene vero e reale, secondo Dio, trovasi la vera felicità». Naturalmente Francesca anche questa volta cerca di ottenere una conversione e a questo scopo passa molto tempo discutendo con lui, tenendo testa senza timore con la sua appassionata dialettica al forbito eloquio del poeta: «Un giorno doveva asserire che per convertirsi, egli, dovendo soffocare e spegnere l’ardore dell’animo suo e la veemenza delle passioni umane, si sarebbe ridotto ad una gelida montagna di ghiaccio, indifferente a qualunque cosa, anche la più bella e grande. Io gli feci osservare come la fiamma delle passioni umane, mentre lascia nell’animo il vuoto e la desolazione, mutata in fiamma celeste, mediante la grazia e la suprema luce del Cielo, prodigiosamente cresce e si aumenta fino a divenire un vero vulcano d’amor di Dio, un vero incendio, cui nessuna creatura umana potrà spegnere, fino a che da parte sua durerà la buona volontà. Ne abbiamo dei begli esempi. Un Agostino, una Maddalena, divennero forse montagne di ghiaccio, alla loro conversione?» (agosto 1896).

In un altro caso, invece, il suo incontro con una intellettuale sembra avere avuto miglior esito ai fini della conversione: «Una signora inglese, protestante, somma scrittrice come la dicono, e corrispondente della ‘Tribune’ inglese, che ha casa anche a Chicago, commossa di avere visto la Suora suonare per rallegrare la compagnia, venne a parlare con noi, e da un discorso passando all’altro, mostrò un secreto desiderio del cattolicesimo e disse che vuol scrivere tanto fino a che avrà visto la religione anglicana cambiata in cattolica e la nazione inglese divenuta quale era già una volta, la nazione santa cioè per eccellenza. La signora è intelligentissima, e se lavorerà in senso buono farà del bene davvero. Volle il nostro indirizzo di Roma e dice che quando tornerà a Roma, vuol venire a visitarci, e mettersi in relazione con qualche ecclesiastico per mostrar il suo lavoro ed istruirsi sempre più nella cattolica religione» (agosto 1902).

Le difficoltà non erano costituite solamente dalle tempeste, ma anche dalle cattive condizioni di viaggio. Particolarmente avventuroso da questo punto di vista il viaggio verso il Nicaragua: «prima di entrare in mare e ancora pel lago di Nicaragua dovetti cambiare nove bastimenti in 12 giorni, e di notte non si viaggiava mai, per timore d’incontrarsi nelle secche. Nel Rio, una volta, non potendo più andare i bastimenti, dovemmo per quattro ore viaggiare sopra una chiatta; e per farla compiuta, cominciò una pioggia dirotta dalla quale non si poteva fuggire, non avendo mezzo per mettersi al coperto. In altri piccoli bastimenti del Rio S. Juan, si annidavano una quantità di sorci e di altri animaletti che era un piacere vederli, ma come io non ho troppa confidenza con simili avventurieri, così avvenne che per alcune notti dovetti starmene in piedi appoggiata appena a qualche divano» (maggio 1895).

Qualche volta gli incidenti erano così pericolosi da mettere in pericolo la sua stessa vita: «Sono giunta or ora per miracolo a New Orléans. Durante il viaggio nella notte una masnada di cattiva gente che l’aveva contro la Compagnia della ferrovia, prese a revolverate il treno e un grosso chiodo, scagliato contro la finestra dove stavo io, ruppe il doppio vetro in frantumi minutissimi, passò oltre e doveva forarmi naturalmente la testa, ma il Sacro Cuore a cui era affidato il viaggio, fece il miracolo e il chiodo invece di seguitare la via con veemenza cadde in basso e così fui totalmente illesa. Gli ufficiali del treno erano meravigliati e dicevano: ci deve essere qualcheduno che veglia su di voi e certamente se vi sparassero in faccia sareste sempre illesa. Poveretti erano protestanti e non sapevano chi era quel qualcheduno. Dissi loro che è il Sacro Cuore di Gesù» (21 aprile 1904).

Ma il più avventuroso viaggio fu senza dubbio quello verso l’Argentina, che prevedeva la traversata delle Ande. Nell’ottobre del 1895 la Cabrini partì da Panama con destinazione Buenos Aires, dove arrivò circa due mesi dopo. Con la compagnia di una suora, affronta prima una difficile navigazione lungo le coste dell’America meridionale bagnate dal Pacifico, poi la traversata interna con il passaggio della cordigliera delle Ande attraverso la neve. Durante una sosta del viaggio, Francesca si reca a Lima, a venerare il sepolcro della prima santa americana, Rosa, a cui promette di dedicare l’istituto argentino. Una prima parte della traversata venne fatta su un treno che fiancheggiava orribili crepacci, ma poi si dovettero trasferire in una diligenza, per proseguire successivamente, dopo una notte passata riposando alla meglio, a dorso di mulo. Il giorno successivo, in groppa agli animali guidati da un mulattiere «che pareva san Giuseppe», si avviarono per la strada sui monti che «per circa un’ora era comoda e bella, ed era un piacere quasi e un divertimento il vedere quella bella fila di gente che pareva salisse con una certa devozione; e tanto dava l’aspetto d’un devoto pellegrinaggio, ch’io, presa la corona in mano stava per invitare tutti a recitare un bel rosario ad onore della celeste regina. (…) Ben presto svanì però il nostro progetto, poiché già la strada battuta era scomparsa e, per entrare attraverso alle nevi di grande altezza, bisognava farci strada da noi. Due dei mulattieri corsero avanti e, trovato possibile il passo, gridavano dando la voce perché si seguissero le loro tracce. Intanto finito un monte accuminato, se ne doveva prendere un altro: spesso ci trovavamo sopra certi precipizi profondi alcuni chilometri, e allora io non voleva permettere alla mia mula che andasse troppo a riva; ma la poverina, che già aveva inteso che aveva in groppa un arnese che nulla se ne intendeva di cavalcatura, non mi ubbidiva, e tirava dritto, per quanto io tirassi a destra e a sinistra, ma quando avanzavasi di troppo e col muso e col collo stava sul precipizio allora io gridava, provando a parlarle spagnuolo, tutto però a nulla valeva: solo dava pronta la volta quando io tentava di dare il colpo per scendere a terra: unica cosa che pareva dispiacerle». Grazie alla perizia dei mulattieri le suore superano queste pericolose salite, per trovarsi però davanti ad un ostacolo imprevisto: «un gran crepaccio, formatosi dallo sciogliersi delle nevi, impediva di passare, se non con grande precauzione. Fu un allarme generale, i signori gridavano all’imprudenza, per aver condotta la carovana da quella parte; le signore piangevano disperate. M. Chiara se ne stava in profondo silenzio, aveva perduta la parola», mentre la Cabrini riusciva a dare un’occhiata al paesaggio «e lo spettacolo era bello davvero in tutto il suo orrido». I passeggeri furono costretti a saltare il crepaccio, con l’aiuto dei mulattieri: «Io, che come avete sentito, ero la prima della fila, volli procedere anche qui, anche per animare gli altri perché, a dirvi il vero, mi sentivo tranquilla, senza un filo di paura. Il mio conducente già teneva un gran bastone in mano colla punta in cima, per assicurarsi il salto, credendo di dovermi lui stesso trasportare al di là; ma quando si offerse, gli dissi: ‘Oh, no, no, buon uomo, io so far salti anche più larghi, passerò da me’. Egli, rispettoso, mi fece poche difficoltà, e poi si mise in grande attenzione, ché colla sua esperienza già aveva capito, che io non gliene avrei fatte dire. Feci il mio salto, credendolo facile cosa come sempre, invece, un po’ pel freddo, un po’ per la finezza dell’aria che mi aveva tolte le forze, il mio salto, vidi, ma troppo tardi, che era come quello di una piuma che, per quanto sia sbattuta con forza, niente si avanza se non è portata dall’aria; e così stava proprio per seppellirmi viva da me, se il mio buon conduttore, proprio un san Giuseppe, buttandosi pronto a terra, non avesse steso i piedi attraverso il crepaccio, fermandomi per la schiena all’altra riva; aiutandosi poscia col bastone, si rizzò sull’altra sponda, tirandomi poi per le braccia a salvamento. Allora sì che tutto quello che mi era avvenuto mi produsse una forte palpitazione; così forte che mi credevo di morire. Il buon mulattiero mi accompagnò un poco in disparte, e caddi finalmente estenuata sulla bella distesa di neve» (ottobre 1895).

Non solo la Cabrini viveva grandi avventure, ma le sapeva raccontare con ironia – anche autoironia, in questo caso in cui aveva rischiato di pagare cara la sua cocciutaggine – e con il distacco del grande viaggiatore, che non si stupisce più di niente ed è sempre pronto ad affrontare tutti gli imprevisti.

Accanto ai viaggi lunghi, madre Cabrini si dedicava anche all’approfondita conoscenza delle località in cui doveva fondare un istituto, che imparava a conoscere minuziosamente, percorrendo le città a piedi, strada per strada: «Si può dire che la madre conosceva Rio palmo a palmo» scrivono le suore, perché lì, come nelle altre città dove doveva procedere a una fondazione, la Cabrini «d’assai buon mattino, e compite le pratiche di pietà, e assistito alla Messa, col primo tram scendeva in città insieme con gli operai in cerca di casa, e solo faceva ritorno all’ora dei lavoratori, la sera, stanca da non poterne più, cercava un breve riposo per riprendere il domani nuove fatiche. Rio non è fornito d’agenzie che si occupino di affittare case; questo rendeva più difficili le ricerche della Madre. Faceva anche assai caldo, e pareva che le forze dovessero mancare ad ogni giorno fra tante corse per strade infuocate dai raggi di un sole equatoriale, con scarso nutrimento, che prendeva alla bell’e meglio dove lo trovava per non perder tempo ritornando in Convento». La forza dello spirito sosteneva però il corpo, e la Cabrini ricorda con piacere quei giorni in cui faceva, come scherzosamente dice, la «sua giornata». E non era un compito agevole, perché «non è facile cosa trovar casa dove la Madre la cercava, specialmente perché le case migliori non hanno il ‘si loca’ di fuori. Con pazienza, e con ingegnoso stratagemma, la Madre andò di casa in casa domandando se era quella che si affittava, e finalmente, il 24 maggio, trovò una casa».

Mentre percorre le città cercando case, si guarda intorno con interesse, e si fa un’idea del luogo e poi manda descrizioni dettagliate alle suore, in modo che anch’esse imparino qualcosa del mondo. Le sue lettere comprendono anche delle lezioni di geografia molto acute, piene di osservazioni interessanti, come questa dell’agosto 1896: «È bella Montevideo, ed a noi piace perché è fatta all’europea, ma Buenos Aires è bella e grande, e se oggi non è del nostro gusto, è solo perché nella sua vastità, troppo di frequente ha mischiato il bello col gramo. Figuratevi! Si passeggia per circa dieci cuadre, equivalenti a un chilometro che vi pare di stare nei più bei palazzi di Parigi; e subito dopo, per un venti cuadre, ossia due chilometri, non vi trovate che in mezzo a case indigene, ossia antiche, di un sol piano, e alcune tanto basse che pare si sprofondino nella terra. Dopo aver viaggiato tanto, vi incontrate di nuovo in palazzi sontuosi e stupendi, come per esempio, la Recoleta, e più specialmente la calle Alvear che è qualche cosa di incantevole. Più voi restate meravigliate se visitate il passeggio Palermo e i giardini pubblici che stanno alla pari con quelli migliori d’Europa, con raccolti straordinari, conservatorio di acclimatazione sia di piante, sia di animali».

Una regione che le piacque particolarmente – arrivò a dire che forse era più bella dell’Italia – è la California, dal clima mite, «il paese dei giganti del regno vegetale, così qui anche le jucche, gli arbusti, le erbe assumono dimensioni colossali». Los Angeles la incanta: «non vi è casa, per quanto piccola, che non abbia il suo giardinetto di fiori: le palme poi danno a tutta la città un aspetto di eleganza». Descrizioni puntuali e appassionate della foresta pietrificata californiana, del Gran Canyon dell’Arizona, rivelano non solo la sua passione di viaggiatrice, ma anche il suo amore per quella che diventerà la sua patria di adozione, gli Stati Uniti.

Ostacoli


Anche se il sorriso splendeva sul suo volto, e se all’esterno appariva a tutti mirabilmente tranquilla nel suo abbandono alla volontà di Dio, madre Cabrini per realizzare le sue opere e il suo istituto dovette affrontare ostacoli forti e ostinati, che provenivano sia dal mondo laico, dove élites massoniche fortemente nemiche della Chiesa vedevano in questa suora fattiva e simpatica un pericolo, sia dall’interno dello stesso mondo cattolico, dove una malintesa concorrenza fra le congregazioni missionarie portava spesso i meno intraprendenti a desiderare di sbarazzarsi di quella che veniva individuata subito come una temibile rivale. Ma ostacoli incontrò anche nell’istituto stesso, fra suore non sincere e suore devote ma deboli, incapaci di essere all’altezza della situazione, che potevano arrivare a rovinare una iniziativa da lei avviata brillantemente.

La prima difficile prova fu la vicenda giudiziaria che la colpì alla fine del 1896, quando era rientrata in Italia piena di progetti di espansione in Francia, Inghilterra e Spagna: si trattava di un’antipatica causa che le suore orsoline avevano intentato contro le cabriniane. Una cosa da poco, in fondo: si trattava infatti di seimila lire che al momento della fondazione erano sembrate un tesoro, ma che adesso sarebbero state meno necessarie e che quindi Francesca avrebbe pagato volentieri per uscire da questa grana; ma non poteva, perché l’accusa colpiva il buon nome dell’istituto. Al momento della fondazione dell’istituto di Codogno il vescovo di Lodi, Gelmini, aveva fatto alle suore una donazione di seimila lire, con l’obbligo di versare la somma corrispondente agli interessi a tre anziane suore orsoline che vivevano nella diocesi ed erano molto povere. Questo vincolo sarebbe decaduto al momento della morte delle tre religiose. Ma dopo la loro morte e quella del vescovo le orsoline reclamarono la restituzione del capitale di seimila lire che Gelmini aveva donato alle cabriniane. La questione era stata portata davanti alla Congregazione dei Religiosi, che si pronunciò a favore della Cabrini. Ma le orsoline, appoggiate dal nuovo vescovo di Lodi, fecero ricorso, avviando al tempo stesso una campagna di denigrazione delle Missionarie del Sacro Cuore. La Cabrini dovette allora impegnarsi a fondo, con documenti e testimoni, per ristabilire la verità e salvare il buon nome dell’istituto e del vescovo Gelmini. Senza dubbio avrebbe preferito dare i soldi che impegnarsi per due anni in fastidiose beghe giudiziarie, mosse senza dubbio dall’invidia per i successi del nuovo istituto, ma era ben consapevole che bisognava combattere questa battaglia: «l’affare delle 6 mila lire diventa difficile perché il vescovo scrive tanti motivi per farceli pagare. Io sono quasi stanca – scrive il 1° marzo 1897 a Maddalena Savaré, allora direttrice della casa di Codogno – è una prova di Dio anche questa. Vuol dire che se permetterà che mi opprimano in questa piccola cosa, mi favorirà poi nelle più grandi, come sta facendolo. I suoi giochi li sa fare bene il Cuor SS. di Gesù, è solo che noi non finiamo di mettere in Lui tutta la nostra fede». La faccenda fu portata davanti a una commissione cardinalizia, e finì di nuovo con la vittoria della Cabrini, che la festeggiò attribuendone il merito al Sacro Cuore: «E la vittoria della causa – scrive il 4 luglio 1898 sempre alla Savaré – come fu presa? Non hai notizie di Lodi? Ora il Sacconi va in giro a dire ai Cardinali che lui lo sapeva fin dal principio che la ragione era la nostra, che non voleva venire contro di noi che lo fece perché ce lo costrinsero. Intanto però ne hanno fatto proprio fin all’ultimo per riuscire a farci condannare e se abbiamo oggi la vittoria è solo perché il nostro Gesù vive ancora ed è il più forte di tutti».

La straordinaria abilità di amministratrice di madre Cabrini, unita ad una parimenti eccezionale capacità di ottenere offerte e prestiti senza interessi o quasi, generava spesso invidie in altri istituti religiosi, quasi come se le offerte e gli investimenti che si sapeva procurare fossero strappati alle altre congregazioni. La tradizionale diffidenza dei religiosi per il denaro, che spesso derivava da una sostanziale incapacità di amministrarlo, giocava infatti non di rado a sfavore della Cabrini, che rivelava sempre più chiaramente capacità imprenditoriali così spiccate da garantire al suo istituto uno sviluppo inimmaginabile, e quindi invidiatissimo, nel campo dell’assistenza religiosa cattolica.

Naturalmente tutte le fondazioni erano difficili, come Francesca aveva capito fin dal principio: bisognava innanzi tutto conoscere il luogo, capire le esigenze primarie da colmare con i suoi istituti, affiancare le attività di pura beneficenza ad altri servizi a pagamento che consentissero la sopravvivenza degli istituti, chiamati non solo a provvedere autonomamente alla propria attività e agli eventuali ampliamenti, ma anche a donare qualche risparmio alla madre generale per consentire nuove fondazioni. Quindi avviare contatti con le élites laiche e religiose locali per avere aiuti e protezioni, in un intenso lavoro di pubbliche relazioni che quasi sempre la Cabrini iniziava ma che poi le suore dovevano rafforzare e continuare con inviti, biglietti di auguri nelle ricorrenze, visite e scambi di gentilezze e di piccole attenzioni. E i benefattori erano volubili e bizzosi, e spesso oggetto di pressioni contrarie alle cabriniane da parte di altre congregazioni.

Una volta deciso quale istituto fondare, parallelamente alla ricerca di donazioni almeno per il capitale iniziale – ai pagamenti successivi avrebbero provveduto le suore con le entrate ricavate dal loro lavoro d’insegnanti o infermiere – bisognava cercare l’edificio adatto nella zona più indicata e a un prezzo conveniente. Niente era facile, tutto era ottenuto grazie ad un notevole dispendio di fatica e di energia della fondatrice, in primo luogo. Ma curiosamente le difficoltà sembravano moltiplicare le forze di quella donna gracile, spesso ammalata, come racconta madre Rosario Marchesi nelle sue memorie: «Mia figlia – le aveva detto la Cabrini, addolorata per una sua espressione d’impazienza davanti ai crescenti problemi della fondazione di Rio de Janeiro – queste cose mi fanno tanto bene, mi danno vigore nelle imprese che Dio vuole da me; se non avessi ostacoli, dubiterei che la cosa piacesse a Dio e poi credi, non avrei energia, ciò invece vedendo contrarietà, difficoltà sento naturale in me una forza di leone per andare avanti, e riuscirne vittoriosa per la gloria di Dio».

Se ogni fondazione era frutto di grande impegno personale di madre Cabrini, senza dubbio alcune le costarono più care di altre, come quelle brasiliane e quella di Seattle, l’ultima.

Nel 1908, impegnata nella fondazione della casa di San Paolo, madre Cabrini passò per Rio de Janeiro, e andò naturalmente ad ossequiare il cardinale arcivescovo della città, Joaquim Arcoverde de Albuquerque Cavalcanti, nonché il nunzio, monsignor Bavona. Il cardinale le chiese una fondazione a Rio, convincendola con un argomento a cui la Cabrini era particolarmente sensibile: «Madre, ho un milione di anime da salvare, venga ad aiutarmi». Del resto la visita di Rio l’aveva convinta che lì c’era molto lavoro da fare, e che la città era particolarmente adatta allo stabilimento di un rifugio per le suore, nel caso che qualche avvenimento politico le avesse costrette a lasciare l’Europa. Promise quindi al cardinale che avrebbe cominciato con una scuola per alunne esterne, nella zona della città che lui le aveva indicato. Di diverso parere era invece il nunzio, che la fondatrice aveva già conosciuto a Madrid, dove si era prodigato in aiuto per le cabriniane: qui invece era legato ad un’altra congregazione, le suore di Notre-Dame di Sion, che dopo avere lasciato un collegio a Rio si erano ritirate a Petrópolis, ma adesso volevano tornare nella città. Il cardinale non vedeva di buon occhio questo spostamento, e «vedere la madre, sentirla parlare di fondazione, bastò a metter sull’allarme il Nunzio, e fargli, sebben a torto, pensare che la nostra fondazione avrebbe potuto nuocere al progettato esternato di Sion. Con un milione di abitanti, con una superficie di 1394 kilometri quadrati, in una capitale come Rio, come temere – rileva giustamente la suora che scrive le memorie della casa – che due esternati potessero farsi concorrenza? Non v’era spazio e vasto campo d’azione per tutti e due?». La Cabrini naturalmente capì le ragioni di tanta freddezza, e previde che le difficoltà non sarebbero mancate. Anche il rettore dei gesuiti, Natuzzi, si dichiarò sostenitore delle suore di Sion, e quindi contrario alla fondazione. La Cabrini «da gran tattica, rispose scherzevolmente: ‘Ebbene, padre, io non verrò più da Lei, finché non avrò fatta la Fondazione, così Lei non ci avrà colpa nessuna!’».

La Cabrini, che alloggiava presso le suore del Buon Pastore, si alzava la mattina prestissimo e col primo tram scendeva in città, tornando a sera, per cercare i locali adatti nonostante avesse contratto la malaria fin dai primi giorni del suo soggiorno e fosse tormentata da febbri continue. Individuò una casa centrale, ampia, con un parco, che costava molto cara ma era adeguata ad un collegio di prima classe, e accettò di prenderla in affitto, a patto che fossero fatti lavori per rimetterla in perfetto ordine e che rispondesse a tutti i requisiti richiesti. Il contratto non fu messo per scritto a causa dell’assenza di uno dei due proprietari e la casa non era pronta per il nuovo anno scolastico, quindi madre Cabrini dovette continuare la ricerca. Ne trovò una da affittare subito, a un prezzo abbastanza alto ma senza contratto, con la possibilità quindi di lasciarla senza problemi nel momento in cui la vera sede fosse stata pronta. I primi tempi, senza mobili, furono come sempre durissimi, ma poi, dopo la cappella e l’altare, che erano sempre le prime cose che Francesca preparava nelle nuove case, vennero le classi, il refettorio, i dormitori, le stanze delle suore. Come faceva spesso, madre Cabrini comprò l’arredamento ad un’asta pubblica, dove trovò mobili belli a poco prezzo.

Costretta ad una breve visita a San Paolo, la Cabrini al ritorno trovò che la situazione era peggiorata: una suora era caduta malata di vaiolo, malattia che stava imperversando in città e, cosa ancora più grave, mentre prima tutti le si professavano amici, volevano conoscere le suore e prendevano informazioni per iscrivere le ragazze alla nuova scuola, adesso tutti si allontanavano. Quelli che prima manifestavano entusiasmo, ora appena degnavano d’uno sguardo le suore o addirittura le ignoravano incontrandole per strada. Era evidente che qualcuno aveva passato la parola d’ordine «questa fondazione non s’ha da fare, questo collegio nuovo s’ha da atterrare sin dal suo principio», come si legge sempre nel racconto di fondazione. Chi erano questi nemici? «Il Nunzio e padre Natuzzi potrebbero rispondere a molte di queste domande. Noi gettiamo un velo su molte cose riguardanti persone la cui dignità ci obbliga a rispettarle e a coprire quello che di men retto ha avuto la loro condotta» scrivono le suore.

La Cabrini, pur colpita nel vivo, mantenne il volto tranquillo e sereno, pronta anche a ricevere in visita nella sede provvisoria il cardinale, che lodò pieno di ammirazione la rapidità e l’efficienza con cui avevano proceduto le suore.

Il collegio si aprì con dodici alunne, poche perché le suore di Sion erano arrivate per aprire una scuola a pochi isolati dalla loro. Natuzzi avrebbe dovuto consigliare loro di fondare la scuola lontano, «v’era in Rio spazio per tutte e lavoro in abbondanza. Invece alla pace si preferì la guerra, e che ne risultò? Che né loro né noi abbiamo quel numero di alunne che potremmo avere, che si chiacchiera e si dà scandalo ai secolari», mentre fioriscono le scuole laiche o protestanti.

Ma i nemici continuavano nella loro persecuzione: fecero sapere all’ispezione sanitaria della suora malata di vaiolo, che pure era stata isolata e curata bene in una stanza lontana da tutte in fondo al cortile. Contrariamente all’abitudine di chiudere un occhio, o anche due, perché i malati non fossero trasportati al lazzaretto, non solo in questo caso le autorità obbligarono la suora malata ad andare in ospedale – dove pochi giorni dopo morì lontana dalle consorelle – ma fecero anche chiudere la scuola per una disinfezione. La sventura fu ingigantita dalla propaganda contraria: si telefonò ai parenti delle alunne perché non le mandassero più, s’impedì ad altri d’iscrivere le figlie agitando lo spettro del contagio, mentre il nunzio moltiplicava le visite con il proposito di approfittare del momento contrario per convincere le suore ad andarsene. La Cabrini non si lamentò mai di questo stato di cose con l’arcivescovo, ma affrontò direttamente, sulla pubblica via, davanti a tutti, una delle più impegnate denigratrici, la signorina Ortensia Ramos, la quale fingendo dispiacere le aveva detto che sua madre non le permetteva di visitarle per timore dell’epidemia, nonostante fossero passati già alcuni mesi dal fatto. La replica di madre Cabrini fu pronta e pungente: «Non venga ad accusarmi sua madre; è piuttosto tempo di farla finita con queste mancanze di carità, indegne di cristiani! (…) Vogliono rovinare un’opera del sacro Cuore, ma se ne guardino bene, perché Dio non paga il sabato». E la lasciò senza salutarla, commentando con le suore che la accompagnavano: «Quella figliola aveva bisogno di una forte ramanzina che farà bene non solo a lei ma anche a tutti gli altri, ed è per questo che ho alzata la voce». Il cardinale quando lo seppe ne rise di cuore, e si sentì ripetere le stesse cose da madre Cabrini, che era andata a salutarlo prima della sua partenza per l’Europa. Anche se con la sfuriata era riuscita a stroncare le voci malevoli sul vaiolo, la lontananza del cardinale, suo unico alleato, preoccupava Francesca, che evitò per un po’ di farsi trovare dai visitatori, spesso male intenzionati, uscendo sempre con la scusa di cercare una casa per il riposo delle suore – e anche per la cura in caso di epidemie – nelle vicinanze della città. Tutti erano curiosi di scoprire i suoi progetti, non nascondendo la speranza che si allontanasse da Rio, ma lei non ne parlava con nessuno, neppure con le suore.

E il primo colpo sferrato contro di lei colpì nel segno: i proprietari dello stabile dove avrebbero dovuto trasferirsi le suore dopo i lavori furono convinti a negare loro l’affitto, con la scusa che la casa sarebbe stata venduta. Tutto sembrava compromesso, ma la Cabrini seppe uscire da questa condizione d’impotenza in cui l’avevano messa con una delle sue mosse a sorpresa: a un’asta riuscì a comperare una bella casa adatta per il collegio nel centro della città, anche grazie al proprietario, che si offrì di prestare loro una parte della somma ad un interesse più basso del consueto. Subito dopo la Cabrini procedette pure all’acquisto di una villa con parco e terre da coltivare sulle colline sovrastanti la città, collegata al piano da una ferrovia idraulica.

Così la situazione delle suore a Rio cambiò radicalmente: «presto si sparse in città la voce delle compere fatte, sebbene la Madre non permise che ne facessimo parola se non con gli interessati. Il mondo sta sempre con chi è fortunato mentre abbandona chi si trova nella sventura. Questi buoni successi che furono accolti dalla Madre nella più grande umiltà e che le ispirarono più che un inno di riconoscenza al sacro Cuore, suggerirono ai più di capitolare colla Madre».

Ma la Cabrini non dimenticò il comportamento di padre Natuzzi: «Se mi troverò con il Padre – aveva detto – gli parlerò con franchezza per il suo bene (…) Vi sono tanto pochi che hanno il coraggio di dire la verità!». E alla prima occasione, quando venne invitato a partecipare ad una festa nel collegio, ebbe con lui un lungo chiarimento, «con quella prudenza, tatto e delicatezza che le sono proprie, e con un’aria di dolce gravità, andò esponendo con ordine e chiarezza tutte le vicende di questa fondazione e la parte favorevole o sfavorevole presa dalle varie persone», invitandolo a convertirsi e a cambiare vita. E il gesuita, molto colpito, non si risolveva più ad andare via.

Ma i nemici di questa fondazione non erano solo interni alla Chiesa – si aggiunsero anche le suore francesi del Sacro Cuore, che cercarono d’impedire alle cabriniane d’intitolare il collegio al Sacro Cuore, sostenendo che faceva confusione – ma anche esterni. Come in molti paesi dell’America centrale e settentrionale, partiti massonici anticristiani molto agguerriti cercavano d’impedire l’ampliarsi della presenza cattolica, specie se così qualificata. Si trattava di ambienti con cui evidentemente la Cabrini non aveva contatti e quindi non le potevano giungere segni di avvertimento del pericolo incombente, ma ad avvisarla del pericolo era arrivato un sogno: «un uccellaccio posto sopra il tetto della casa la copriva con le sue brutte ali opponendosi a che essa gli si avvicinasse. Da questo la Madre soleva dire a noi ‘Figlie, pregate perché l’uccellaccio non mi rubi la casa’». Ma accanto alla richiesta di preghiere, intense e tempestive – arma del resto di cui si serviva sempre, nel trattare affari per l’istituto – madre Cabrini agì come al solito con grande tempestività sul piano concreto, come raccontò un sacerdote alle suore: «Sono riuscite ad avere questa bella proprietà proprio per volere di Dio. Quando si seppe che erano religiose che sarebbero venute ad abitare per stabilirvi un collegio il padre di un mio alunno, un vero massone, unito a sette altri, avendo una gran rabbia fecero appello alla vedova Moreau per avere la casa offrendo cinque o diecimila lire in più di quello che la loro Madre aveva trattato. Felicemente andò loro male il colpo. Ma loro Madre propriamente il giorno innanzi aveva pagato gli imposti prediali che la vedova Moreau da parecchi anni non aveva pagato e le carte del contratto già stavano in corso».

Velocità, tempismo nel parare i colpi, soprattutto coraggio: queste le doti che ritroviamo in tante altre fondazioni, come a Chicago quando nel 1909 si rese necessario l’ampliamento dell’ospedale; dividendo la parte a pagamento, che sarebbe rimasta nel primo stabile, da quella gratuita per gli emigrati italiani. Ma proprio questa destinazione rendeva poco gradita la fondazione nel quartiere elegante dove la Cabrini aveva trovato l’edificio adatto. L’affare fu da lei concluso con la consueta rapidità, perché era consapevole dell’opposizione che alcuni ambienti avrebbero potuto avviare: negli Stati Uniti i suoi nemici erano soprattuto coloro che temevano di vedere deprezzati i propri terreni per l’insediamento d’istituti frequentati da immigrati italiani. Anche se la notizia del suo arrivo nel quartiere era giunta troppo tardi per sventare l’acquisto, i nemici cercarono di scoraggiarla spaventandola con atti di sabotaggio: incominciati i lavori, durante la notte vennero a tagliare i tubi dell’acqua così che la mattina i muratori ritrovarono i pavimenti coperti da una spessa lastra di ghiaccio che, con l’aiuto delle suore, furono costretti a rompere con le piccozze. Qualche giorno dopo gli stessi nemici tentarono di appiccare un incendio, che per fortuna fece pochi danni.

A questo punto, per niente disanimata, la Cabrini decise di far entrare subito i malati: «Ve lo dico io, cosa facciamo: ci entriamo subito, senza aspettare che siano finiti i lavori. Non credo che i nostri nemici vogliano arrivare al punto di arrostire vivi i malati». E i fatti le diedero ragione.

Se gli ostacoli al momento delle fondazioni non erano mai mancati, una serie d’ostacoli forti e fastidiosi davvero fitta segnò le vicende della sua ultima fondazione, a Seattle nel 1915, mentre in Europa era iniziata la guerra. La Cabrini era in condizioni di salute precarie, soffriva quasi continuamente di accessi di febbre e di mancamenti, e riusciva a nutrirsi pochissimo, ma affrontò un viaggio faticoso e lunghissimo in treno. A Seattle aveva già fondato nel 1908 un orfanotrofio, e questa prima fondazione era riuscita particolarmente facile, grazie a una serie di circostanze favorevoli. Dopo avere individuato il luogo prescelto – come al solito una villa bellissima circondata da un vasto parco – madre Cabrini ebbe l’ispirazione di chiedere un passaggio ad una lussuosa automobile che stava passando davanti alle suore: l’unica passeggera era proprio la proprietaria del terreno che, colpita dall’incontro con madre Cabrini, si era risolta a vendere la villa ad un buon prezzo. Ma ora bisognava trovare una sede più grande, anche perché lo richiedeva l’arcivescovo, e come al solito Francesca, pur malata, non si risparmiava: «superando con la forza del suo spirito la debolezza del suo corpo, esce ogni giorno, quasi sempre in tram perché non si lascia indurre a prendere un’automobile, e cammina gran pezzi di strada a piedi per trovare quel che desidera». Ma la ricerca era molto difficile, ed essa decise di chiedere un aiuto speciale a sant’Anna, a cui avrebbe intitolata la nuova opera. L’unico edificio adatto era un grande albergo, il Perry, situato in una zona signorile della città che era sull’orlo del fallimento, benché la notizia non fosse ancora di pubblico dominio. La Cabrini scoprì – sempre senza far sapere le sue intenzioni di acquisto – che il gestore fallimentare si chiamava Clarke e viveva a New York. Immediatamente diede ordine alle suore della città di entrare in contatto con lui e di proporgli di regalare l’edificio per l’orfanotrofio. Naturalmente le religiose furono cacciate dal signor Clarke indignato, ma ricevettero da madre Cabrini l’ordine di tornare per tentare l’acquisto ad un prezzo conveniente. Colpito dalla tenacia e dalla umiltà delle suore, Clarke consentì alla vendita al prezzo decisamente favorevole di centocinquantamila dollari. Non era facile però racimolare velocemente la somma: la Cabrini dovette contentarsi – dopo estenuanti giri presso i benefattori – di diecimila dollari da lasciare come anticipo.

Ma non era solo questo l’ostacolo: appena la notizia si riseppe, speculatori e maggiorenti della città si coalizzarono contro di lei, sia perché interessati alla proprietà sia come al solito per evitare lo «scandalo» di un istituto di beneficenza in una zona ricca che avrebbe potuto deprezzare i loro immobili. Riuscirono anche a scoraggiare i benefattori, facendo loro rilevare come madre Cabrini, stanca e malata, non desse molte garanzie di portare a termine un’opera tanto ambiziosa. Le banche cominciarono e negare i prestiti necessari, e anche l’arcivescovo, prima entusiasta, le negò l’appoggio: «Il Sacro Cuore volle che anche l’arcivescovo O’Dea la abbandonasse nel suo gran lavoro e nel momento di maggior bisogno e, indotto da altre persone, tentasse di farla desistere dall’opera incominciata. Egli però operava così perché costretto da altri, e quando vide la costanza della Madre e la sua magnanima fortezza non fece che concepire maggior affetto e maggior venerazione per lei». Come sempre la Cabrini intensificò le preghiere al Sacro Cuore e a sant’Anna: anzi, scrisse proprio la cifra di cui aveva bisogno sul libro che la statua della santa teneva in mano, in modo che si impegnasse concretamente a fargliela trovare. E infatti, dopo una novena di preghiere, la situazione si sbloccò con la visita inaspettata del direttore, ebreo, della Banca Scandinava, che le offrì il prestito. Com’era successo già altre volte, dopo che erano venuti meno tutti i suoi sostenitori Francesca si vide aiutata da persone mai conosciute prima. Il giorno seguente fu firmato il contratto, ma i problemi non erano finiti: in tempo di guerra si erano assottigliate le donazioni per i trovatelli, e difficilmente il gigantesco istituto avrebbe avuto di che sopravvivere. Francesca decise quindi di trasformarlo in ospedale. Ma l’arcivescovo, dal momento che nella città esisteva già un ospedale cattolico, le negò l’approvazione. Dopo estenuanti trattative si trovò un accordo: il Perry sarebbe stato destinato a trattamenti fisioterapici ed elettroterapici. Al momento di concludere il contratto per il Columbus Sanitarium (era questo il nome del nuovo istituto), «mentre gli avvocati le leggevano l’estratto del mortage, la veneranda madre – scrivono le suore – trovò una parolina che avrebbe potuto essere interpretata in vari modi, e la fece notare agli avvocati. Essi rimasero sorpresi, l’avevano letto e riletto e non avevano punto badato. Lodarono la Madre per l’accortezza negli affari e dissero che forse in tutti gli Stati Uniti nessun avvocato sarebbe arrivato a trovare quello sbaglio. La Madre rispose umilmente: ‘Quando si tratta delle cose dell’istituto debbo farle con giustizia. Questa sola parola potrebbe dare campo a chiunque di prenderlo’ (intendeva l’hotel)». Ma i problemi continuarono, perché i medici di Seattle si coalizzarono per impedire che i loro colleghi prendessero servizio nel nuovo ospedale: fu allora che la Cabrini, stremata dalle difficoltà, alla fine degli esercizi spirituali prese la decisione di allontanarsi, perché temeva che la sua presenza costituisse un ostacolo alla realizzazione dell’opera: «Io allontano le benedizioni di Dio; se mi allontano a mia volta, tutto andrà bene». Questo estremo atto di umiltà della fondatrice, che molti già consideravano santa, permise infatti che l’opera, poco dopo, si realizzasse.

Certo, le altre suore messe a capo degli istituti e impegnate in difficili trattative finanziarie non avevano le sue straordinarie capacità. Accadeva quindi spesso che una fondazione, da Francesca cominciata bene, peggiorasse quando veniva lasciata nelle mani delle suore, le quali più di una volta combinarono pasticci che poi la fondatrice doveva precipitarsi a risolvere. A Chicago, per esempio, la Cabrini era partita dopo avere destinato a ospedale un albergo che aveva acquistato: le religiose che dovevano occuparsi della ristrutturazione furono male consigliate e persero nei lavori somme enormi, anche perché gli operai rubavano il materiale che veniva acquistato. Non solo quindi la ristrutturazione doveva essere completata mentre i soldi erano già finiti, ma s’era anche accumulato un ingente debito. Solo il pronto ritorno di madre Cabrini, che riuscì a rescindere il contratto con l’impresa, salvò l’opera.

Gli ostacoli erano infatti anche all’interno dell’istituto, nella fragilità e nella poca preparazione delle suore, e talvolta nella loro debolezza che le portava a non obbedire completamente alle direttive della Cabrini. I suoi miracoli di realizzazione venivano quindi spesso limitati a causa della fragilità delle persone che la circondavano: anche questa delusione continua, che però lei era sempre capace di perdonare, ha costituito una resistenza difficilmente sormontabile alla realizzazione dei suoi progetti.

Suore


Durante la vita della Cabrini entrarono nell’istituto da lei fondato quasi milletrecento suore; le vocazioni s’infittirono soprattutto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, periodo che coincise con il momento di più forte emigrazione d’italiani in America, ma data l’espansione incredibile delle opere le suore non bastavano mai. Inoltre molte morivano giovani, spesso per malattie contratte nei luoghi di missione, e qualcuna lasciava l’istituto dopo qualche tempo, insofferente della severità della regola e delle difficoltà della vita missionaria. Negli anni compresi fra la fondazione dell’istituto e la morte della fondatrice 981 religiose portarono a termine la loro vocazione, mentre delle 296 che lasciarono l’istituto la maggioranza uscì prima della vestizione.

La fondatrice aveva previsto fin dall’inizio che le suore, prima di pronunciare i voti perpetui, avessero la possibilità di rinnovare tre volte i voti dopo la professione, cioè nei primi tre anni. Ma questa prassi si affermò definitivamente solo dopo il 1904, cioè dopo quasi un quarto di secolo dalla fondazione, perché nei primi decenni la necessità impellente di suore pronte alla missione aveva reso necessario accelerare i tempi dell’assunzione dei voti perpetui, che avveniva mediamente intorno ai 25-30 anni.


La provenienza geografica delle suore fu per tutto il periodo prevalentemente dall’Italia settentrionale, in particolare la Lombardia, ma col tempo aumentò la componente non italiana – soprattutto di italoamericane – e di donne dell’Italia meridionale, che venivano mandate subito in missione perché era necessaria la presenza di suore che capissero i dialetti del sud, uniche lingue parlate da molti emigrati. La percentuale delle suore italiane mandate in missione era molto alta, e si deduce soprattutto dal fatto che molte di loro morirono all’estero. Il periodo compreso fra il 1898 e il 1908 è quello che segnò i maggiori spostamenti di suore, dall’Italia all’estero e da qui verso l’Italia, dove le religiose venivano spesso per il noviziato – ma un noviziato era anche a West Park, vicino a New York – o per insegnare le lingue alle religiose italiane, ma anche a trascorrere gli ultimi anni della loro vita, ormai anziane, nella casa madre di Codogno.

L’origine sociale prevalente era quella medioborghese – soprattutto dalla borghesia commerciale e imprenditoriale – e la maggior parte delle suore era originaria di aree cittadine o di zone vicine alle città. Madre Cabrini favoriva particolarmente l’ingresso nell’istituto di giovani colte, soprattutto diplomate come maestre, o di quelle che conoscevano le lingue e sapevano suonare il piano, ed erano quindi preziose come insegnanti nei collegi femminili. Alle più capaci si apriva la possibilità di una rapida carriera all’interno dell’istituto in forte espansione, per cui giovani donne divennero in breve direttrici di scuole, orfanotrofi e ospedali, impegni per cui era richiesta una buona cultura, una capacità di rapporti con il mondo laico e, al tempo stesso, una capacità di mediazione nella vita all’interno delle comunità. Le superiore dovevano soprattutto essere ottime religiose, pronte all’obbedienza e capaci di umiltà, per dare buon esempio alle consorelle. Ma spesso tutto questo non bastava: data la continua espansione degli istituti, alle direttrici veniva anche chiesto di fondare nuove case o ingrandire le esistenti, e non tutte erano capaci di tenere il passo con le doti imprenditoriali della fondatrice, come una delle suore a lei più vicine, madre Rosario Marchesi, una milanese che era stata allieva delle Missionarie del Sacro Cuore. Chiamata da madre Cabrini in Argentina nel 1896, un anno dopo la sua professione, passò la maggior parte della sua vita in America meridionale, dove fu direttrice della casa di San Paolo e responsabile di tutte le fondazioni in Brasile. Era a Rio quando decise di mettere da parte un gruzzolo – l’equivalente di quasi ottomila lire – per donarlo alla Cabrini quando sarebbe arrivata, come primo aiuto per le nuove fondazioni. Ma col passare del tempo quella moneta venne ritirata dalla circolazione, cosicché quando la suora offrì la somma a madre Cabrini questa aveva perso ogni valore. Per il dispiacere alla religiosa venne la febbre e la Cabrini la consolò, cogliendo però anche l’occasione per informarla che «il governo di tanto in tanto cambia il denaro, e così ora lo sai; d’ora in avanti guarderai sempre il giornale; io ti mostrerò dove sta pubblicato questo cambio e così non ti succederà più e quando arriverai un’altra volta mi darai tutti i soldi belli e buoni». Ma la lezione non cambiò la suora, che rimase comunque poco dotata per la gestione finanziaria. La missione brasiliana, infatti, era rimasta senza fondi proprio nel momento in cui si rendeva necessario un ampliamento: «Più che la mancanza del denaro, mi fa male il vedere come sono corte nell’interesse, paiono bambine che se ne intendono di nulla affatto ed io che credevo di imbastire la casa e poi andarmene dal Brasile dovrò invece restarmene qui fino a le avrò ben messe nella casa», scrive la Cabrini. E ancora: «io non posso lasciare Rio de Janeiro fino a che ho messo bene a posto questa casa perché M. Rosario Marchesi non vale nulla per gli interessi, quindi non posso lasciare ad essa di compiere questo affare con questa gente tremenda negli interessi».

Mentre sono state conservate quasi tutte le lettere della Cabrini alle suore – e si è potuta così ricomporre una corrispondenza ricchissima in cui le premure affettuose si alternano alle sgridate, le preoccupazioni concrete a quelle spirituali – sono invece rimaste pochissime lettere dirette a madre Cabrini dalle suore nelle più diverse parti del mondo, in origine molto numerose perché Francesca chiedeva di essere tenuta al corrente di tutto con grande frequenza. Dalle poche rimaste possiamo farci un’idea dell’ondata di richieste di aiuto e di rassicurazioni che le superiore inviavano continuamente alla Cabrini: chiedendo visite innanzi tutto, ma anche consigli sulle scelte che dovevano fare (anche se questi sarebbero arrivati fatalmente tardi per la lentezza delle comunicazioni) e lamentele nei confronti delle altre suore. «Madre, è in carità che le domando aiuto; io pure mi sento tanto sola e non penso che alla sua venuta» scrive madre Rosario Marchesi da Buenos Aires, dopo sei anni dall’ultima visita di Francesca in Brasile, mentre le elenca i problemi della scuola – «E la scuola lascia a desiderare. Tutti vogliono francese e francese non c’è più. La cuciniera manca pure ed è un soggetto importante. Io spero, Madre, che darà qualche ordine e che mi manderà alcune Sorelle!» – e quelli interni della comunità: «ho pregato di farmi un cambio con madre Sebastiana, questa sì che è leggera davvero, e fa leggerezze, e le maestre, in modo speciale le prefette alle volte non possono conseguire nulla causa di Madre Sebastiana; ma madre Savaré non mi attese. M. Sebastiana mette di mal occhio le Sorelle alle bambine, parla male delle Sorelle con le stesse bambine».

Le lamentele che le ha inviato la provinciale degli Stati Uniti si possono invece dedurre dal tenore della risposta, del 24 novembre 1910: «Se una Suora dicesse a te quello che tu dici a me risponderesti: oh! quante storie, non ista bene a dare così importanza alle cose, si fa tutto quello che c’è da fare con grande semplicità come fossero cose usuali! Mi par perfino di averti sentita qualche volta parlare così a qualche sorella. Ebbene, oggi è il caso di applicarlo a te. Dici anche che non te ne intendi di ospedale; nessuna di noi se ne intendeva ma, quando l’obbedienza ci chiede di fare pur ospedali, ci siamo messe con tutto l’impegno a fare quello che si doveva purché tutto procedesse bene; stà bene attenta che nessuno si può scusare se non sta attenta che all’ospedale proceda tutto in regola e per gli ammalati e per la registrazione e per la manutenzione e per il risparmio in modo da mettere a parte più che si può onde riuscire presto a fare il nostro edificio ideato».

Si può ben capire come per progettare e dirigere gli istituti, tenere rapporti con il mondo esterno e al tempo stesso dirimere le controversie interne ci volesse molta pazienza e mano di ferro. L’osservanza dei voti costituiva il perno della disciplina e della vita spirituale delle suore, e la Cabrini non si stanca mai di rammentarlo: «ti raccomando di nuovo di fare molta attenzione alle leggere e di adoperarti con rigore perché si correggano e siano cessate le sciocchezze e gli abusi», scrive a madre Savaré; e in altri momenti questa viene anche rimproverata perché non ha saputo scegliere bene le suore da mandare in missione: «Sono giunte le suore dopo un felice viaggio, solo che non dovevi mandare Suor Marta quando ti disse che non si sentiva di venire e così ora vuole ad ogni costo ritornare, se no fa uno scandalo. È necessario che tu mandi dunque subito un’altra maestra brava di francese. (…) Mandale immediatamente perché possa mandare via Marta prima che ne faccia una» (agosto 1908).

Bisognava poi anche tenere d’occhio i rapporti con assistenti spirituali e confessori, che potevano facilmente dare adito a pettegolezzi e sospetti: a Madrid, per esempio, la Savaré viene rimproverata per non essere tempestivamente intervenuta quando le suore hanno cominciato a notare «troppa frequenza del Confessore e troppa tenerezza verso la Direttrice e 6 colloqui per settimana in sala colla presenza solo di M. Cecilia, bastava obbligare la Direttrice e togliere tutte le apparenze che eccitavano le mormorazioni facendo che il Confessore venisse una sola volta e la Direttrice non andasse in sala e tutto era finito senza cambiare nessuna Suora».

Era anche difficile la convivenza fra donne di così diversa cultura e provenienza sociale. Si può ben capire la difficoltà per le ruvide lavoratrici lombarde, abituate a fare poche storie e poche smancerie, di convivere con una sudamericana di grande famiglia, la nicaraguense suor Carmela, che prima sembra tutta fuoco di carità e di entusiasmo, poi improvvisamente fa i capricci per tornare in visita alla sua famiglia: «È il momento – scrive la Cabrini alla Savaré il 10 agosto 1911 – che il diavolo ci disturba colle suore e così ne ha fatto saltar fuori un’altra. Madre Carmela, che da tanto tempo secca per avere il permesso di andare a veder i suoi, così ora cogli strani calori tropicali che si sono fatti sentire, si è scaldata del tutto e per quanto io le dicessi che prima si mettesse ad operare da buona religiosa per andare in casa, in viaggio santamente, non ci fu verso e, specialmente dopo aver avuto l’ordine di andare a Codogno per gli esercizi e essersi rifiutata, venne nella decisione di andarsene senza permesso e all’insaputa. Fu domenica, se ne andò a Manchester da suo zio e col Console regolò il suo viaggio. Forse per la paura di viaggiare senza la benedizione di Dio, mi scrisse domandando perdono del delitto commesso, domandando la benedizione e una compagna perché non poteva far a meno di andare; le mandai un telegramma richiamandola e mandai due Suore a prenderla. Venne, mi ringraziò umiliandosi, ma la tentazione persiste. L’ho mandata a Codogno a far gli esercizi, con la promessa però di mandarla dopo a vedere i suoi. Non posso mandarla accompagnata se non da te di cui ha ancora un poco di rispetto e soggezione, mentre se andasse con le altre non so cosa poi potrebbe succedere. Tu dunque farai questo sacrificio e, per ricavare dal male il bene, in ogni paese dove si fermerà il Vapore visiterete il posto facendo conoscere l’istituto, raccogliendo qualche cosa e dando alle principali famiglie il programma di questo Collegio di Londra per avere Signorine che vengano per l’inglese. Ora bisogna cercare il vapore». Francesca si vede costretta, quindi, a distogliere dal lavoro una delle sue migliori collaboratrici, la Savaré appunto, per accompagnare la suora capricciosa al fine di evitare scandali e guai, perché Carmela apparteneva ad una famiglia molto importante e, come l’aveva aiutata prima a raccogliere fondi per gli istituti in Europa grazie alle sue relazioni, avrebbe ora potuto danneggiare la congregazione. Dopo questa ribellione, però, madre Carmela probabilmente rientrò nei ranghi, perché sappiamo che rimase cabriniana fino alla morte.

Uno dei maggiori pericoli che madre Cabrini individuava per l’armonia della vita comunitaria era il nascere fra le suore di rapporti di amicizia che escludevano il gruppo e creavano quindi una potenziale fazione interna da cui poi potevano nascere tanti guai, come spiega con chiarezza alle nuove professe in una lettera del 15 ottobre 1910: «Gli attacchi particolari vi rendono spesse volte indocili sulle viste che avrebbero di rimuovervi o di darvi qualche ufficio che sia causa che non vi troviate più, oppure di rado con la persona amata; magari vi inasprite contro la Superiora e l’ubbidienza vi diventa amara e cercate mille pretesti per eluderla. Rompete spesso il silenzio, avete sovente a dire dei piccoli segreti, amate sottrarvi alcuni momenti dalla comunità, perdete la serenità e così via. Oh come è vero che un quarto d’ora solo, in cui il cuore si espanda così in intemperanze verso la persona amata, fa più male e allontana più dalla sottomissione che tutte le conversazioni che si potrebbero avere laddove è riunita settimanalmente la Comunità. Divenite arrabbiate, sospettose, e tutti i rimedi caritatevoli che le superiore adoprano intorno a voi possono nel vostro spirito parer una differenza, una crudeltà e andate mormorando che non vi si vuol vedere, che si è inesorabili per una cosa innocente ecc. ecc. Le povere superiore vedono il male e non possono quasi spiegarlo. Esse scorgono che una amicizia segreta e indiscreta avvelena insensibilmente il cuore e non sanno nel particolare come prevenire questo veleno».

Si tratta di un pericolo che cerca sempre d’intuire e prevenire nelle sue lettere, come quando scrive a madre Luigina Albertini, superiora a New Orléans: «sento che non ti mostri troppo seria in Comunità, che perdi tempo con M. Ersilia e anche parlate voi due dopo l’esame generale. Tale è uno scandalo grave e da questo ne possono nascere altri e anche castighi di Dio. Sta attenta per carità a correggerti e divenire una donna molto seria. Se così ti porterai, anche Madame Berchmans non avrà più niente da dire». E spesso raccomanda di «cercare di togliere il minimo sospetto di parzialità tra Sorella e Sorella per non rovinare la carità» e di evitare critiche e pettegolezzi: «Non fatevi meraviglia delle miserie l’una dell’altra che tutte siamo fragili: quel che importa è che vi amiate le une con le altre come vere buone sorelle».

Sa perfettamente che, nonostante le rigide regole e la pratica spirituale a cui le conduce, le suore sono spesso impari al compito che dovrebbero assumere, come scrive il 23 agosto 1910 a madre Gesuina Diotti: «oh non è da meravigliarsi se, malgrado tutte le grazie immense che alcune religiose ricevono, elle conducono ancora una vita del tutto naturale, hanno i loro capricci, amano di essere lodate, sono sensibili agli altrui biasimi, hanno del risentimento, hanno delle vivacità, degli umori, delle malinconie, amano le loro comodità, ecc. ecc. È questo lo stato di tiepidezza e di languore».

Anche se madre Cabrini era molto severa, soprattutto per quanto riguardava l’osservanza del voto di obbedienza, sapeva dimostrarsi flessibile quando pensava ne valesse la pena per il contributo che una suora difficile poteva dare all’istituto, o quando pensava che al fondo ci fosse una buona natura, magari nascosta da un carattere ingrato. Era questo il caso d’Ignazia Dossena, una giovane lombarda preparata culturalmente e appassionata dello studio, che aveva un fratello carmelitano. Ignazia, che aveva seguito la fondatrice in America, non era adatta però alla vita di comunità. Lo scrive, senza mezzi termini, la Cabrini stessa il 9 agosto 1893: «Io non so da quale spirito sii tu dominata mentre in ogni Casa che vai cerchi spargervi la zizzania e rompere la pace tra le Sorelle e quella soggezione che le suddite devono alle loro superiore. Non capisci che questo è un prodotto del tuo orgoglio e della tua superbia che non curi di dominare? (…) Gesù ti benedica e ti illumini e abbruci tutta la scoria di cui ti voglio scevra».

Così, dopo alcuni inutili tentativi di domare la personalità della Dossena, madre Cabrini decise di darle degli incarichi particolari piuttosto avventurosi, con una sola suora per compagna: andare in avanscoperta per vedere se c’era la possibilità di realizzare nuove fondazioni a Portland e a Seattle, nella regione nordoccidentale degli Stati Uniti, e poi in California, e quindi cercare e sfruttare una miniera nel Colorado. Se il tentativo avesse dato esiti felici, l’istituto avrebbe ottenuto una fonte di guadagno propria. Nelle lettere, Francesca la incita a impegnarsi in questa operazione pionieristica, sorvolando qualche volta sul fatto che le due suore non riescono a ottemperare a tutti i loro doveri religiosi, e da parte sua Ignazia rimase nell’istituto fino alla morte.

La Cabrini seppe circondarsi di suore di grandi capacità e provata fedeltà, che le offrirono una collaborazione fondamentale per la creazione delle opere e la direzione della vita religiosa.

Al momento della fondazione, nel 1888, intorno a Francesca c’erano sette suore, tutte lombarde e più o meno sue coetanee. Le più importanti di questo primo nucleo furono Gesuina Passerini, che aveva il diploma d’insegnamento superiore e fu a lungo superiora della casa di Milano – un istituto magistrale dal quale sarebbero poi arrivate tante buone vocazioni per la congregazione – e Agostina Moscheni, pratica e operosa, che si distinse per le sue capacità di economa e riuscì perfino a imparare a fare il capomastro. Ma quelle che sarebbero divenute le più strette collaboratrici di Francesca entrarono nell’istituto qualche anno dopo, anche loro tutte lombarde e dotate di una buona istruzione, decisamente superiore a quella delle donne, anche appartenenti alla stessa classe sociale, dell’epoca.

Come Maddalena Savaré, una lodigiana di soli quattro anni più giovane della Cabrini, nipote di Domenico Savaré, un sacerdote colto dal quale aveva molto imparato. Diplomata maestra, entrò nell’istituto nel 1881 e, un anno dopo la professione religiosa, avvenuta nel 1884, venne mandata superiora a Casalpusterlengo. Lì diede così buona prova che madre Cabrini la incaricò due anni dopo di dirigere la casa di Roma, posizione che ne faceva una sorta di ambasciatrice dell’istituto presso la Santa Sede. Cinque anni più tardi tornò a Codogno a reggere la casa madre, posizione delicata e importante sia dal punto di vista delle relazioni con lo Stato italiano sia da quello della formazione delle nuove suore, che dovevano poi essere selezionate e inviate in missione. In Maddalena Savaré la Cabrini aveva una intelligente e fedele sostituta che dirigeva di fatto l’istituto durante i suoi lunghi viaggi, che custodiva documenti riservati e somme di denaro, sempre pronta a difendere gli interessi della congregazione. Per qualche anno, ai primi del Novecento, la Savaré venne anche mandata come visitatrice al posto della Cabrini nelle case d’Europa e dell’America meridionale. Qualche volta a Francesca capitava di perdere la pazienza anche con lei, quando le sembrava che non dirigesse le suore con mano abbastanza ferma o che non risolvesse un problema con la velocità desiderata.

C’è invece una suora che sembra non avere mai dato motivo d’inquietudine a madre Cabrini e alla quale anzi la fondatrice si rivolgeva come a una fidatissima sorella in ogni circostanza: Gesuina Diotti. Anch’essa lombarda, allieva della scuola magistrale dell’istituto a Milano, aveva dimostrato fin da giovanissima un eccezionale spirito di obbedienza e di sacrificio. Fatta la professione religiosa nel 1891 a Roma, divenne una straordinaria educatrice e fu eletta superiora nella capitale dopo la Savaré, e quindi assistente generale; trattò per la Cabrini importanti affari, con le autorità sia religiose che laiche, ma soprattutto costituì un riferimento riconosciuto di profonda spiritualità all’interno dell’istituto. Le suore conservavano le sue brevi e intense lettere come quelle di una santa. Molte delle lettere di madre Cabrini sono dirette a lei, e rivelano il profondo affetto e la comunione spirituale che le univa: «tu lo so che hai il cuore così buono e farai sempre tutto per far trionfare la verità, però vorrei che tu vedessi come guardo tranquilla in faccia alle tribolazioni che mi vogliono minacciare e mi sento quasi abituata ad incontrarle anche da coloro che tanto ho amato ed amo ed ho tenuto per le più intime. Ti dico questo, perché so che tu senti le mie pene, più che non le sento io stessa e ne rimanga tu tranquilla, sapendo che io stessa mi conservo tale sinora con la grazia di Dio, dinanzi a qualunque bufera che voglia imperversare» (11 febbraio 1910). La loro sintonia nell’operare era tale che madre Diotti sapeva anticipare le disposizioni della fondatrice: «si vede proprio che ti guida il buon Gesù perché hai fatto quello che ti avevo appena scritto. Da tre giorni la lettera era in mare e tu ne eseguivi il contenuto. Brava, così va bene e credo che il pericolo sia scongiurato». Proprio per questo madre Cabrini, sempre molto affettuosa e attenta alla salute delle suore, le riservava una attenzione particolare: «Spero che la tosse ti sia passata, se no curala subito e bene. Prendi il Walpole, se non ne avete in casa compratelo da quella farmacia che dietro nostra richiesta lo teneva. Danne un po’ anche a madre Zecchin in mio nome». E in un’altra lettera: «Metti tutte le sere l’olio in testa, specialmente olio di mandorle dolci che ti aiuterà molto anche per il mal di testa. Alla sera, prima di andare a letto prendi la china dentro il limone, zucchero e cognac in un bicchiere e vedrai che ti rimetterai per bene» (12 maggio 1895). È curioso che madre Diotti, una delle più vicine collaboratrici della Cabrini, e certo quella che più ne comprese la spiritualità, non aveva quasi viaggiato né aveva mai varcato l’oceano, ma era rimasta come punto fermo, al centro dell’istituto, quasi a equilibrare il movimento continuo di Francesca.

Un po’ più giovane, originaria di Mantova e discendente dei Gonzaga era invece un’altra stretta collaboratrice, madre Francesca Saverio De Maria, che conosceva bene le lingue e suonava benissimo il piano. Partì con madre Cabrini per l’America nel 1894 e le fece da segretaria e compagna in molti suoi viaggi. In questo periodo d’intimità con la fondatrice, la De Maria raccolse quelle notizie che le permisero poi di scriverne la prima vita. Dopo avere visitato con lei l’America settentrionale e quella meridionale, tornò in Europa, alla casa generalizia di Roma. Dopo la morte della fondatrice, ricevette l’incarico di scrivere la sua biografia e di occuparsi della sua beatificazione, e diresse fino alla morte il nuovo liceo femminile aperto a Roma in via Aldrovandi.

Completamente diversa, tutta assorbita nei viaggi e nelle preoccupazioni concrete, fu Domenica Bianchi, una lombarda che fece la sua professione religiosa negli Stati Uniti. La Cabrini si accorse presto delle sue spiccate capacità organizzative e amministrative, e le affidò gli incerti inizi di molte fondazioni, a partire da quella di New Orléans, quindi la direzione del primo ospedale Columbus di New York, quando l’istituto si aprì all’assistenza ospedaliera; le fu anche affidata l’unica fondazione che iniziò senza la Cabrini, a San Paolo in Brasile. Le sue capacità erano così apprezzate che, nonostante l’età avanzata, dopo la morte della fondatrice le venne affidata la difficilissima missione in Cina – che compiva il desiderio antico di Francesca – dove riuscì a comprendere quel mondo e ad attirare molte vocazioni. Donna intelligente, che aveva imparato nelle sue diverse esperienze a conoscere il mondo e le persone, a farsi rispettare e amare superando ogni avversità, aveva mantenuto sempre un candore spirituale straordinario. Proprio come quando, giovane missionaria, era arrivata con alcune compagne a New Orléans di notte, e non aveva trovato nessuno ad attenderle: «Ricordandoci di ciò che in caso simile san Francesco d’Assisi aveva fatto fare a fra Leone, per conoscere dove Dio lo inviava, facemmo una piroetta intorno a noi stesse, e dal lato ove ci si fermò di girare, di là appunto si proseguì camminando. Infatti l’amabilissimo Cuore di Gesù ne guidò per la retta via, sebbene densa fosse l’oscurità della notte (…) incontrammo proprio la carrozza che era andata a prenderci alla stazione, vi salimmo e in breve tempo raggiungemmo la nostra dimora».

Altre suore, come la piemontese Giuseppina Lombardi, ebbero la vita religiosa segnata da continui spostamenti: da New Orléans a New York e poi, in giro come delegata, per tutte le case degli Stati Uniti. Oppure Virginia Zanoncelli, lombarda, che visse prima nell’America settentrionale e poi fu superiora Buenos Aires.

Dai brevi cenni a queste figure, si comprende come una delle qualità principali di Francesca consistesse nel sapere scegliere le persone, sapere valorizzare le loro qualità e saperle guidare nel loro cammino spirituale.

Il suo metodo d’insegnamento, affettuoso e severo insieme, era reso più vivo non solo dal fascino personale che irradiava a detta di tutti quelli che la conobbero, ma anche dalla sua partecipazione al lavoro comunitario senza risparmiarsi alcuna fatica. Francesca era infatti sempre la prima a pulire, spostare mobili, lavorare in giardino. Si racconta in proposito un divertente aneddoto: negli ultimi anni della sua vita, già famosa, era a Seattle dove, in assenza di altre suore, si era messa a fare le pulizie. Arrivò improvvisa la visita dell’arcivescovo che, non riconoscendola nella suora infagottata nel grembiule e sporca che gli aprì la porta, chiese della superiora generale. Francesca non batté ciglio e, corsa a lavarsi e cambiarsi, si ripresentò poco dopo, scusandosi con il prelato per averlo fatto aspettare.

Basta scorrere le biografie delle suore – e molte si potrebbero aggiungere a quelle nominate – per rendersi conto del ruolo emancipatorio che Francesca Cabrini ha esercitato sulle donne con cui è venuta in contatto: insieme alla realizzazione della loro vocazione religiosa in un istituto che dava così largo spazio all’evoluzione spirituale, le suore vedevano promosse le loro doti personali e avevano la possibilità di verificarle in una carriera internazionale, come direttrici di scuole, orfanotrofi e ospedali. Con i loro viaggi e le loro esperienze, acquisivano una conoscenza del mondo straordinaria per l’epoca in cui vivevano e per il loro genere.

A madre Cabrini toccò però anche affrontare una specie di rivolta interna quando, fra il 1904 e il 1905, alcune religiose di Roma iniziarono a contestare la sua autorità. I problemi cominciarono a nascere sulle disposizioni disciplinari, che il regolamento dell’istituto prevedeva molto rigide. Si sa che per la fondatrice l’obbedienza era il perno sul quale si fondava la forza dell’istituto, sia dal punto di vista organizzativo che da quello, per lei ancora più importante, spirituale. L’obbedienza era la penitenza sulla quale si doveva formare la religiosa, l’unica mortificazione che le veniva richiesta senza sconti né possibilità di deroga. Obbedienza interna, rinuncia allo spirito critico, vigilanza del cuore, silenzio interiore, costituivano il sacrificio più importante per una cabriniana: «la sottomissione della nostra volontà attraverso l’obbedienza è un cilicio dalle punte aguzze. Se amate la penitenza, è proprio l’obbedienza che ha fatto i santi, e tutte possiamo farla, anche quelle di salute più fragile, è un cilicio che potete portare non solo per un’ora, ma per tutto il giorno. Figlie, se siete arrivate a trovare la vostra gioia in questo, se per di più cercate di essere contraddette e che vi si impongano obbedienze difficili e che ripugnano alla natura, quanta perfezione conquisterete! Certo, a volte vi sembrerà di agonizzare, ma è bello agonizzare per la propria anima. Non agonizzò forse Gesù prima di voi per la propria anima?» (2 febbraio 1905).

La protesta toccava quindi il centro della spiritualità cabriniana, e poteva – se accolta – distruggere il lavoro fatto negli anni dalla fondatrice. Per di più l’affare non rimase all’interno dell’istituto perché le contestatarie erano appoggiate da un sacerdote romano e mossero pesanti accuse di rigidità e tradizionalismo contro la fondatrice presso le gerarchie vaticane. La comunità di Roma si spaccò e le suore fedeli chiesero immediatamente alla Congregazione dei Religiosi d’intervenire per fare chiarezza. Fu allora mandato come visitatore alla comunità padre Collepardo, superiore generale dei cappuccini, che rapidamente ristabilì l’autorità della fondatrice. La Cabrini come sempre era disposta al perdono, a condizione però di tornare all’obbedienza contestata: «teste fantasiose, malsane e leggere ci saranno sempre ed è necessario avere molta pazienza – scrisse il 2 febbraio 1905 alla direttrice di Roma – facendo in modo di mantenerle in riga nel modo migliore possibile, sia con le buone sia anche con qualche rimprovero, a seconda di quale sembri la cosa migliore al momento. Ti accludo una lettera che leggerai a tutte; a qualcuna farà bene, a quelle che si avviano su una strada di guarigione; a quelle che vogliono rimanere malate forse farà male, e bisognerà avere pazienza. Se tutto andasse sempre bene, sarebbe un paradiso troppo bello; così invece si eserciterà la virtù». Alla fine la maggioranza delle suore rispose bene, anche se alcune abbandonarono l’istituto con grande dolore di Francesca. Dalle lettere s’intuisce che la prova fu molto dolorosa: «intanto anche questa pillola di dover cambiare i vari soggetti che produssero la rovina con la loro disobbedienza e cocciutaggine e questo è davvero il più difficile».

Qualche eco di questa burrasca si sente ancora nelle parole con cui, nel 1910, accetta di nuovo di fare la superiora generale: «ma come andrà per quelle che volevano divenire madre generale? Ora perdono le speranze». Francesca stava per compiere sessant’anni e si sentiva molto stanca e provata dalla malattia, e per questo giudicò che fosse giunto il momento di ritirarsi – pensava con gioia a rifugiarsi a West Park, a coltivare erbe medicinali e a vivere in meditazione continua – e così convocò il primo capitolo generale dell’istituto per eleggere una nuova superiora generale. Le suore però si accordarono per impedire le sue dimissioni, chiedendo al papa un decreto che la nominasse superiora a vita. Il capitolo quindi si rivelò solo un festeggiamento di madre Cabrini e un riconoscimento affettuoso delle sue straordinarie capacità.


La cittadinanza americana


Nel 1909, durante un lungo soggiorno negli Stati Uniti, madre Cabrini realizzò un’aspirazione che coltivava da tempo: diventare cittadina americana. Dal momento che viaggiava senza sosta e continuava a far capo alla casa madre del suo istituto a Codogno, Francesca avrebbe avuto certo molte buone ragioni per rimanere cittadina italiana. Sappiamo poi che per tutta la vita rimase molto legata al paese d’origine e fu di animo fortemente patriottico: soffriva quando vedeva l’Italia o gli italiani far cattiva figura, o ingiustamente criticati. Quindi, la sua decisione di diventare cittadina statunitense è una scelta precisa e ci offre un punto di vista particolarmente significativo per comprendere il senso del suo operato. Certo, a spingerla a questa scelta ci furono senza dubbio anche esigenze pratiche, come le facilitazioni di cui godevano i cittadini americani per acquistare proprietà, ma sappiamo abbastanza di lei – anche se non si è espressa a questo proposito per scritto – per concludere che non avrebbe giurato fedeltà ad una costituzione che non condividesse e non ammirasse.

La Cabrini infatti condivideva profondamente i principi di eguaglianza sociale e democrazia su cui poggia la costituzione degli Stati Uniti, come dimostrò con la sua grande capacità nel far proprie le caratteristiche del nuovo paese e nell’adattare a queste i figli degli emigrati. È un’apertura democratica che era presente in germe già nei primi anni dell’istituto, prima ancora che iniziasse la missione americana. Nel 1883 infatti, nelle prime regole scritte della congregazione, inserisce una possibilità d’intervento critico anche da parte delle suore di classe inferiore, norma poco usuale negli istituti religiosi, nei quali le differenze di ceto sociale e la gerarchia interna erano rigidamente codificate: «quando si vedesse che alcuna cosa non cammina bene in Dio secondo le Costituzioni, le Sorelle che se ne accorgono devono avvertire la Direttrice perché ponga riparo, ed in caso non se ne veda l’emenda sono tenute a darne avviso alla madre Superiora. Quando si sospettasse rilassamento nello spirito e nell’osservanza, o sembrasse poter migliorare alla maggior gloria di Dio in qualche argomento, le Sorelle possono farne punto di osservazione da sottoporsi all’esame del capitolo che si farà ogni cinque anni (…) Tutte dunque le Sorelle delle due classi abbiano questa cura, perché è interesse comune e perché il Signore alle volte si rivela agli umili, mentre si nasconde ai sapienti».

Che avesse una certa dimestichezza con i meccanismi democratici lo rivela anche la sua ironia quando le suore, in occasione del primo capitolo, l’avevano rieletta per acclamazione superiora generale a vita: «se aveste seguite veramente le regole democratiche ci sarebbe stato qualche voto contrario».

Negli Stati Uniti le piaceva la possibilità di riscatto sociale che la democrazia offriva agli immigrati, nonostante avesse imparato con i suoi occhi acuti ad individuare e denunciare le piaghe di una emigrazione che faticava ad inserirsi nel nuovo tessuto sociale e i problemi di una immigrazione povera e disprezzata come quella italiana. Gli Stati Uniti non erano infatti solo il paese dove la Cabrini aveva cominciato la sua attività missionaria, ma anche quello che aveva trovato la formula più felice per l’accoglienza degli emigrati. Un paese che era nato e si era sviluppato grazie alla fusione di popolazioni molto diverse tra loro e che qui riuscivano a trovare una forma di coesistenza possibile, la quale prevedeva la creazione di una nuova identità senza però chiedere la cancellazione di quella originaria. Era un paese nuovo, moderno, a cui si poteva guardare come modello per quella convivenza fra popoli diversi che, con la modernità, stava diventando sempre più diffusa. Un paese dove Francesca ha pensato spesso che sarebbe stato possibile trovare rifugio per tutte le suore se in Italia si fossero verificati sommovimenti sociali e politici gravi, magari anticattolici, evento che riteneva possibile e che temeva, come si vede dalle sue lettere: «negli Stati Uniti ho preparato il posto per la famiglia in caso che l’Italia arrivasse all’ultima delle disgrazie». E anche, nel 1903: «Io sono a Seattle e sto pensando al futuro se per caso ci volessero davvero tribulare in Italia».

La questione della cittadinanza era centrale per l’inserimento negli Stati Uniti degli immigrati italiani che – come ricorda Giuseppe Giacosa nelle sue Impressioni d’America, scritte dopo un viaggio negli Stati Uniti nel 1899 – erano accusati di essere, «fra gli europei affluenti nel nuovo continente», quelli che meno di tutti si americanizzavano. Lo scrittore riporta l’opinione di molti statunitensi delusi dall’immigrato italiano, quello che meno apprezza l’offerta americana di «pareggiare la sua alla condizione dell’operaio nostrano», cioè la possibilità di «essere accolto cittadino degli Stati Uniti e armato di tutti i diritti civili e politici» e quindi di disporre «al pari di ognuno di noi, del nostro avvenire politico, morale, sociale ed economico». Gli italiani sembrano pensare solo al ritorno in tempi brevi nella loro patria, dopo aver accumulato un gruzzolo di denaro per cui, conclude Giacosa, «il concetto di cittadinanza non è accessibile nella sua purezza che alle menti colte. Esso non va confuso col naturale sentimento patrio». La scelta di madre Cabrini poteva spiegare agli italiani quale fosse la via da percorrere nel nuovo mondo più di tante parole.

Anche se la vita per gli italiani e per i cattolici in generale era abbastanza dura, Francesca coglie nel suo nuovo paese le possibilità reali di affermazione e d’inserimento, vede il lato positivo della libertà e della coesistenza di religioni diverse, garanzia di una tolleranza che l’Europa, malata d’intolleranza anticlericale, non le assicurava più.

Negli Stati Uniti la convivenza fra le religioni le permette di avviare rapporti di stima e collaborazione con ebrei e protestanti, pur senza mai perdere il suo impegno missionario: i diari delle varie scuole festeggiano con gioia le conversioni di ragazze protestanti e talvolta anche dei loro genitori, ma al tempo stesso non viene mai messa in dubbio l’apertura di scuole, orfanotrofi e ospedali anche ai non cattolici. Quest’apertura doveva essere molto apprezzata dagli ebrei, anch’essi emigrati disprezzati dai discendenti degli anglosassoni e che finanziarono spesso le opere della Cabrini, come si vede nell’elenco dei benefattori del Columbus Hospital di New York, dove i cognomi ebraici arrivano a uguagliare quelli italoamericani, e come afferma varie volte nelle lettere la stessa Cabrini: «io il regalo più grosso a New York l’ho avuto da un ebreo».

In alcune occasioni lo scontro con le classi egemoni protestanti fu duro. C’erano momenti in cui il pregiudizio anticattolico, molto forte, dava origine a forme più o meno larvate di persecuzione verso le opere cattoliche, e la stessa crescita della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, a cui davano un contributo non indifferente le opere cabriniane, suscitò più di una propaganda diffamatoria. Le scuole cattoliche venivano accusate di oscurantismo e fu addirittura creata una commissione d’inchiesta, formata da protestanti ed ebrei, che avevano l’incarico di visitare, per poi far chiudere, le varie istituzioni cattoliche. Quando arrivò il turno delle cabriniane di Dobbs Ferry, la visita fu minuziosissima e la superiora venne interrogata per tre giorni. Il rapporto fu negativo, la scuola fu accusata di essere «come un penitenziario» e se ne chiedeva la chiusura. Le suore, senza avvertire la Cabrini in quel momento era carica di altre preoccupazioni, si misero al lavoro e accontentarono la commissione cambiando ogni dettaglio richiesto, anche quelli più arbitrari, senza protestare. Il tentativo di chiusura fu così sventato.

Anche a Denver si scatenò una campagna diffamatoria contro l’orfanotrofio, accusato di essere fornito di scarse misure di sicurezza contro gli incendi. Le sorelle si misero al lavoro e adeguarono le disposizioni richieste, ma questa volta il decreto di chiusura veniva anche dalla gerarchia ecclesiastica locale. Madre Cabrini dovette ricorrere ai buoni uffici dell’arcivescovo Bonzano, suo buon amico, e riuscì a salvare l’istituto.

Ma questi inconvenienti in fondo le parevano irrilevanti di fronte alle prospettive che il nuovo mondo schiudeva al suo istituto e alle religiose in particolare. Gli Stati Uniti offrono infatti loro opportunità inimmaginabili in Europa: in questo paese, che aveva conosciuto la forza delle pioniere e la solitudine di tante donne che avevano dovuto badare a se stesse e ai figli, una donna, e per di più suora, poteva dirigere i lavori di smantellamento di un parco di divertimenti con un vecchio sombrero di paglia in testa, poteva acquistare un grande albergo per tramutarlo in ospedale, poteva pensare a sviluppare le sue istituzioni assistenziali acquistando terreni e avviando nuove costruzioni. L’ascesa di Francesca come imprenditrice della carità e straordinaria donna d’affari non è mai stata ostacolata da pregiudizi di genere, non è mai stata accompagnata da un’aura di scandalo, come sarebbe avvenuto senza dubbio in Italia. Solo il mondo nuovo poteva favorire la nascita di una donna nuova, di un nuovo tipo di religiosa, e Francesca lo capiva bene e ne era grata.

La sua simpatia per il paese d’adozione la spinge ad adottarne usi e comportamenti, come quando decide d’investire nell’acquisto di miniere in Colorado per tentare la fortuna, proprio come una vera pioniera, e prima v’invia una suora, Ignazia Dossena, e poi va lei stessa: «sono a Denver con la scusa della poca salute, ma invece sono qui per far sviluppare la nostra mina. Sai che quattro anni fa me ne avevano regalato un pezzetto e avevo raccomandato a madre Ignazia di farla lavorare, ma testarda com’è non c’entrava nella testa e così, non facendola lavorare, me l’ha fatta perdere. Ora io mi sono messa con le spalle al muro e l’ho voluta ad ogni costo, allora andai sul monte, la sviluppai ed ora già pare si trovi la vena buona. Io vò a vedere ogni tanto per animare all’opera fino a che la cosa è pienamente assicurata. Ecco il reale perché del mio ritardo, che però non bisogna dirlo a nessuno (…) se si sviluppa bene, noi avremo presto molto ben di Dio che ci renderà un poco più indipendenti, mentre ora con la colletta si passano delle ore poco buone» (17 settembre 1909).

Muovendosi dalla costa orientale a quella occidentale, per seguire l’avanzata degli emigrati italiani nel nuovo mondo, Francesca ripete l’esperienza fondante della storia americana, lo spostamento della frontiera e la ricerca di nuove risorse e fonti di ricchezza, che per lei significano nuove possibilità di portare la parola di Dio e il conforto dell’assistenza pratica agli emigrati.

Con la scelta della cittadinanza americana madre Cabrini segna la via agli emigrati italiani, una via che guarda al futuro più che al passato, ma senza dimenticare l’identità originaria, soprattutto per quanto riguarda l’appartenenza religiosa. Proprio per questo infatti la Cabrini s’impegnò sempre personalmente a favorire il rafforzamento della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, che avvenne proprio nel periodo della sua missione grazie all’arrivo nel grande paese di un numero sempre più elevato d’immigrati cattolici. Che si sentisse fortemente parte della Chiesa cattolica americana lo rivelano tanti particolari, come la sua scelta di rimandare il progettato ritorno negli Stati Uniti, benché si trovasse già a Genova, per correre a Roma a congratularsi con l’arcivescovo di New York John Murphy Farley, che era stato nominato cardinale nel 1911. New York era sempre stata la Chiesa madre della missione negli Stati Uniti, e Farley uno dei prelati a lei più vicini.

Scegliere la cittadinanza americana significava rafforzare la nuova Chiesa statunitense con la sua presenza, e di fatto questa scelta è stata capita e apprezzata: la Chiesa degli Stati Uniti infatti considera e venera la Cabrini come la prima santa statunitense, e sulla porta della cattedrale di San Patrizio, a New York, la sua immagine è incisa accanto a quella di Elisabeth Anna Bayley Seton (1774-1821), nativa di questa città, canonizzata quasi trent’anni dopo di lei.

Ma scegliere la cittadinanza americana significava anche accettare lo stato di migrante e farsi migrante accanto a quelli che aveva assistito per tutta la vita. Ma, come abbiamo visto, si trattava anche di una scelta di simpatia, di affinità: degli Stati Uniti madre Cabrini amava la libertà d’iniziativa, il riconoscimento delle qualità individuali indipendentemente dalla classe di appartenenza o dal sesso, la dinamicità sociale che aveva aiutato l’espandersi delle sue opere.

La sua patria di adozione aveva sempre riconosciuto i suoi meriti, aiutato i suoi progetti: lo dimostrano gl’imponenti festeggiamenti con cui furono celebrati i venticinque anni di vita dell’istituto da lei fondato, che in questa occasione venne riconosciuto anche dall’Italia. L’ambasciatore italiano, infatti, scrisse sulla stampa: «Ho percorso tutti gli Stati dell’Unione americana, da nord a sud, da est a ovest, e dappertutto ho sentito lodare e benedire la reverenda madre Cabrini, che nel suo apostolato religioso e caritativo, di efficacia anche sociale, dispiega con sommo tatto ammirabili doti di organizzatrice e amministratrice». Si trattava ormai di una imponente realtà: quasi mille religiose distribuite in cinquanta case, circa cinquemila bambini assistiti nei loro orfanotrofi, mentre circa novantamila italiani erano stati raggiunti, in un modo o nell’altro, dall’assistenza della Cabrini e delle sue suore. Ma la sua opera di assistenza non si rivolgeva solo agli italiani e l’istituto prendeva un aspetto sempre più internazionale. La sua opera missionaria comunque era iniziata negli Stati Uniti e nel cuore del grande paese, a Chicago, mentre lavorava ad un rinnovamento dell’ospedale, l’avrebbe colta la morte il 22 dicembre 1917.

Una vera e propria apoteosi furono nel 1914 i festeggiamenti per i venticinque anni dall’arrivo delle Missionarie del Sacro Cuore negli Stati Uniti. Francesca aveva chiesto al cardinale Benzano, delegato apostolico negli Stati Uniti e suo amico e protettore da anni, di presiedere la celebrazione, che si svolse nel nuovo orfanotrofio di Dobbs Ferry, vicino a New York. Si trattò di una cerimonia molto importante, vi convennero i più autorevoli membri della colonia italiana, i rappresentanti della Chiesa e di molte istituzioni pubbliche statunitensi, e una miriade di amici e beneficiati. La villa era stata addobbata come un giardino italiano, e tutti manifestarono il loro affetto per la fondatrice. «Tutti ci tenevano – scrisse un quotidiano – a felicitarsi con la reverenda madre Cabrini, questa piccola donna che ha saputo raccogliere intorno a sé la stima, l’affetto, l’ammirazione e la venerazione generale, pieni di stupore per quello che la sua opera ha di meraviglioso, perfino di miracoloso».

Dal 1911 fino alla sua morte, nel 1917, madre Cabrini rimase negli Stati Uniti: prima motivi di salute, poi lo scoppio della guerra le impedirono di tornare in Italia. Senza dubbio le pesò stare così a lungo lontana dalla casa madre di Codogno e dalle suore impegnate nelle case europee, ma questo lungo soggiorno americano fu provvidenziale perché permise alla Cabrini di consolidare le fondazioni statunitensi e di farne il centro dell’attività del suo istituto missionario. Anche se la guerra le causò grande dolore e preoccupazione – spingendola a suggerire alle suore in Europa nuove iniziative, come la trasformazione d’istituti in ospedali militari o l’apertura di orfanotrofi maschili per i figli dei caduti – questa ultima lunga fase americana contribuì a formare lo spirito della congregazione in senso moderno e attivo, influenzato dallo stile del paese. Questo carattere «americano» – che era però fortemente bilanciato dal fatto che le suore dovevano pregare in italiano e in tutto il mondo erano sottoposte ad un ritmo quotidiano di preghiera, lavoro e riposo uguale a quello della casa madre di Codogno – venne ribadito dal fatto che alla Cabrini succedette Maria Antonietta Della Casa, una religiosa italiana ma americana di adozione, che aveva vissuto a lungo negli Stati Uniti dove aveva diretto gli ospedali di New York e Chicago.

In questi ultimi anni, oltre a fondare nuovi istituti in California e a Seattle, madre Cabrini s’impegnò nell’ampliamento di quelli esistenti, ormai insufficienti per la mole di lavoro a cui le suore si dovevano dedicare. A causa delle restrizioni finanziarie imposte dalla guerra la fondatrice non vide il raddoppio del suo primo ospedale, il Columbus di New York. Per il suo grande progetto era infatti necessaria almeno una somma iniziale di seicentomila dollari, e la Cabrini non riuscì ad ottenerli dal commissariato degli emigranti. Decise allora, come aveva già fatto altre volte, di coinvolgere nella raccolta dei fondi anche i medici dell’ospedale; stavano quasi per arrivare alla somma necessaria quando lo scoppio della guerra la costrinse a rimandarne la realizzazione. L’opera venne poi portata a termine da madre Della Casa e il nuovo ospedale prese il nome della fondatrice.

Nessuno riusciva mai bene a spiegarsi come Francesca facesse a raccogliere le ingenti somme che le servivano: ogni volta metteva in atto una tattica diversa, adatta alla situazione, ma spesso ricorreva – come nel caso dell’ampliamento del Columbus – ad un sistema particolarmente caro allo spirito americano, cioè alla collaborazione di tante persone anonime che lavoravano in comune sotto la sua guida per il raggiungimento di un progetto.

Anche se negli ultimi anni le suore la videro sofferente e stremata dalla malattia, la Cabrini continuava nei suoi viaggi e nella sua vita d’impegni: negli ultimi mesi, che trascorse a Chicago, ricevette nel suo ospedale – organizzandole con la consueta perfezione – due visite importanti: prima monsignor Giovanni Bonzano, il delegato apostolico negli Stati Uniti, accompagnato dal delegato apostolico in Australia, monsignor Bonaventura Cerretti, e dall’arcivescovo George William Mundelein, poi Francesco Saverio Nitti, capo della missione economica italiana negli Stati uniti e futuro primo ministro. Questa seconda missione, pure non composta da simpatizzanti cattolici, tornò particolarmente ammirata del lavoro della Cabrini: Nitti avrebbe addirittura detto che la religiosa sarebbe stata un ottimo ministro degli esteri.

Per farle prendere aria buona, le suore di Chicago la conducevano con la macchina a fare lunghe passeggiate fuori città: in occasione di uno di questi giri ebbe l’idea di acquistare una fattoria, che fornisse i suoi ospedali di latte, uova e polli, e che potesse ospitare temporaneamente le suore malate o convalescenti. E non solo si occupò personalmente della scelta e dell’acquisto della fattoria, come del resto era stata sempre solita fare, ma intervenne anche nell’acquisto delle mucche, ricordando la sua origine contadina.

Fino agli ultimi giorni, in preparazione del Natale, Francesca cercò di partecipare alla vita della comunità, alla ricreazione, ai preparativi per la festa. Come dono natalizio, volle che ogni suora ricevesse un abito nuovo e ne ordinò anche per sé uno, che sarebbe servito per la sua ultima vestizione, disponendo pure che, nonostante le restrizioni dovute alla guerra in corso, i cinquecento bambini della scuola italiana ricevessero il solito dono dei confetti. La previsione della fine imminente traspare dalla scelta delle parole fatte stampare sul suo biglietto di auguri natalizi e tratte dal salmo 42 secondo la Volgata: Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua («manda la tua luce e la tua verità: esse mi guidarono e mi condussero al tuo santo monte e alle tue dimore»).

Alla sera del 22 dicembre, dopo una giornata di lavoro, Francesca spirò fra le braccia di madre Maria Antonietta Della Casa, che le sarebbe succeduta come superiora generale.


Patrona degli emigranti


Francesca Cabrini era stata considerata già santa in vita dai tre papi che la conobbero e da gran parte delle persone che erano venute in contatto con lei, in primo luogo naturalmente dalle sue suore. Intorno alla sua vita venivano tramandati mille episodi miracolosi – uno dei più ricorrenti era quello di una suora che doveva pagare un creditore mentre i soldi in cassa erano finiti ma, obbedendo alla fondatrice che le diceva di guardare di nuovo, trovava proprio la somma necessaria per soddisfare il debito – oltre che guarigioni vere e proprie, e nota era la capacità della Cabrini di conoscere anche cose che avvenivano molto lontano o pensieri dei suoi interlocutori.

Uno dei prodigi più graziosi che le si attribuisce – incantevole proprio perché senza alcuno scopo – è legato alla statua in cera del bambino Gesù da lei prediletta, che conservava nella sua stanza a Codogno. Le suore narrano che, quando si verificava qualche imprevisto da risolvere con urgenza in un istituto molto lontano (e quindi non raggiungibile in breve tempo dalla fondatrice), la Cabrini passasse molte ore in preghiera davanti al Bambino: la mattina seguente il problema era stato risolto e il piccolo Gesù aveva le scarpette di tela tutte consumate, come se avesse percorso un lungo cammino. Le suore naturalmente provvedevano subito a fargli delle nuove calzature, destinate a sciuparsi in un’analoga occasione.

Questo prodigio quasi fiabesco, oltre ad fornire una prova ulteriore del suo familiare e concreto rapporto con le immagini sacre, ci rimanda ancora una volta alla sua figura di viaggiatrice instancabile, di viandante del mondo.

La sua fama di santità fu molto presto confermata dalla Santa Sede, grazie alle energie anche finanziarie investite a questo scopo dalla sua congregazione, che s’impegnò per rendere più veloce possibile il processo di canonizzazione, e dai vescovi americani. Nel 1938 Pio XI la proclamò beata e nel 1946 Pio XII la dichiarò santa, stabilendo che la sua memoria liturgica si celebrasse il 22 dicembre, anniversario della morte. Nel 1950 le fu poi riconosciuto il patrocinio sui migranti, a confermare il carattere particolare della sua vocazione.

Il legame di Francesca con le migrazioni – missione che le venne richiesta dall’esterno e che da lei fu accettata come una chiamata di Gesù – costituisce senza dubbio un contributo determinante alla modernità del suo modello di santità. I grandi spostamenti di popoli, facilitati dalla rivoluzione dei trasporti che si realizza a partire proprio dalla seconda metà dell’Ottocento, costituiscono infatti uno dei caratteri specifici della modernità. I movimenti migratori, che nell’epoca della Cabrini riguardavano soprattutto gli europei più poveri che si recavano nelle Americhe, coinvolgono oggi tutti i paesi del Terzo mondo, e l’Europa, da base di partenza di migranti, è divenuta terra di arrivo. Francesca Cabrini ha colto nel migrante l’uomo nuovo: senza radici, senza più appartenenze di religione o di patria, egli si deve costruire la propria identità e la propria vita. Ha acquistato la libertà di determinarsi, ma la paga con la solitudine, con la perdita di legami e di appartenenze. Questo disorientamento coinvolge soprattutto la sfera religiosa: non si è più cattolici perché lo sono la nostra famiglia e il nostro paese. In un clima di libertà ma anche d’incertezza ognuno deve scegliere nuovamente la sua appartenenza religiosa, negandola o ribadendo quella ricevuta.

L’emigrazione è diventata il problema del nostro tempo, sia perché è di massa e coinvolge un numero sempre crescente di persone, sia perché le trasformazioni imposte dalla modernizzazione spezzano radici e appartenenze e riguardano anche chi non si sposta dal luogo d’origine.

La crisi dell’identità tende pertanto a sviluppare due tendenze opposte: da una parte la secolarizzazione, cioè l’abbandono della fede originaria, dall’altra il fondamentalismo, cioè l’aggrapparsi esasperato all’appartenenza religiosa.

Molti studi hanno ormai rivelato come proprio nelle aree di emigrazione sia più forte la diffusione dei fondamentalismi, che si presentano quasi come un sostegno per quanti vivono come uno stravolgimento – se non addirittura come una umiliazione – il cambiamento. L’emigrazione sta quindi diventando uno dei fattori determinanti di destabilizzazione dei paesi più ricchi, e più in generale uno dei fattori d’inquietudine profonda del mondo di oggi. Proprio per questo madre Cabrini è oggi più attuale e più importante che mai, e il suo modello d’inserimento degli immigrati nel nuovo mondo mantenendo il legame con le radici religiose costituisce una via moderna e al tempo stesso non troppo lacerante per la soluzione del problema sia dal punto di vista sociale che da quello religioso. Per lei infatti è possibile conciliare la libertà, l’iniziativa personale, il coraggio tipici dell’individuo moderno con le radici religiose, che secondo lei fondano la nostra identità.

Il Sacro Cuore viene quindi proposto dalla Cabrini come luogo di accoglienza simbolico per tutti, come simbolo del «centro» che si contrappone alla dispersione dell’esperienza moderna, che restituisce un senso di appartenenza a chi ha perso tutte le appartenenze originarie, a chi non sa più riconoscersi e deve costruirsi una propria identità.

Nelle radici religiose i migranti trovano anche la sicurezza della loro dignità umana, messa in crisi dall’emarginazione e dalle difficoltà in cui vivono. Francesca aveva infatti ben presente che il problema non era solo quello di fondare scuole e ospedali, ma anche di creare un’immagine positiva degli italiani. Per questo era sempre così attenta alle feste d’inaugurazione, alle visite importanti, alle buone relazioni e partecipava sempre alle esposizioni che si svolgevano periodicamente nelle città statunitensi esibendo i lavori delle suore, e scriveva tutta contenta quando la loro attività era fatta segno di complimenti e ammirazione. Osservava tutti e tutto, e imparava in ogni situazione a presentarsi all’esterno nel modo più adatto.

La sua missione ha costituito anche una risposta concreta alla polemica che il mondo laico e massonico aveva iniziato nell’Ottocento contro l’attività caritativa della Chiesa cattolica. Questa era stata accusata d’intervenire solo per alleviare temporaneamente i disagi, ma con il disegno di legare a sé i poveri più che di insegnare loro a vincere la povertà. Proprio da queste critiche nasce l’idea di contrapporre alla carità della Chiesa la beneficenza «scientifica» laica, che dovrebbe invece fornire ai poveri i mezzi (soprattutto l’istruzione) per migliorare la loro condizione, e vengono coniate nuove parole, come il termine «altruismo» inventato dal filosofo francese Auguste Comte per sostituire l’odiato termine «carità», gravido di significato religioso. La carità cristiana era così avversata perché legava strettamente l’amore per il prossimo all’amore di Dio e per Dio, mentre la moderna «filantropia» si rivolgeva alle classi bisognose con un atteggiamento rigidamente razionale, che veniva propagandato come l’unico adatto a trovare rimedi soddisfacenti ai mali sociali.

Naturalmente tutta l’attività assistenziale della Chiesa sviluppatasi nella seconda metà dell’Ottocento ha costituito una risposta a queste critiche, ma l’esperienza della Cabrini rappresenta una delle più forti e chiare confutazioni di questo dogma laico. Madre Cabrini infatti non si è limitata a fondare istituti assistenziali ben funzionanti e finanziariamente autosufficienti, ma ha scelto luoghi particolarmente belli e in quartieri buoni, rovesciando le leggi sociali delle comunità in cui si trovava ad operare. I suoi ospedali, le sue scuole, i suoi orfanotrofi infatti non vengono installati, neppure agli inizi, in edifici modesti o in quartieri degradati: lei sceglie sempre il meglio per i suoi assistiti. Grandi alberghi e ville circondate da parchi diventano nelle sue mani ospedali e orfanotrofi, capovolgendo le regole sociali: gli ultimi diventano davvero i primi.

Ancora una delle sue ultime fondazioni, Dobbs Ferry vicino a New York, presenta questo tratto tipico delle sue scelte. Le suore dovevano aprire un orfanotrofio più vicino alla città di quello già esistente a West Park e mentre perlustravano la zona come al solito la Cabrini individuò l’edificio adatto: una grande villa, sede di una scuola protestante per ricchi, fornita di palestra e piscina. Lì dopo le prime resistenze madre Cabrini riuscirà a sistemare le sue orfanelle, poverissime figlie di emigrati italiani, al posto dei ricchi ragazzi protestanti.

È come se oggi, arrivata a Roma per fondare un ospedale, la Cabrini decidesse di tramutare l’Hilton – il grande albergo che troneggia su Monte Mario circondato da un magnifico parco – in ospedale per gli emigrati extracomunitari, provando così che le opere fondate dalla carità, dall’amore per il prossimo intrecciato all’amore per Dio, possono essere molto più belle e socialmente rivoluzionarie di quelle costruite dalla filantropia laica. Non c’è niente di ragionevole nelle sue scelte, che possono apparire a prima vista esagerate, ma solo amore per i suoi protetti, ai quali la Cabrini voleva assicurare il meglio (e ci riusciva).

All’assistenza laica, magari addirittura statale, ragionevole e programmata, manca ciò che faceva ardere questa piccola suora e la riempiva di energia straordinaria: l’amore per Dio, che la spingeva a sostituire il male con il bene, per non far soffrire quel cuore che già aveva tanto sofferto.

 

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